“La valle dei sorrisi”: l’orrore dietro la felicità a tutti i costi

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Di cosa abbiamo paura oggi? E possiamo usare i film horror, genere di paura per eccellenza, come termometro delle paure di una società? A ripercorrere la storia del genere, le corrispondenze non mancano, dall’incubo del grande incantatore nel Gabinetto del dottor Caligari (Robert Wiene, 1920), già presago di quello che sarebbe stato il rapporto tra massa e potere nei totalitarismi, al “new horror” degli anni Settanta, dove il mostro non è più un freak, ma un uomo qualunque o addirittura una parte di noi, con una delegittimazione tipicamente post-sessantottina della presunta innocenza borghese. E allora, cosa ci racconta delle nostre paure La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, horror d’autore presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia?

La più grande paura, quella per la quale si è disposti anche a vendere la propria anima al diavolo (specie se camuffato da angelo), sembra essere quella del dolore, dell’abbandono e della perdita. Il film è infatti ambientato in una valle di montagna, nel paese di Remis, dove una quindicina d’anni prima c’è stato un terribile incidente ferroviario con un gran numero di morti; tutto il paese si è trovato coinvolto, perché non c’è stata famiglia che non abbia vissuto un lutto.

Il punto però è proprio questo: in realtà gli abitanti del paese hanno rifiutato di vivere il lutto, ritrovando il sorriso con uno strano ma efficace rimedio. Un rimedio che però non dura per sempre e che va quindi periodicamente somministrato di nuovo, per tenere a bada il dolore che si riaffaccia. Questa è la seconda paura di cui parla il film, quella della dipendenza, ovvero la percezione che in ciò a cui ci aggrappiamo per sopravvivere ci sia la salvezza ma anche il veleno, perché non saremo più in grado di vivere senza. Su questa ambivalenza di ciò che appare salvifico il regista costruisce il cuore del film, rivestendo inoltre di ambiguità tutti i personaggi principali, che sono anche ruoli sociali: il sacerdote (Roberto Citran), il padre (Paolo Pierobon), il professore (Michele Riondino), il capro espiatorio (il giovanissimo esordiente Giulio Feltri). Colpisce anche che la forte presenza della religione nel film sia totalmente spogliata dalla speranza nell’aldilà, che dovrebbe essere la sua risposta al tema della perdita, mentre il sacerdote si riduce a fanatico gestore di un rimedio rigorosamente confinato nell’al-di-qua.

C’è poi una terza paura, quella di sé stessi. Fuggire il dolore, affidarsi a qualcosa di esterno per placare la sofferenza significa rifiutare di scendere nel profondo del proprio animo per conoscersi davvero e riconoscere i propri sentimenti e desideri. Ed è proprio da qui che si scatena l’orrore vero e proprio, nel personaggio del ragazzino “miracoloso” nel catalizzare e controllare il dolore altrui, ma che invece non riesce ad avere nessun controllo su di sé, venendo agito dalle proprie pulsioni, che siano d’odio o d’amore, fino alle più atroci conseguenze.

La diagnosi che Strippoli fa di alcune delle nostre paure più intime sembra essere esatta, visto che il suo horror funziona molto bene anche senza bisogno di spargere litri di sangue per terrorizzarci, ma raggiungendo invece il massimo del suo effetto perturbante addirittura con una specie di coreografia di danza contemporanea. Una scelta originale, che trova forse il suo precedente nel sabba delle streghe dell’unico film di Marco Bellocchio che costeggia i territori dell’horror, ossia La visione del sabba (1988).

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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