Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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L’accordo per salvare gli Stati Uniti dal default per lo sfondamento del tetto del debito è stato raggiunto. Il risultato però, per quanto celebrato da Biden come una grande vittoria per tutti, rappresenta ancora una volta una sconfitta per gli americani più deboli a tutto vantaggio di quelli più ricchi. I vincitori (scontati) di questo impasse sono innanzitutto i rappresentanti della potentissima lobby delle armi.
Negli Stati Uniti il numero dei posti di lavoro disponibili ha superato quello dei lavoratori alla ricerca di occupazione. Ciò ha determinato un calo della disoccupazione sotto il minimo storico, aumenti salariali significativi e una ripresa del conflitto sindacale. Ma la cosa, paradossalmente, preoccupa la Federal Reserve che risponde aumentando i tassi di interesse e cercando di “raffreddare” l’economia.
Comunque finisca nei tre Stati ancora in bilico, nel midterm non c’è stata la prevista vittoria travolgente dei repubblicani. Trump non ha sfondato. Ma a vincere sono stati il tatticismo, l’eccesso di polarizzazione e la manipolazione del voto (attraverso la costruzione dei collegi elettorali in base a criteri di convenienza) che hanno prevalso sul confronto di merito e ulteriormente indebolito la democrazia.
Donald Trump è il simbolo delle fragilità strutturali della democrazia degli Stati Uniti, in balia di un ex presidente che continua a trasgredire le regole del sistema democratico ma che è ancora capace di trainare il consenso di una consistente fetta dell’elettorato. Ciò rende assai delicata la gestione dei processi in corso a suo carico che, paradossalmente, gli stanno dando una grossa mano.
Le decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti sul porto d’armi e sull’aborto segnano un punto di non ritorno. La Corte ha scelto di abbandonare il piano tecnico e di scendere direttamente nell’agone politico, così ponendo una pietra tombale sulla sua credibilità come giudice delle leggi e decretando il declino del modello statunitense, associato a un ideale di civiltà giuridica avanzata.
L’ultimo ricorso è stato respinto e il prossimo 27 aprile la condanna a morte di Melissa Lucio sarà eseguita, nonostante i molti dubbi sulla regolarità del suo processo. È l’ennesima prova di quanto barbaro sia un paese che non solo prevede ed esegue la pena di morte, ma il cui sistema processuale permette con facilità di condannare senza scampo chi è troppo debole per difendersi.
Nel dicembre scorso il Congresso degli Stati Uniti ha votato un budget militare di 768.2 miliardi, ben superiore a quello dell’anno precedente (di 705.4 miliardi). La costosa avventura in Afghanistan era ormai conclusa ma l’industria bellica si è dimostrata, ancora una volta, più forte della democrazia. Intanto in Ucraina cresce il rischio di un conflitto armato devastante.
C’è, nel mondo del lavoro statunitense, un fatto straordinario. Con l’uscita dalla pandemia si sta assistendo a una scarsa disponibilità dei lavoratori a riprendere l’attività alle condizioni precedenti, a dimissioni di massa, a scioperi per ottenere condizioni di lavoro più dignitose. È una inversione di tendenza inattesa, che potrebbe rendere la società statunitense finalmente un po’ meno diseguale.
Dopo il rovinoso ritiro delle truppe Usa da Kabul sono in molti a pronosticare la fine del “sogno americano”. È vero che le analoghe previsioni fatte dopo la caduta di Saigon sono state smentite dai fatti. Ma allora, nel 1975, c’era nella società statunitense una speranza di giustizia e di cambiamento che oggi, sull’onda di una crisi sociale gravissima, sembra definitivamente tramontata.
Da vent’anni a questa parte, l’11 settembre è stato solo l’anniversario del tragico e spettacolare attacco alle torri gemelle. Da quest’anno, dopo il rapido e inglorioso abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe Usa, porterà con sé anche il ricordo di una guerra assurda, combattuta ai danni di tutti, salvo che dell’industria bellica.