Un altro Ferragosto, film del 2024 ora su Raiplay, è un film che viene voglia di leggere soprattutto come fonte storica, con un occhio postumo per capire qualcosa del nostro presente. È infatti il sequel – quasi 30 anni dopo – di Ferie d’agosto (1996), il film che raccontava l’aprirsi della stagione berlusconiana attraverso la vacanza a Ventotene di due contrapposti clan familiari, reciprocamente insofferenti.
Da una parte c’erano i Mazzalupi, una famiglia di commercianti – tradizionalmente composta da padre madre figli nonna zii cugini – dedita alle grigliate di pesce, le gite in motoscafo, la musica pop e la tv commerciale, autoproclamatisi apolitici ma prima di tutto “concittadini italiani”. Dall’altra il gruppo raccolto intorno a Sandro Molino (Silvio Orlando), intellettuale di sinistra e firma de L’Unità, era una famiglia allargatissima, comprendendo figli altrui, ex compagni, una coppia di amiche lesbiche con un figlio ecc. I Molino alloggiavano in una casa rigorosamente senza luce elettrica, declamavano Montale e passavano le serate schitarrando canti di anarchici ottocenteschi: basta questo a intuire che la satira di Virzì era quasi più graffiante verso la propria parte, nella quale la consapevolezza di alterità sfociava nello snobismo. Invece nei confronti dei Mazzalupi il comico si mescolava a un sentimento di pietà verso la loro generale infelicità, frutto di scelte di vita e ambizioni più subite per conformismo sociale che consapevolmente scelte. Una pietas avvertita anche da alcuni membri dei Molino, meno ideologici o più sensibili, e che portava a qualche forma di comunicazione e rimescolamento tra i due gruppi.
In Un altro Ferragosto, invece, non c’è nessun vero contatto tra i due clan, la cui condizione iniziale è degenerata ora fino alle estreme conseguenze. Lo snobismo dei Molino ha reso sterili e infecondi i loro ideali, una condizione simboleggiata dallo stato di moribondo di Sandro, intorno al quale familiari e amici si sono radunati per un’ultima volta, un addio a una persona ma anche a un certo tipo di intellettuale impegnato novecentesco ormai del tutto fuori tempo e inascoltato. Ma anche il suo clan sembra essersi dissolto, ciascuno perso dietro ai propri problemi e alle proprie private ossessioni. Anche politicamente il gruppo, un tempo compatto, è ora frammentato e disperso, come rivela la conversazione durante una cena: c’è chi deride il «mentitore seriale lobbista saudita» e chi invece giudica «il suo governo il migliore del dopoguerra in Italia dopo De Gasperi»; chi deplora «ma che eri grillino?» e chi obietta «che non si può?». Sublime è la risposta conclusiva che Sandro Molino dà a un’amica che gli aveva chiesto «La Elly è figa, vero?»: «Molto bello in quest’ora il silenzio improvviso delle cicale e il sorgere del frinire dei grilli».
D’altra parte anche nei Mazzalupi gli antichi legami familiari sembrano essersi allentati e il loro vitalismo, simboleggiato dal matrimonio per il quale si sono radunati nell’isola, trova ora una sinistra incarnazione nella figura rapace del promesso sposo Cesare (Vinicio Marchioni). Ex parà pieno di muscoli e tatuaggi – tra i quali spicca quello della X Mas –, picchiatore (perlomeno della sua ex che ha spedito al pronto soccorso), cocainomane ed evasore fiscale, anaffettivo, è pronto per denaro a manipolare non solo la futura e non amata moglie Sabrina Mazzalupi detta Sabbry (Anna Ferraioli Ravel), famosa influencer e quindi gallina dalle uova d’oro, ma anche gli ingenui parenti di lei. Il tragico poi è che un personaggio del genere trovi sponda politica e progetti di candidare Sabrina al Parlamento: sono già pronti i manifesti che raffigurano la coppia con lo slogan “Una famiglia italiana”. Un abisso lo separa dal capofamiglia di Ferie d’agosto Ruggero Mazzalupi (Ennio Fantastichini), che era sì un maschio alfa qualunquista e dedito esclusivamente al proprio “particulare”, ma era però anche attraversato da qualche autentico sussulto di umanità, perlomeno nei confronti dei suoi familiari, e da un genuino e segreto sentimento d’amore per la cognata Marisa (Sabrina Ferilli).
Molto rivelatore del cambiamento del clima politico italiano è anche l’oggetto del contendere tra i due gruppi. In Ferie d’agosto i dissidi erano piuttosto futili e quasi da lite condominiale, legati soprattutto ai diversi modi di vivere, come gli schiamazzi notturni o una buccia di cocomero gettata in mare. L’unico contrasto di peso riguardava uno scherzo molto pesante giocato per dispetto dai due maschi Mazzalupi a un ambulante senegalese e che lo aveva lasciato ferito. I Molino ne avevano preso le difese, andando anche a denunciare la cosa ai carabinieri, ma l’unico effetto era poi stato il foglio di via per il ragazzo: a suggerire che rispetto all’immigrazione la sinistra poteva vantare ottimi principi ma che spesso rischiavano di restare tali, senza essere efficacemente applicati alla realtà. Ferie d’agosto era stato scritto nel 1994, anno della discesa in campo di Berlusconi, girato nell’estate dell’anno successivo, a governo di centro-destra già caduto per la defezione della Lega, ed era poi uscito in sala nell’aprile del 1996, poche settimane prima della vittoria elettorale dell’Ulivo con Romano Prodi. Una situazione politicamente ancora fluida, e precedente al pieno svelarsi del malaffare, degli scandali e dei processi che avrebbero caratterizzato e poi portato a conclusione la stagione berlusconiana. Allora i vizi principali di quella parte d’Italia potevano sembrare solo l’ignoranza, il consumismo e una scarsa propensione al rispetto delle regole. Come ha dichiarato Virzì, «in pratica era l’Italia del karaoke e di Colpo Grosso contro l’Italia dell’Unità e dell’impegno».
Anche Un altro Ferragosto viene scritto e girato subito dopo un nuovo giro di boa politico, il primo governo Meloni (22 ottobre 2022), ma il clima è ora molto più cupo e privo di speranza, come nerissimo è il ritratto del nuovo già citato protagonista maschile. L’oggetto del contendere è adesso qualcosa di sostanziale e identitario: la memoria storica e le radici antifasciste della repubblica italiana. Prima di morire, Sandro Molino vuole a tutti i costi terminare una lettera che sta scrivendo a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, perché sia custodita la memoria di Ventotene come culla dell’Europa contro i nazionalismi, rendendo oggetto di restauro e luogo di visita il pollaio dove Spinelli, Colorni e altri confinati si nascondevano per scrivere il Manifesto di Ventotene: «questo luogo è un simbolo e verrà preservato grazie alla nostra lettera». Con la tentata monumentalizzazione di un pollaio, Virzì vuole evidentemente colpire di nuovo l’incapacità di abbracciare battaglie sostanziali della sinistra, pur nella bontà dei suoi principi. Nel clan Mazzalupi, a parte Cesare apertamente nostalgico del ventennio (e che – pur ignaro – piscerà simbolicamente sullo storico pollaio), l’antifascismo e la Storia sono oggetti sconosciuti, tanto che Sabbry, richiesta di un parere su Ventotene come isola di confino, prima non capisce di cosa si stia parlando e poi osserva: «’sti porelli se l’hanno portati qua qualcosa avranno fatto, poi se te portano in un posto co ‘e spiaggette pure gratis non t’ha detto proprio male male».
A chiudere la questione dovrebbe essere il discorso che l’arrabbiatissimo Sandro Molino pronuncia, facendo irruzione alla festa di matrimonio dei Mazzalupi: «Abbiate il coraggio di dirlo che per voi l’antifascismo non è un valore! Cos’è il fascismo al giorno d’oggi? Il nazismo in Germania è un’onta per tutti, mentre in Italia al giorno d’oggi la parola pasta e fagioli non è più una parola brutta. Chi oggi la invoca non va in galera, ma fa carriera e se la parola fascismo sta bene, la parola democrazia sta malissimo». Tutto giusto, se non fosse che la malattia di Sandro gli fa talvolta sbagliare le parole, così che al posto di “fascismo” gli è uscita appunto “pasta e fagioli”. Abbiamo perso le parole, sembra dire Virzì, le abbiamo usurate e svuotate. Dopo tanto parlare, sarebbe ora di agire, come fa Sandro nella sua visione in punto di morte, unendosi a Spinelli, Pertini, Colorni e agli altri confinati che al crollo del regime lasciano Ventotene per andare a combattere e costruire una nuova Italia: «finalmente liberi, liberi dalla dittatura, ma anche dall’ignoranza, dalla stupidità, dal cazzeggio cinico e dalla vanità».
