I candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti: così diversi, così uguali

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La Convention democratica ha designato come candidato vicepresidente nella corsa contro il team Trump-Vance il governatore del Minnesota Tim Walz. Il running mate di Kamala Harris ha un curriculum di tutto rispetto come democratico doc, proviene da una modesta famiglia del Nebraska, mamma casalinga e papà direttore di una scuola, è stato a sua volta insegnante di liceo e allenatore di football americano, è un veterano militare – della Guardia nazionale – e ha alle spalle una lunga carriera come politico. Dal 2007 al 2019 è stato membro della House of Representative, in rappresentanza del Minnesota – vincendo il seggio per ben 5 volte – mentre dal 2019 è governatore di quello stesso Stato, eletto per la seconda volta nel 2022.

Tim Walz è un politico dal volto popolare, porta il cappellino con la visiera e si veste con i jeans appena può, da bravo midwesterner va a caccia ed è l’espressione più vera dell’America rurale, quella del Nebraska in cui è nato e ha vissuto molta parte della sua vita. Proprio in quello Stato, nel 1993, aveva ricevuto un premio dalla Camera di commercio per le sue attività nel mondo dell’istruzione, in quello militare e nelle comunità di piccolo commercio: una gratificazione corrispondente a un’immagine di uomo che non sembra averlo abbandonato e che oggi lo rende il candidato ideale per la conquista dei voti del Midwest. Espressione di un mondo contadino dai sani valori di una volta, in cui ha potuto godere della semplicità di vita che le località di piccole dimensioni del Nebraska gli offrivano («La mia città aveva 400 abitanti, nella mia classe di laurea c’erano 24 ragazzi, di cui 12 cugini» spiega in un’intervista alla MSBNC), Walz ha anche sofferto la morte precoce del padre, i cui insegnamenti di rettitudine, a detta di chi lo conosce, ne hanno guidato il cammino.

È poi anche il candidato della working class – così importante nella corsa elettorale in Wisconsin, Pennsylvania e Michigan – per le sue battaglie al fianco dei sindacati (l’ultima quella dell’industria automobilistica in cui si è visto parlare durante i picchetti) e per aver eliminato in Minnesota alcuni ostacoli che da tempo – altrove negli Stati Uniti – il diritto frappone al percorso di sindacalizzazione (quali per esempio i captive audience meetings, concessi ai datori di lavoro per convincere i lavoratori a votare contro la sindacalizzazione dell’azienda (https://vll.staging.19.coop/lavoro/2021/03/31/usa-i-lavoratori-dellalabama-contro-amazon/). Se durante il suo primo mandato come governatore – a fronte di un Parlamento diviso – era riuscito a ottenere un budget più alto per le scuole pubbliche in cambio di un taglio delle tasse, nel suo secondo mandato – questa volta con un Parlamento a maggioranza democratica – aveva fatto passare quel che è stato definito come “il miracolo Minnesota”. Il pacchetto di misure varato nel 2022 e descritto dal Guardian come «una delle normative più favorevoli ai lavoratori che qualunque stato americano abbia emanato nel giro degli ultimi decenni» (https://www.theguardian.com/us-news/2023/jun/07/minnesota-pro-worker-paid-leave-union), prevede infatti non soltanto il divieto delle non compete clauses (quelle clausole contrattuali, cioè, che intrappolano i lavoratori nel posto di lavoro in cui sono senza permettere loro di dimettersi per accettare un impiego meglio retribuito nello stesso settore), o degli anti-sindacali captive audience meetings, ma impone anche permessi familiari e per malattia a vantaggio dei lavoratori. Il pacchetto rafforza, inoltre, le tutele dei lavoratori dell’industria della carne e dei dipendenti della logistica Amazon, attribuisce ai sindacati degli insegnanti voce in capitolo nella decisione sul rapporto numerico educatori-allievi e crea un consiglio statale per il miglioramento delle condizioni lavorative nel settore infermieristico, campo in cui – com’è noto – lo sfruttamento è altissimo. Un vero e proprio ritorno, si direbbe, alla legislazione sociale di rooseveltiana memoria! Senza contare che fra le iniziative progressiste andate in porto di Walz ci sono anche i pasti gratuiti per studenti indigenti e la gratuità degli studi superiori per chi ha un reddito basso. Si tratta insomma di un pedigree di tutto rispetto, che fa del vice nominato dalla Harris un candidato del popolo e non dell’élite.

Ora, ciò che appare davvero interessante, è notare le fortissime assonanze fra Tim Walz e J.D. Vance, il vice e compagno di avventura presidenziale di Donald Trump. Anche J.D. Vance è espressione del profondo Midwest rurale, proviene infatti dall’Ohio e di questa sua provenienza egli fa la propria cifra umana ed elettorale. Si tratta però di un Midwest che, a differenza di Walz, Vance vive nei suoi aspetti più crudi e tragici. Il suo è il Midwest depresso, perché abbandonato dalle fabbriche manifatturiere, che la delocalizzazione selvaggia ha portato all’estero sull’onda di un diritto globale – quello del WTO per esempio – fatto a misura delle imprese predatrici (sul punto, più approfonditamente, mi permetto un rinvio al mio Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, Edizioni Gruppo Abele, 2017, p. 38 ss.). È il Midwest delle morti per disperazione dei maschi bianchi sulla quarantina, che non vedono più un futuro, raccontatoci da Angus Deaton e Anne Case in Death of Despair and the Future of Capitalism (2021): solo nel 2017 il loro numero raggiunge quello di tre Boeing 737 Max che, al completo, si schiantano al suolo!

La vita di J.D. Vance, raccontata da lui stesso nel best seller Hillybill Elegy del 2016 – dove hillbilly significa montanaro, burino, bifolco, colui cioè che proviene da una sub cultura di provincia, diremmo noi – è la vita di chi ha sofferto la depressione economica e psicologica dei luoghi in cui è nato (peraltro circa venti anni dopo Walz). La madre tossicodipendente, che chiede a lui bambino di fornirgli l’urina per il test anti droga – il cui risultato le impedirebbe altrimenti di lavorare –, la violenza, gli abusi verbali: tutto ciò fa parte del bagaglio esperienziale di Vance che diventa un piccolo delinquente, adeguandosi al modo di vivere che gli è familiare. Saranno i consigli e le preoccupazioni della nonna a portarlo a responsabilizzarsi, a studiare, a entrare in Marina fino a usufruire di una borsa di studio per veterani che, sommata a lavoretti paralleli, gli permetteranno di pagare la sua iscrizione nientepopodimeno che alla Yale Law School, nota università per super élites. Lì la conoscenza del venture capitalist miliardario Peter Thiel – anche co-fondatore di PayPal – farà il resto, portandolo a lavorare nell’ambito della finanza tecnologica e delle start up, per diventare, poi, grazie in gran parte ai finanziamenti dello stesso Thiel, senatore dell’Ohio nel Congresso federale nel 2022.

È proprio la storia personale di Vance, self made man con il cuore negli Appalachi, a guidarne la politica che, paradossalmente, sul piano economico è assai più vicina a quella di Walz di quanto si possa immaginare. Ritornato dalla California nella sua Ohio per stabilirvi la Narya Capital, una società di venture capital, la sua idea di società è quella di un mondo in cui le fabbriche possano riconquistare gli spazi perduti e dove le persone «possano ritrovare un lavoro ben retribuito, che siano andate all’università o meno» (https://www.rev.com/blog/transcripts/jd-vances-holds-back-to-back-solo-rallys). È una visione di destra sociale che prevede di ricreare piccole comunità cittadine, gravitanti intorno a industrie manifatturiere, popolate da famiglie numerose, nonché di liberare la società americana dal giogo delle grandi multinazionali, che distruggono le opportunità economiche della gente comune e alterano le regole democratiche. All’uopo – come Walz – anche Vance ha sostenuto la necessità di un aiuto alle famiglie con figli attraverso un ampio credito fiscale, sia pur per uno scopo demografico, in contrasto con la predominante visione repubblicana di non incentivare i “divanisti”, mentre – sempre in contrasto con il mainstream repubblicano – si è opposto a un ulteriore taglio fiscale per le corporation (pur promesso da Trump). Nella stessa ottica ha apprezzato il lavoro di Lina Khan, che a capo della Federal Trade Commission sta colpendo il grande business monopolista e ha redatto una norma che vieta le non-compete clauses (https://www.politico.com/news/2023/12/21/lina-khan-biden-2024-profile-00132921). Vance si è poi speso per aumentare il minimo salariale e insieme a Elizabeth Warren, senatrice della componente più liberal dei democratici, ha spinto per una normativa che colpisse il potere delle grandi banche. Per questa sua visione politico-economica la nomina a vice di J.D. Vance da parte di Trump ha causato forti malumori in una parte del partito repubblicano e, nel definirlo l’esponente della nuova destra c’è chi, come il consulente repubblicano Ken Spain, ha dichiarato che la sua ottica rappresenta un movimento tellurico all’interno dell’ortodossia del partito.

Destra sociale di Vance e progressismo liberale di Walz – entrambi uomini del Midwest (di cui aspirano a catturare i voti), veterani ed esponenti del mondo rurale e di provincia – sembrano dunque incontrarsi in uno spirito di rovesciamento di un sistema, quello statunitense, in cui il furto dei ricchi a danno dei deboli è ben espresso nel dato che i trent’anni dal 1989 al 2019 hanno visto crescere la fetta della ricchezza nazionale dell’uno per cento più ricco dal 27% al 34% e quella della metà (la metà!) della popolazione più povera decrescere dal 4% al 2% (https://www.cbo.gov/publication/58533#:~:text=The%20share%20of%20total%20wealth,the%20same%20period%2C%20CBO%20estimates). Detto in altri termini, l’uno per cento degli americani detiene oggi tanta ricchezza quanta ne possiede il 90%! Walz e Vance non sono però i candidati presidenziali e la loro idea di economia per il paese dovrà fare i conti con le – e appiattirsi sulle – politiche che la Harris e Trump faranno proprie, le quali a loro volta sono e saranno determinate dagli interessi economici dei grandi finanziatori di questa campagna. Che allora essi siano gli interessi dei big delle cripto valute o dei venture capitalist alla Thiel – come nel caso del ticket Trump – o invece quelli dei big tech tradizionali e delle grandi corporation in generale – come nel caso del ticket Harris – il vero rischio è che ancora una volta i problemi reali della troppa gente che negli Stati Uniti fa fatica ad avere un tetto sulla testa e a mettere insieme il pranzo con la cena saranno pretermessi. Se, infatti, le idee di politica economica dei vice potranno fare da specchietto per le allodole nella caccia di voti nel Midwest, c’è da scommettere che altri e più divisivi argomenti – quali immigrazione, aborto, criminalità, legalizzazione della marijuana ricreativa, protezione delle persone transgender, e via elencando – occuperanno il dibattito pubblico nazionale, con buona pace della cruciale questione sociale e del diritto a una vita degna della maggioranza degli americani, che ancora una volta saranno dimenticati.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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