Il tanto atteso, e per il momento unico programmato, dibattito fra i due aspiranti alla presidenza statunitense, Donald Trump e Kamala Harris, ha offerto al pubblico serale della ABC news television, a Philadelphia, uno spettacolo certamente assai diverso rispetto al precedente confronto televisivo di questa corsa presidenziale.
Il dibattito «ha evidenziato quanto le dinamiche della corsa siano cambiate da quando Joe Biden si è ritirato», titola – centrando la prima forte impressione di qualunque spettatore – il Washington Post. Kamala Harris, ora al posto di sleepy Joe (è proprio il caso di dirlo), aveva il difficile compito di non screditare il suo presidente, ma al contempo di prenderne le distanze, ben consapevole di quanto l’elettorato sia oggi critico nei confronti di Biden e del suo operato. Doveva poi evitare gli attacchi di un imprevedibile Trump in tema di immigrazione, di economia, di politica di guerra o di sua personale incoerenza e apparire anche come l’icona del nuovo, del diverso, ossia di quel cambiamento che tutti gli elettori vogliono e che finora hanno individuato soltanto nell’eversivo rottamatore Trump. Non si può dire che la vice- presidente non abbia fatto un ottimo lavoro su tutti e tre i fronti. Da navigata pubblico ministero in un mondo in cui una procedura penale “avversaria” demanda allo scontro fra accusa e difesa il raggiungimento della verità processuale, la sera del 10 settembre Kamala Harris ha messo in campo con successo tutte le sue abilità retoriche. Preparata per giorni da un team di esperti che, al pari di quanto avviene nel processo penale durante i così detti mock trials (quando la parte che ha il danaro per farlo si esercita o esamina i propri testi di fronte a una finta giuria), l’hanno messa alla prova davanti a un finto Trump in abito blu e cravatta lunga, la Harris non ha deluso i suoi addestratori. Durante il confronto ha sempre giocato in attacco, spiazzando l’avversario, ha sapientemente eluso le domande che avrebbero potuto metterla in imbarazzo, ha usato una mimica facciale e gestuale estremamente appropriata per comunicare il suo scetticismo nei confronti delle affermazioni di Trump, ridicolizzandole, e, soprattutto, ha saputo toccare i tasti più sensibili del macho e vanesio Trump, in modo da accompagnarlo con maestria nelle trappole che aveva predisposto per lui.
Emblematico è l’attacco che, al ventiseiesimo minuto circa, la Harris muove al suo avversario su un tema rispetto al quale poteva facilmente subire a sua volta un pesante attacco: quello dell’immigrazione. Dopo aver rapidamente risposto alla domanda del moderatore sulla questione oggi forse più calda negli Stati Uniti, per l’altissimo numero di migranti entrati nel Paese negli ultimi anni (più di quattro milioni fra 2022 e 2023) e poi dirottati tramite bus dai governatori del sud (in particolare da Abbott, governatore del Texas) verso gli Stati governati dal partito democratico, la vice presidente sposta il discorso sulla partecipazione alla campagna presidenziale di Trump. «Durante i tuoi rallies, la gente, stufa e annoiata, se ne va», gli dice in buona sostanza la Harris, causando un’immediata reazione emotiva nel suo avversario che, punto sul vivo della sua vanità, assume un atteggiamento difensivo che non abbandonerà più per tutto il confronto. Gli attacchi all’ego di Trump non si arrestano: la Harris gli fa presente come tanti suoi ex fedeli collaboratori lo abbiano abbandonato, ne dichiarino oggi l’assoluta incompetenza e ritengano rappresenti un pericolo per la democrazia americana (nel frattempo le relative interviste venivano mandate in onda a Philadelphia tramite Fox News, rivolte quindi proprio all’elettorato di Trump, dalla campagna pagante di Harris). Di più, oscurando il successo di un presidente in carica che prende 74 milioni di voti, la Harris dice al suo suscettibile avversario che nel 2020 è stato «licenziato da 81 milioni di americani». Non potrebbe fare di meglio per metterlo di cattivo umore!
Il colpo psicologico vincente viene, però, assestato in via definitiva quando la vice presidente accusa l’ex presidente di essere un “debole”: una critica davvero insopportabile per chi, come Trump, fa del suo machismo virile la cifra della sua ambita figura presidenziale. Nel tentativo di mostrarsi forte – e non uno che Putin “si mangia per pranzo”, come sostiene la sua avversaria – Trump sciorina i suoi rapporti personali con i capi di Stato esteri che la Harris sostiene lo irridano considerandolo un incapace. Ma, nella foga di apparire un uomo la cui parola è sufficiente a risolvere tutti i conflitti in corso, il messaggio davvero forte, quello per cui le guerre (e in particolare quella russo-ucraina) sono soltanto fonte di morte, si perde. Ugualmente poco efficace è il suo attacco al disastroso ritiro dall’Afghanistan, rispetto al quale Biden e Harris potevano essere chiamati a rispondere in ben altro modo. La Harris, inoltre, ricordando più volte a Trump e al pubblico televisivo che lei non è Biden, riesce a prendere le distanze dal suo presidente tutte le volte che del suo operato possano esserne evidenziati gli aspetti negativi, mentre assume la corresponsabilità delle sue azioni politiche quando ne può mettere in luce gli aspetti positivi. «Il ritiro dall’Afghanistan» – dice – «ha significato un risparmio di 300 milioni al giorno per gli americani», per poi sostenere – davvero paradossalmente, se si considerano le guerre che oggi gli Stati Uniti appoggiano e alimentano – che per la prima volta durante la sua vicepresidenza nessun soldato statunitense è stato impegnato in una guerra.
Così mentre la Harris, da buona prosecutor, mette in rilievo le varie reali condanne, civili e penali, di Trump (che non ha ancora ricevuto una pena perché il giudice Merchan ha deciso di posticiparne l’inflizione al termine delle elezioni) sottolineando in tal modo la distanza che passa fra lei, tutrice dell’ordine costituito, e lui, riconosciuto colpevole di una felony (cioè di un crimine) da una giuria popolare, l’ex presidente si scaglia contro assurdi e inventati reati che migranti haitiani avrebbero commesso a Springfield, in Ohio: affamati avrebbero mangiato gli animali domestici degli abitanti locali. “Estremismi!”, ha buon gioco a rispondere la Harris, conquistando così l’ambìto posizionamento al centro, a fronte di un Trump che la vorrebbe dipingere come marxista, ma che le contesta altresì di essersi talmente avvicinata alle sue posizioni da poterle inviare una cappellino con la scritta “maga”.
L’attacco dell’ex presidente all’incoerenza mostrata nel tempo dalla Harris – che oggi smentisce le posizioni progressiste sul definanziamento della polizia, sul divieto di fracking, sui limiti alle armi di assalto e in tema di immigrazione, assunte durante le primarie del 2020 – perde in tal modo di tiro e consistenza. La vice presidente elude con facilità la spinosa questione, che le viene proposta anche dal moderatore, il quale le domanda come possa contemporaneamente sostenere di aver mantenuto fermi i suoi valori pur avendo cambiato radicalmente idea su tutti quei temi. Ed è forse questa l’unica, swppur cruciale, pecca della brillante performance della Harris, uscita vincitrice dal confronto perfino agli occhi dei suoi avversari repubblicani. Prima del dibattito, i sondaggi la davano in stallo, a un punto indietro rispetto a Trump. Il 28% dei votanti dichiarava di non conoscere abbastanza le sue posizioni politiche e per questo di non fidarsi di lei, a differenza del solo 9% di coloro che avevano lo stesso dubbio in relazione a Trump. Fin dall’inizio il confronto, dunque, si presentava non tanto come un test per Trump – i cui elettori lo votano per quello che è, ben consapevoli di quanto sia fuori dalle righe, anzi forse proprio per questo – quanto come una prova per la Harris. Ora, se certamente la sua felice performance l’ha rafforzata presso coloro che già credevano in lei, bisogna capire se sia riuscita a dissipare i dubbi di quel fondamentale 28% dei votanti, pur non avendo chiarito appieno le sue ambivalenze nel tempo.
L’aiuterà l’aver formulato alcune proposte economiche a vantaggio della classe media, in un’ottica di quella che ha definito “un’economia delle opportunità”, quali uno sgravio fiscale di 6000 dollari per le famiglie con figli minori, o di 50.000 dollari a favore dei piccoli imprenditori o ancora un’assistenza economica di 25.000 dollari a chi voglia acquistare una prima casa? L’aiuterà l’aver messo in rilievo come la proposta di Trump di dazi sulle merci importate, si sostanzi in una tassa di fatto per i consumatori? Potrà contare su un maggior numero di voti a suo favore per essersi presentata come la candidata del nuovo, come aveva fatto a suo tempo Barack Obama ottenendo larghissimi consensi? Lo slogan questa volta non è più: “Yes we can”, riferito al “Change we need”, bensì “Let’s move forward” “Let’s not go back”, “andiamo avanti”, “chiudiamo con il passato”, ripetuto più e più volte come un mantra, laddove nel “passato” è ovviamente ricompresa anche l’età, quella avanzata di Trump in confronto ai 59 anni di Kamala Harris.
Nuovamente in contrapposizione al messaggio veicolato dal suo avversario, l’appello finale della candidata del partito democratico è poi per una presidenza non divisiva, ma al contrario di condivisione ampia. Si tratta di un proposito certamente meritevole in un momento di polarizzazione estrema, quale oggi presente nella politica statunitense. È però un proposito che appare difficilmente realizzabile in un contesto come quello americano, in cui tutto passa per lo scontro, dalla ricerca della verità processuale alla presentazione dei candidati politici: non è, in fondo, proprio dalla vittoria nello scontro di martedì 10 che la Harris spera di aver guadagnato i voti necessari per vincere il 5 novembre?
