Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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Trump è stato sconfitto. Ed è un fatto ampiamente positivo. Biden, peraltro, ha costruito la sua vittoria sulla rassicurazione dell’establishment e dell’elettorato moderato. Per politiche che riducano le disuguaglianze e assicurino i diritti delle minoranze sarà necessaria la prosecuzione delle grandi manifestazioni degli ultimi mesi.
Ancora una volta i sondaggi sono stati smentiti e le elezioni presidenziali degli Stati Uniti si stanno giocando all’ultimo voto. Ciò avrà strascichi pesanti e, con ogni probabilità, chiamerà in causa una Corte Suprema già delegittimata dalle forzature di Trump. Qualunque sia l’esito, la democrazia (non solo americana) ne uscirà indebolita.
Gli Stati Uniti attraversano una crisi economica, sociale e politica come non si era mai vista. In questo contesto, allo scontro sempre più violento nelle piazze si affianca, sul versante istituzionale, il colpo di mano di Trump per condizionare la Corte Suprema e la delegittimazione pregiudiziale delle imminenti elezioni presidenziali.
Trump, in caduta libera nei sondaggi, dichiara di voler posticipare le elezioni presidenziali. Il rinvio è all’apparenza impossibile essendo rimesso al Congresso, a maggioranza democratica. Ma la situazione è più complessa. E si affaccia il rischio, evocato da Michael Moore, che sia abbandonata l’elezione con voto popolare del presidente.
L’omicidio di George Floyd, ennesimo nero ucciso dalla polizia, ha innescato negli Stati Uniti una rivolta sociale violenta e diffusa i cui protagonisti sono i perdenti della società, ulteriormente impoveriti dalla pandemia di Covid-19. Questa volta, insieme, neri e bianchi. Se è la “resa dei conti” saranno i prossimi mesi a dirlo.
Il Supermartedì delle primarie USA ha riservato non poche sorprese. Non solo la riduzione, di fatto, a due dei candidati democratici e la resurrezione di un Joe Biden dato troppo presto per “morto”, ma anche l’apparente abbandono di Bernie Sanders da parte dei neri e dei latinos. Se così fosse sarebbe la fine di un sogno.
Con il 2020 si apre un anno cruciale per gli Stati Uniti e per il mondo. È l’anno in cui si gioca la partita presidenziale, ma non è una partita qualunque. La posta in gioco, con la vittoria o la sconfitta di Trump, è la restituzione al diritto di un ruolo di argine contro il potere. E non è una questione solo americana.
Una recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti consente al Presidente di procedere nella costruzione di un muro con il Messico, per la quale il Parlamento non aveva concesso il finanziamento. È una decisione giuridicamente discutibile che sbilancia l’assetto dei poteri dello Stato in favore del Presidente.
Da 30 anni, negli Stati Uniti, la previsione dell’arbitrato obbligatorio come meccanismo di risoluzione delle controversie sul lavoro ha privato i lavoratori di ogni tutela. A gennaio, peraltro, una pronuncia della Suprema Corte ha riaperto, per alcune categorie, la possibilità di rivendicare i propri diritti davanti ai giudici.
Quale legame c’è fra un treno e la povertà? Semplice: l’illusione, abilmente indotta dall’establishment, che una nuova linea ferroviaria faccia aumentare il PIL e che l’aumento del PIL provochi più benessere per tutti. Peccato che le vicende del mondo degli ultimi decenni dimostrino esattamente il contrario…