Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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A Bessemer ha vinto Amazon. La consultazione tra i lavoratori per ottenere il diritto a organizzarsi in sindacato ha visto la vittoria del no. I lavoratori della gig economy sono la nuova classe operaia ma mancano oggi di una capacità di reagire e di far rete tra loro. È un segno dei tempi che potrà essere invertito solo dal basso.
È in atto, in Alabama, uno scontro di grande importanza per il futuro delle condizioni dei lavoratori negli Stati Uniti. I dipendenti di Amazon hanno infatti indetto, nonostante le intimidazioni, una consultazione per ottenere il diritto a organizzarsi in sindacato. Sembra poca cosa ma può essere il punto di partenza per una nuova stagione della working class.
L’assalto al Congresso di Washington lascia sul tappeto, insieme a cinque morti e a una ferita istituzionale incancellabile, molti interrogativi sul futuro della democrazia e sulla lealtà della polizia e degli apparati di sicurezza. Ma anche la certezza che senza una soluzione della crisi sociale non si uscirà dalla crisi politica.
Nelle ultime elezioni la democrazia costituzionale più antica del mondo non ha dato buona prova di sé. Se non si trattasse degli Stati Uniti, ossia della prima potenza economica del globo, quel sistema sarebbe indicato come esempio di democrazia al collasso. C’è di che riflettere per tutti.
Trump è stato sconfitto. Ed è un fatto ampiamente positivo. Biden, peraltro, ha costruito la sua vittoria sulla rassicurazione dell’establishment e dell’elettorato moderato. Per politiche che riducano le disuguaglianze e assicurino i diritti delle minoranze sarà necessaria la prosecuzione delle grandi manifestazioni degli ultimi mesi.
Ancora una volta i sondaggi sono stati smentiti e le elezioni presidenziali degli Stati Uniti si stanno giocando all’ultimo voto. Ciò avrà strascichi pesanti e, con ogni probabilità, chiamerà in causa una Corte Suprema già delegittimata dalle forzature di Trump. Qualunque sia l’esito, la democrazia (non solo americana) ne uscirà indebolita.
Gli Stati Uniti attraversano una crisi economica, sociale e politica come non si era mai vista. In questo contesto, allo scontro sempre più violento nelle piazze si affianca, sul versante istituzionale, il colpo di mano di Trump per condizionare la Corte Suprema e la delegittimazione pregiudiziale delle imminenti elezioni presidenziali.
Trump, in caduta libera nei sondaggi, dichiara di voler posticipare le elezioni presidenziali. Il rinvio è all’apparenza impossibile essendo rimesso al Congresso, a maggioranza democratica. Ma la situazione è più complessa. E si affaccia il rischio, evocato da Michael Moore, che sia abbandonata l’elezione con voto popolare del presidente.
L’omicidio di George Floyd, ennesimo nero ucciso dalla polizia, ha innescato negli Stati Uniti una rivolta sociale violenta e diffusa i cui protagonisti sono i perdenti della società, ulteriormente impoveriti dalla pandemia di Covid-19. Questa volta, insieme, neri e bianchi. Se è la “resa dei conti” saranno i prossimi mesi a dirlo.
Il Supermartedì delle primarie USA ha riservato non poche sorprese. Non solo la riduzione, di fatto, a due dei candidati democratici e la resurrezione di un Joe Biden dato troppo presto per “morto”, ma anche l’apparente abbandono di Bernie Sanders da parte dei neri e dei latinos. Se così fosse sarebbe la fine di un sogno.