L’ultimo turno è un film tanto avvincente quanto difficile da classificare. Racconta in modo molto realistico – ma senza dettagli granguignoleschi – un turno di lavoro di un’infermiera in un ospedale pubblico svizzero e riesce ad appassionarci semplicemente seguendo i gesti e le piccole interazioni che la donna ha con i pazienti che le sono affidati; non nasce nessuna storia d’amore, non c’è uno sviluppo drammatico, non c’è un antagonista né un secondo ruolo preponderante. Se proprio volessimo ascriverlo a un genere, si tratterebbe, più che del filone ospedaliero, di quello sportivo, assomigliando molto a una staffetta olimpica: inforcate le sue nuove scarpe da ginnastica, l’infermiera percorre – quando non corre – a passo veloce i corridoi e mentre il tempo incalza deve portare a termine il giro dei pazienti del suo reparto, non solo curandoli ma anche prestando loro ascolto, deve saltare gli ostacoli dei continui imprevisti per passare infine il testimone (la chiave dell’armadio dei veleni) alla collega del turno successivo. È proprio questa impostazione che dà al film un ritmo incalzante, che ci rende partecipi della difficile impresa della protagonista, mettendoci una volta tanto nei panni di una figura professionale che vediamo sempre dal di fuori, quando siamo noi i pazienti, sofferenti ma esigenti e a volte anche egoisti, concentrati come siamo sul nostro problema.
La regista Petra Volpe – svizzera del cantone di Zurigo – è partita da un dato di fatto, che ci comunica in poche righe solo alla fine del film, così che la ragione arrivi dopo l’emozione e l’immedesimazione: «Nel 2030 in Svizzera mancheranno 30.000 infermieri qualificati. Il 36% del personale infermieristico di ruolo abbandona il posto entro 4 anni. La carenza di personale infermieristico rappresenta un rischio sanitario globale. L’OMS stima che entro il 2030 mancheranno circa 13 milioni di infermieri nel mondo». Dopo aver assistito col cuore in gola all’impresa quasi olimpica dell’infermiera protagonista Floria, ci rendiamo perfettamente conto del perché di questa carenza e di come mai tanti infermieri non reggano il ritmo e il carico mentale che questo lavoro comporta, in contesti ospedalieri evidentemente in costante sottorganico perfino in Svizzera.
La regista ha tratto spunto dal racconto autobiografico della giovane infermiera tedesca Madeline Calvelage Unser Beruf ist nicht das Problem. Es sind die Umstände (“Il problema non è la nostra professione, ma le circostanze”), nel quale si trova la descrizione dettagliata di un turno di notte che le ha dato l’idea per la struttura del film «progettato per coinvolgere il pubblico a un livello viscerale e fisico». Ma da qui è partito anche un approfondito lavoro di documentazione presso il personale infermieristico di vari ospedali svizzeri, che ha comportato anche la presenza di un’infermiera specializzata come consulente in fase di sceneggiatura e sul set. La stessa cura per garantire la credibilità di quanto si vede sullo schermo ha portato alla scelta di un cast il più “anonimo” e meno riconoscibile possibile, con la presenza anche di alcuni veri infermieri e medici, mentre per l’attrice protagonista (l’ottima Leonie Benesch, già vista in La sala professori) c’è stato addirittura un tirocinio formativo in un ospedale, perché acquisisse una piena naturalezza nello svolgere tutti i gesti tecnici tipici della professione.
Oltre a renderci consapevoli di un problema sanitario globale, lo sforzo riuscito della regista è stato soprattutto quello di restituire umanità a una figura che tendiamo a ridurre al ruolo e alla pura funzione di cura. Un concetto, quest’ultimo, che è ben espresso dalla prima scena del film, dove nella lavanderia dell’ospedale scorre una fila ininterrotta di divise pulite appese alle grucce. Quando ci rivolgiamo agli infermieri il rischio non è proprio quello di vedere solo una divisa e non la persona che ci sta dentro?
