Stati Uniti: ha vinto la rabbia

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Donald Trump stravince negli Stati Uniti nonostante o forse proprio per merito della sua personalità altamente eversiva. Quali lezioni trarne? Quali saranno le conseguenze per noi Europei? Il crollo dell’immagine di Paese ad alta democrazia su cui si è sempre basata l’egemonia americana significherà per l’Europa una maggior autonomia strategica e un possibile ritorno a un’economia meno bellicista e più socialmente orientata? Sono questi gli interrogativi che si aprono a seguito di una risposta massiccia dell’elettorato americano a favore del candidato più anticonformista, volgare, avventuriero che si ricordi. Le elezioni si chiudono, infatti, con una vittoria schiacciante per Trump e per i repubblicani, che prendono la Casa Bianca e il Senato, mentre è ancora in forse la Camera dei rappresentanti.

I segnali che avrebbero fatto vincere l’ex presidente erano tanti, ma fino all’ultimo minuto la maggioranza dell’opinione pubblica statunitense e dei media, anche internazionali, si è adoperata per ignorarli. Erano segnali provenienti dalla folla di coloro che da troppo tempo vivono nell’incertezza economica, stufi di promesse tradite da parte dei democratici. È invece oggi evidente quanto la questione economica abbia avuto un peso notevole nella scelta degli elettori che, frustrati dalle politiche democratiche che da Clinton in poi hanno continuato a penalizzare i più deboli, hanno votato per il Trump “rottamatore”. Chi è deluso dal sistema nutre un desiderio di caos, dice Michael B. Petersen (uno scienziato della politica danese), spiegando meglio di ogni altro ciò che in molti di noi considerano inspiegabile. «Il paradosso è che la gente, stufa del sistema politico, non sostiene Trump nonostante il suo comportamento e le sue condanne, ma lo sostiene proprio per il suo comportamento e le sue condanne». I risultati delle sue ricerche gli dicono, infatti, che «le persone che si sentono tradite dal sistema e provano rabbia finiscono per affidarsi a personaggi politici che si comportano in maniera trasgressiva». «Simili personalità», spiega lo studioso, «appaiono attraenti perché la gente si aspetta che siano capaci di prevalere contro gli avversari, in particolare contro il sistema politico che li sovrasta». Secondo questa linea di pensiero è, insomma, la lotta contro il “nemico interno” (the enemy from within) su cui Trump ha costruito la sua campagna ad avergli fatto gioco, dove l’avversario è il contesto politico che da decenni a questa parte trasferisce la ricchezza del Paese dai molti ai pochi con la connivenza – da ultimo e nonostante la presidenza Obama – del partito democratico.

Si tratta di una lettura che spiega, se confermata, la continua trasmigrazione rispetto alle tornate precedenti di una parte dei voti dei neri, degli ispanici, dei giovani e oggi perfino – nonostante gli insulti misogini del vincitore e del suo vice – delle donne verso Trump: una trasmigrazione che il 6 novembre ne ha decretato la vittoria su Harris. È però una lettura che i media fino a ieri hanno rinnegato, nascondendo la realtà di un Paese in cui la maggioranza fa fatica ad arrivare alla fine del mese (addirittura il 78% dei lavoratori – secondo i dati di Forbes, tratti da Payroll.org – va, infatti, in grossa difficoltà se riceve lo stipendio con una settimana di ritardo (https://www.forbes.com/advisor/banking/living-paycheck-to-paycheck-statistics-2024/). Così, per esempio, il 2 novembre – a tre giorni dalle votazioni – l’Economist titolava un suo pezzo: “In una nuova prospettiva. L’economia americana è fiorente e gli americani incominciano ad accorgersene” o ancora “Niente più disperazione. Anche gli uomini americani stanno meglio” (The Economist, November 2nd, 2024 p. 63), laddove il riferimento in quest’ultimo caso era alle morti per disperazione dei maschi bianchi della Rust Belt, abbandonata dalle fabbriche, raccontante da Anne Case e Angus Deaton in numeri che equivalgono allo schianto quotidiano di 3 Boeing 737 pieni per l’intero 2017 (Deaths of Despair and the Future of Capitalism, 2020).

Il Pil che cresce, così come la corrispondente ricchezza del Paese, non ci dice infatti nulla circa coloro che da quella crescita traggono vantaggio e coloro che invece ne rimangono esclusi, quando addirittura non si impoveriscono per via del furto perpetrato dai più ricchi nei loro confronti. Il triste quadro che gli Stati Uniti offrono di sé racconta come da decenni a questa parte la ricchezza del Paese sia cresciuta di tre, quattro volte, ma il 50% della popolazione non solo non ne abbia tratto beneficio, ma al contrario si sia impoverita. Che da ultimo le battaglie dei lavoratori, i quali hanno saputo sfruttare una particolare congiuntura favorevole del dopo pandemia, li abbiano portati a ottenere i primi aumenti salariali dopo quarant’anni di decrescita, non significa affatto che stiano bene. L’inflazione e l’aumento dei tassi di interesse e corrispondentemente del mutuo (per chi ha la fortuna di avere una casa in proprietà, che peraltro fintanto che il mutuo è acceso, cioè sempre, resta nelle mani della banca) ha eroso la gran parte dell’aumento salariale e la sfiducia verso un sistema, che dal 2022 al 2023 ha visto aumentare i miliardari da 704 a 748 mentre i senza tetto aumentavano del 12%, non poteva che crescere.

Se la rabbia verso il sistema – così come gli americani lo hanno conosciuto da Reagan in poi – si è oggi rivolta contro i democratici, difficilmente però il programma di protezionismo e isolazionismo proposto da Trump potrà calmarla. Per raggiungere l’obiettivo di invertire la rotta della ricchezza del Paese dai più forti ai più deboli occorrono politiche legislative sul lavoro di spessore, che non soltanto chiudano i confini alle merci straniere, ma che diano dignità ai lavoratori in patria e riducano i profitti delle imprese. Occorrono poi politiche che aumentino le tasse ai più ricchi e la rete sociale del welfare per i più deboli. Nessuna di queste politiche è tuttavia nelle corde di Trump e dei repubblicani, che hanno sempre operato in senso opposto.

Se con Trump gli americani non potranno che rimanere nuovamente – e forse perfino più ferocemente – delusi dal sistema, da queste elezioni noi europei potremmo però ricavare vantaggi. L’egemonia statunitense, infatti, da sempre si basa non soltanto sulla forza militare o sull’esportazione dei propri modelli culturali, ma è stata inevitabilmente accompagnata dalla retorica di un Paese, gli Stati Uniti d’America, a democrazia più avanzata del mondo. Quell’immagine pare oggi scemare e con essa potrebbe venir meno quel dominio statunitense che ha fatto dell’Europa una sorta di 51mo Stato americano. Una nuova era di maggior autonomia strategica di una UE meno bellicista e più sociale potrebbe essere in vista? Lo speriamo con tutto il cuore.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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One Comment on “Stati Uniti: ha vinto la rabbia”

  1. Invece, la prospettiva più realistica è ben altra. Che il Piano Draghi per l’Europa venga rafforzato. Accentramento di capitali e strozzatura del welfare, in favore di una “nuova economia” basata sulle armi. Altro che green new deal, buono oramai solo per tenere gli elmetti verdepallido sopra la soglia dello zerovirgola. Ci lamentiamo ora del 2% per la difesa? Si arriverà al 4. Trump l’aveva già detto ben prima dell’elezione: arrangiatevi. Già si stavano attrezzando da queste parti. Illudendosi di salvare la faccia, i poteri europei usciranno dalla guerra in Ucraina sostenendo a nostre spese un enorme riarmo “di deterrenza” nell’Ucraina residua. Dipingendolo ancora come un loro impegno per la pace (come già fatto a Minsk, come disse la stessa Merkel). Trump dirà di aver fatto finire la guerra, i signori della guerra lo sosterranno superando l’attuale (apparente?) contrasto come reduci dell’amministrazione precedente. E guardate un po’ chi si rivedrà: il Pompeo che in Italia s’è pappato l’infrastruttura TIM, mi pare… Dalla CIA al controllo dei dati al Dipartimento della Difesa. C’è solo da sperare che si accontentino di ciucciare dati piuttosto, che sparare e bombardare per procura. Finchè i Russi non…

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