Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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Le decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti sul porto d’armi e sull’aborto segnano un punto di non ritorno. La Corte ha scelto di abbandonare il piano tecnico e di scendere direttamente nell’agone politico, così ponendo una pietra tombale sulla sua credibilità come giudice delle leggi e decretando il declino del modello statunitense, associato a un ideale di civiltà giuridica avanzata.
L’ultimo ricorso è stato respinto e il prossimo 27 aprile la condanna a morte di Melissa Lucio sarà eseguita, nonostante i molti dubbi sulla regolarità del suo processo. È l’ennesima prova di quanto barbaro sia un paese che non solo prevede ed esegue la pena di morte, ma il cui sistema processuale permette con facilità di condannare senza scampo chi è troppo debole per difendersi.
Nel dicembre scorso il Congresso degli Stati Uniti ha votato un budget militare di 768.2 miliardi, ben superiore a quello dell’anno precedente (di 705.4 miliardi). La costosa avventura in Afghanistan era ormai conclusa ma l’industria bellica si è dimostrata, ancora una volta, più forte della democrazia. Intanto in Ucraina cresce il rischio di un conflitto armato devastante.
C’è, nel mondo del lavoro statunitense, un fatto straordinario. Con l’uscita dalla pandemia si sta assistendo a una scarsa disponibilità dei lavoratori a riprendere l’attività alle condizioni precedenti, a dimissioni di massa, a scioperi per ottenere condizioni di lavoro più dignitose. È una inversione di tendenza inattesa, che potrebbe rendere la società statunitense finalmente un po’ meno diseguale.
Dopo il rovinoso ritiro delle truppe Usa da Kabul sono in molti a pronosticare la fine del “sogno americano”. È vero che le analoghe previsioni fatte dopo la caduta di Saigon sono state smentite dai fatti. Ma allora, nel 1975, c’era nella società statunitense una speranza di giustizia e di cambiamento che oggi, sull’onda di una crisi sociale gravissima, sembra definitivamente tramontata.
Da vent’anni a questa parte, l’11 settembre è stato solo l’anniversario del tragico e spettacolare attacco alle torri gemelle. Da quest’anno, dopo il rapido e inglorioso abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe Usa, porterà con sé anche il ricordo di una guerra assurda, combattuta ai danni di tutti, salvo che dell’industria bellica.
A Bessemer ha vinto Amazon. La consultazione tra i lavoratori per ottenere il diritto a organizzarsi in sindacato ha visto la vittoria del no. I lavoratori della gig economy sono la nuova classe operaia ma mancano oggi di una capacità di reagire e di far rete tra loro. È un segno dei tempi che potrà essere invertito solo dal basso.
È in atto, in Alabama, uno scontro di grande importanza per il futuro delle condizioni dei lavoratori negli Stati Uniti. I dipendenti di Amazon hanno infatti indetto, nonostante le intimidazioni, una consultazione per ottenere il diritto a organizzarsi in sindacato. Sembra poca cosa ma può essere il punto di partenza per una nuova stagione della working class.
L’assalto al Congresso di Washington lascia sul tappeto, insieme a cinque morti e a una ferita istituzionale incancellabile, molti interrogativi sul futuro della democrazia e sulla lealtà della polizia e degli apparati di sicurezza. Ma anche la certezza che senza una soluzione della crisi sociale non si uscirà dalla crisi politica.
Nelle ultime elezioni la democrazia costituzionale più antica del mondo non ha dato buona prova di sé. Se non si trattasse degli Stati Uniti, ossia della prima potenza economica del globo, quel sistema sarebbe indicato come esempio di democrazia al collasso. C’è di che riflettere per tutti.