Non prendete il titolo di questa recensione come una diminutio del bel film di Giuseppe Piccioni, uscito nel 2022 al cinema e in questi giorni su Raiplay. Chi l’ha detto che Casablanca è più bella di Ascoli Piceno? E poi una vale l’altra se le consideriamo come luoghi alla periferia della Storia, dove ritirarsi con le proprie disillusioni. Questo è quello che fa Rick Blaine (Humphrey Bogart), un uomo stanco di dare tutto sé stesso a cause invariabilmente perse: la guerra civile di Spagna, ma anche Ilsa (Ingrid Bergman) che l’ha lasciato a Parigi senza un perché quando i nazisti hanno preso la città. Così nel 1942 Rick si accontenta di gestire il Café américain a Casablanca, trattando con lo stesso apparente cinismo tutti i suoi avventori, che siano francesi del governo di Vichy, nazisti o fuggiaschi alla disperata ricerca di un visto verso la libertà.
Allo stesso modo si comporta Luciano (Riccardo Scamarcio, in una delle sue migliori interpretazioni), premiato per il suo eroismo nella Prima Guerra Mondiale ma deluso come tanti reduci da una società nella quale ha poi stentato a ritrovare un posto in tempo di pace. Anche Luciano, come Rick, non ha trovato miglior soluzione che chiudersi nel proprio guscio, il suo ristorante sulla piazza principale di Ascoli Piceno. Siamo nel 1938 e anche nel suo locale politicamente si mescola un po’ di tutto, sia tra i clienti che tra il personale. Luciano non si schiera, gli importa soprattutto di non aver guai. Riprende il cuoco che racconta una barzelletta sul duce e tratta ovviamente con i guanti di velluto il suo ex-commilitone Osvaldo, ora fascista (il sempre ottimo Lino Musella).
Anche Luciano è un blando simpatizzante del fascismo e in lui Piccioni sembra voler incarnare la maggioranza silenziosa degli Italiani, che bada soprattutto ai propri affari e si lascia incantare dall’immaginario che il regime ha creato con la propaganda. Anziché usare i soliti spezzoni di cinegiornale dai roboanti commenti, in modo molto originale il regista rende visivamente questa sorta di incanto attraverso le esibizioni ginniche delle “piccole italiane” che si svolgono in piazza e che Luciano osserva da dietro la vetrata del suo ristorante. Un’immagine di bellezza e armonia che poi, ripetendosi nel corso del film, man mano mostra dettagli inquietanti e impacci, fino a un capitombolo di una delle ginnaste, che infine scompariranno per lasciare il posto, come ultima apparizione in piazza a guerra già scoppiata, a un “figlio della lupa” con la maschera antigas, vittima patetica e inerme: la realtà che si rivela tragicamente al dissolversi del bello spettacolo della propaganda (è questa forse l’ombra del giorno del titolo?).
E come la propaganda, a un certo punto anche il guscio protettivo elaborato da Luciano, esattamente come quello di Rick, non funzionerà più, perché serve a ben poco chiudersi nel proprio locale, quando sono il mondo, la storia e anche l’amore a entrare d’imperio nel ristorante dell’uno come nel caffè dell’altro. Anche Luciano avrà la sua Ilsa, in questo caso Anna (Benedetta Porcaroli, un po’ monocorde), e anche lui si troverà in un triangolo con molte complicazioni non solo amorose ma anche politiche. Senza raccontare altro del plot, per non rovinare la sorpresa, va detto che la famosa battuta pronunciata da Bogart nell’ultima scena di Casablanca («Le pose da eroe non mi piacciono, ma i problemi di tre piccole persone come noi non contano in questa immensa tragedia») si attaglia perfettamente anche al finale de L’ombra del giorno. E gli ultimi minuti del film, con il sottofondo della canzone Vivo di Andrea Laszlo De Simone, non hanno davvero nulla da invidiare al capolavoro di Michael Curtiz.
