“Paternal leave”. Ma che freddo fa in questa famiglia che non c’è

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Innanzitutto, il titolo. “Paternal leave” è il congedo parentale, quel periodo di assenza dal lavoro che l’uno o l’altro dei genitori può prendere per accudire il proprio figlio. Paternal leave gioca di allusione a questa espressione: letteralmente sarebbe il congedo di paternità, ma nel film quello che si vede è piuttosto un congedo dalla paternità, e pure illimitato.

Lui è Paolo, istruttore di surf e di vari altri lavoretti marini stagionali, che in una giovanile storiella estiva ha messo incinta una tedeschina, per poi sparire letteralmente nel nulla. Sulla carta un vero vitellone – tanto più che siamo ai lidi romagnoli – che appunto avrebbe potuto essere interpretato perfettamente da Franco Fabrizi. Invece a Luca Marinelli non è permesso dalla regista Alissa Jung (incidentalmente sua moglie) di esprimere neppure un grammo di cinismo, così è tutto occhi smarriti, dolente inadeguatezza e vittimistiche lamentele: «Per dieci anni non sono riuscito ad avere un’altra relazione!».

Lei è sua figlia Leo (Juli Grabenhenrich, molto brava), una quindicenne che ha appena scoperto improvvisamente e per caso chi sia suo padre e dove viva; decide quindi di venire in l’Italia, all’insaputa della madre, per conoscerlo. Ma non si tratta di una fuga da casa, perché, come vedremo nel prosieguo della storia, quello che la regista si sforza di evitare come la peste è il melodramma, che sarebbe lo sbocco naturale di una storia del genere, a meno che uno non voglia farne una commedia. Ma questo è un film da festival – è stato presentato alla Berlinale 2025, dove ha anche vinto un premio –, quindi serietà, austerità e niente trappole sentimentali né risate. Così per non avere madri disperate e piangenti tra i piedi, la Jung si deve inventare e tenere in piedi noiosissime spiegazioni sul fatto che la mamma lavora due giorni di fila senza interruzione, così prima la figlia può far finta di essere a casa e poi inventarsi invece di essere a una festa di compleanno prolungata ecc. ecc. Fra l’altro questa madre noi non la vediamo mai, si fa viva solo per telefono o per messaggio, così si perde la possibilità di avere il suo punto di vista su tutto quello che sta succedendo, oltre che sul passato.

Una volta arrivata a Marina Romea, triste e vuota come solo il mare d’inverno sa essere, la ragazza si presenta al padre, lo fa sedere a un tavolo e con tanto di quadernetto in mano inizia a porgli una serie di domande che si è preparata: di dov’è, che studi ha fatto, se i suoi genitori sono ancora vivi. Sembra – e forse è – un’idea piuttosto bislacca, ma è l’unico momento del film nel quale speriamo finalmente di sapere qualcosa di più concreto di almeno uno dei personaggi e di quello che è successo quindici anni prima. Purtroppo la lista di domande si interrompe alla numero tre, lui sentenzia «non puoi pensare di conoscere qualcuno intervistandolo» e molla tutto per andare a farle la pasta al sugo. Di fronte ai rigatoni, crediamo siano già arrivati al momento di riscoprirsi famiglia, ma la regista è tedesca ed evidentemente non le è mai stato inculcato che dove c’è Barilla c’è casa. Così inizia una serie di ripetitive schermaglie, nelle quali lui continua a ripetere che aveva vent’anni ed era impreparato a fare il padre e lei continua a rinfacciargli la sua assenza; nessuno dei due sembra però interessato o in grado di costruire qualcosa nel presente. Per tenere in piedi il film fino alla fine, visto che non c’è nessun progresso narrativo nella storia principale, vengono inserite due sottotrame, ciascuna legata a uno dei personaggi.

Paolo, pochi anni prima, ha avuto un’altra figlia con una certa Valeria, è sparito anche con lei per un po’, ma adesso è tornato e vuole recuperare il rapporto sia con la piccola che con la madre. Ci si immagina che a un certo punto Valeria scoprirà chi è Leo, che ci sarà una spiegazione, ma ovviamente no. Tutte le potenziali scene madri sono sistematicamente evitate dalla regista. Quindi tutta questa sottotrama resta in sospeso e non arriva mai a fondersi veramente con quella principale.

Leo, invece, fa amicizia con un coetaneo picchiato dal padre perché gay, giusto per poter concludere che i padri forse è meglio non averli.

Non essendoci nel film una progressione, il finale arriva calato dall’alto, con un evento che vuol essere simbolico: l’auto del padre investe un fenicottero rosa e i due fanno per la prima volta qualcosa insieme, scavandogli la fossa e deponendovelo dentro con delicatezza. Sarà il passato che è finalmente morto e possono quindi lasciarselo alle spalle e andare avanti?

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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