Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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Il partito democratico ha “incoronato” Kamala Harris candidata alla presidenza degli Stati Uniti. La Harris ha risposto infiammando la platea con il richiamo al “sogno americano” di eguaglianza, libertà e solidarietà. Ma, fuori dalla Convention, quel mondo non esiste più, mentre restano privi di risposte i principali problemi sul tappeto.
Il candidato democratico alla vicepresidenza degli Stati uniti è Tim Walz, governatore del Minnesota. La provenienza dal mondo rurale lo accomuna, anche in alcune proposte economiche, al suo avversario J.D. Vance, espressione della destra sociale. Convergenza curiosa ma di scarso rilievo ché a dettare le scelte della prossima amministrazione saranno gli interessi dei grandi finanziatori della campagna elettorale.
Con questo “viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti”, Marco D’Eramo ci offre un’affascinante prospettiva su come vive, cosa pensa, quali difficoltà incontra, in cosa crede una parte del mondo americano, quello del Sud, dove si rispecchiano i valori religiosi e quelli “machi” esaltati nella Convention repubblicana da poco terminata con l’incoronazione di Donald Trump a candidato per le presidenziali del 2024.
In un attimo Kamala Harris si è trasformata, da vicepresidente rimasta per quasi quattro anni nell’ombra, in icona del mondo dem. Ma chi è davvero la (ormai certa) candidata democratica alle presidenziali USA? Una leader accorta, capace di unire il Partito democratico e di trascinare gli elettori, o una politica camaleontica e dipendente in toto dai potenti finanziatori della sua campagna?
Per una sorta di paradosso della storia, Trump rappresenta proprio la visione dell’America che lo ha colpito. La violenza di cui il 13 luglio ha fatto le spese, affonda, infatti, le sue radici nella cultura aggressiva che egli continua a nutrire e celebrare, come il clima di esaltazione testosteronica e machista della Convention appena conclusasi ha dimostrato, insieme all’endorsment della lobby delle armi.
Per ritirarsi Biden attende, per ora, una “richiesta del Signore onnipotente”. Richiesta improbabile, a cui si affianca la difficoltà dei democratici di trovare un altro candidato. Per questo c’è chi pensa che si stia aspettando un nuovo crollo del Presidente per far cadere dall’alto delle candidature non vagliate dal basso ma di probabile successo.
Il confronto con Trump, che Biden aveva voluto per mostrare quanto la sua età non costituisse un problema, è stato un boomerang devastante. Oggi Biden viene dato perdente dai sondaggi in tutti gli Stati chiave e la sua candidatura è apertamente discussa anche dal “New York Times” e da molti donors. Il cambio di cavallo in corsa sarebbe doloroso e dall’esito incerto ma ormai molti lo chiedono in modo esplicito.
Il verdetto di colpevolezza di Donald Trump per tutti e 34 i capi di imputazione contestati apre scenari inquietanti per la democrazia degli Stati Uniti. Il rischio è che il diritto e la giustizia vengano considerati in modo diffuso come strumenti di lotta politica. È quello che, in parte, sta accadendo, anche per la pressione dell’ex presidente.
Il sostegno degli Stati Uniti all’eccidio in corso a Gaza da parte di Israele ha provocato nelle Università del Paese proteste pari a quelle di 50 anni fa contro la guerra in Vietnam. L’establishment politico e accademico sta rispondendo con una repressione che ricorda, anch’essa, quella del ‘68.
Le presidenziali Usa di novembre non saranno solo lo scontro tra due figure diversamente impresentabili come Biden e Trump. Saranno la verifica degli esiti di un cambiamento avvenuto nel profondo che ha visto un aumento a dismisura delle disuguaglianze, favorito dalle politiche economiche dei democratici.