Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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Negli Stati Uniti c’era una volta l’equilibrio dei poteri, presidio di democrazia anche nei tempi più bui. Con la seconda presidenza di Donald Trump si affaccia un nuovo assetto istituzionale in cui un presidente, sciolto da regole e controlli, può far strame a suo piacimento dei diritti e delle garanzie posti a protezione degli individui. Si apre un nuovo capitolo in cui al governo delle leggi si sostituisce in toto quello degli uomini.
Da quando è tornato presidente, Donald Trump sta dando seguito alla promessa fatta in campagna elettorale di sovvertire tutte le regole del gioco democratico e di mandare in soffitta il diritto. Al di là degli effetti contingenti (pur gravissimi), c’è un problema di sistema: se i reciproci controlli tra i poteri smettono di funzionare, il pericolo che la democrazia ceda il passo a una forma diversa di governo si fa molto serio.
Il giuramento di Trump di difendere la Costituzione degli Stati Uniti è, a dir poco, surreale. Trump è, infatti, il garante di una svolta eversiva destinata a travolgere il sistema politico del Paese: la distruzione del capitalismo dal volto umano disegnato da Roosevelt e il ritorno al capitalismo di rapina di fine Ottocento, senza limiti e freni.
Donald Trump ha stravinto. Il ceto medio impoverito, stufo di una politica che ha alimentato le disuguaglianze, lo ha votato proprio per i suoi atteggiamenti eversivi e antisistema. E lo hanno votato quote crescenti di neri, di ispanici, di giovani e perfino – nonostante i suoi insulti misogini – di donne. Trump non invertirà la tendenza, e anzi probabilmente la consoliderà, ma, intanto, la rabbia ha vinto e ha minato le basi stesse della democrazia americana.
A poche settimane dal voto negli Stati Uniti domina l’incertezza e tutti gli analisti segnalano la possibilità che l’esito sia la vittoria di chi ha la minoranza dei consensi. Intanto cresce la sfiducia dei cittadini, la radicalizzazione delle posizioni e l’accettazione della violenza (anche fisica) come strumento di lotta politica.
Nel confronto televisivo con Donald Trump, probabilmente destinato a restare unico, Kamala Harris ha mostrato grandi doti retoriche, ha giocato in attacco, ha eluso le domande imbarazzanti, ha ridicolizzato l’avversario mostrandone la debolezza e, soprattutto, ha ribaltato il tavolo presentandosi come “il nuovo” a fronte del “vecchio”. Resta da vedere quanto questo giocherà su quel 28% di elettori fino a ieri incerti sulla sua credibilità.
Il partito democratico ha “incoronato” Kamala Harris candidata alla presidenza degli Stati Uniti. La Harris ha risposto infiammando la platea con il richiamo al “sogno americano” di eguaglianza, libertà e solidarietà. Ma, fuori dalla Convention, quel mondo non esiste più, mentre restano privi di risposte i principali problemi sul tappeto.
Il candidato democratico alla vicepresidenza degli Stati uniti è Tim Walz, governatore del Minnesota. La provenienza dal mondo rurale lo accomuna, anche in alcune proposte economiche, al suo avversario J.D. Vance, espressione della destra sociale. Convergenza curiosa ma di scarso rilievo ché a dettare le scelte della prossima amministrazione saranno gli interessi dei grandi finanziatori della campagna elettorale.
Con questo “viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti”, Marco D’Eramo ci offre un’affascinante prospettiva su come vive, cosa pensa, quali difficoltà incontra, in cosa crede una parte del mondo americano, quello del Sud, dove si rispecchiano i valori religiosi e quelli “machi” esaltati nella Convention repubblicana da poco terminata con l’incoronazione di Donald Trump a candidato per le presidenziali del 2024.
In un attimo Kamala Harris si è trasformata, da vicepresidente rimasta per quasi quattro anni nell’ombra, in icona del mondo dem. Ma chi è davvero la (ormai certa) candidata democratica alle presidenziali USA? Una leader accorta, capace di unire il Partito democratico e di trascinare gli elettori, o una politica camaleontica e dipendente in toto dai potenti finanziatori della sua campagna?