“Di là dal fiume e tra gli alberi”… e a mille miglia da Ernest Hemingway

Download PDF

Ma quanto poco letto è il romanzo di Hemingway Di là dal fiume e tra gli alberi perché ci siano recensori del film omonimo che ne parlano come di un «adattamento fedele» (https://www.sentieriselvaggi.it/di-la-dal-fiume-e-tra-gli-alberi-di-paula-ortiz/)? É infatti ben lungi dall’essere «il tentativo onesto e sincero di misurarsi e rileggere con sensibilità le pagine del grande romanziere americano» (https://quinlan.it/2025/06/30/di-la-dal-fiume-e-tra-gli-alberi/), anzi c’è da chiedersi se quelle pagine lo sceneggiatore Peter Flannery le abbia mai aperte.

La struttura del romanzo è molto semplice: due amanti passano i loro ultimi due giorni insieme a Venezia. Sono il cinquantenne colonnello dell’esercito americano Richard Cantwell e la giovanissima Renata, una coppia condannata a una storia impossibile per la differenza d’età e per l’inconciliabilità dei loro due mondi, visto che siamo nell’Italia del secondo dopoguerra e lui è pluridivorziato, mentre lei è di famiglia nobile e soprattutto cattolica. Ma un futuro insieme è impossibile soprattutto perché lui sta per morire ed entrambi lo sanno. È la trasposizione della vera storia di un amore, ugualmente impossibile, che Hemingway poté vivere pienamente solo in quella che chiamava la “quinta dimensione” della letteratura, il suo «last and only and true love», come lo definisce nel romanzo. Ma nella realtà la storia era impossibile per volontà della ragazza, Adriana Ivancich, ben attenta a mantenere sempre il rapporto entro gli strettissimi confini dell’amitié amoureuse. Da questo amore così frustrante e scarsamente ricambiato lo scrittore non si riprese mai più: il definitivo allontanamento di Adriana nel 1956 coincise con l’inizio di una pesante crisi depressiva, che lo avrebbero portato al suicidio appena cinque anni dopo.

La regista Paula Ortiz e lo sceneggiatore avrebbero potuto decidere di rileggere il romanzo alla luce della vera storia di questo amore, vista l’importanza che ebbe sulla vita e sulla morte di Hemingway, oltre che sulla sua arte, poiché da esso sbocciò anche l’ispirazione del suo ultimo romanzo, Il vecchio e il mare (a proposito, perché nella locandina del film si millanta invece come ultimo romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi?).

La strada scelta nel film è completamente diversa, prendendo dal libro soltanto le caratteristiche basilari dei due personaggi principali: un colonnello prossimo alla morte (Liev Schreiber) e una giovane contessina veneziana (Matilda De Angelis). La concentrata semplicità strutturale del romanzo è completamente perduta, inventando una serie di sottotrame e cambiando radicalmente la storia d’amore, che non è neppure più tale. Infatti il colonnello va a passare un week end a Venezia per motivi al tempo stesso vari e nebulosi e incontra lì per la prima volta Renata; la ragazza appare come una vaga e casta presenza di significato contraddittorio, da una parte spingendolo a vivere, dall’altra fornendogli i fucili con i quali si suiciderà (ovviamente un riecheggiamento della morte dello scrittore).

Ma il film dota anche il colonnello di un figlio morto durante la guerra e sulla cui scomparsa cerca notizie, così come inventa per Renata un fidanzato con il quale è prossima a nozze di convenienza, oltre ad assegnarle delle guardie del corpo in camicia nera, mandate da non si sa chi e che vorrebbero sembrare minacciose ma risultano solo grottesche. Se tanta inventiva avesse uno scopo e trovasse una sua forma e coerenza potremmo essere di fronte a un bel film, che dovrebbe però comunque dirsi solo “liberamente tratto” o “ispirato” dal romanzo, a differenza di quanto dichiarato in locandina. Purtroppo quel che ne esce è invece dispersivo, incoerente e poco credibile.

Anche l’uso della location veneziana è deludente, essendo infedele al romanzo solo per compiere le scelte più banali. La Venezia di Hemingway è una città di vita quotidiana: basta leggere le pagine che dedica ai banchi del mercato di Rialto. E quando usa la parola “monumento”, lo scrittore la applica a luoghi e cose che non sono affatto monumentali in senso storico o artistico: «passarono i due pontili galleggianti tenuti insieme con le catene ma staccati l’uno dall’altro: come noi, pensò il colonnello. Li guardò incalzati dalla marea e osservò fino a che punto le catene avessero logorato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. Questo è il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città?». La Ortiz, invece, da una parte fa felice la Veneto Film Commission, non mancando i luoghi più “iconici” come piazza San Marco o la scala del Bovolo, dove si svolge una breve e pretestuosa scena fra Renata e il fidanzato che sembra solo una scusa per una bella ripresa; dall’altra sposta le bevute che nel romanzo si svolgono all’Harry’s bar (luogo reso mitico proprio dallo scrittore) fra i tavoli all’aperto in un campiello, come nelle attuali trattorie per turisti, e col sottofondo musicale della canzone napoletana Santa Lucia!

Almeno un pregio però questo film ce l’ha ed è l’interpretazione di Liev Schreiber, che azzecca in pieno il personaggio. La scena iniziale, con il sempre ottimo Danny Huston (il medico che mette in guardia il colonnello sulle condizioni disastrose del suo cuore), promette infatti benissimo, ma non ci vuole molto perché la disastrosa sceneggiatura affossi ogni speranza nello spettatore. Almeno chi ha amato il romanzo di Hemingway stia quindi alla larga da questo film.

 

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

Guarda gli altri post di: