Kamala Harris entusiasma la Convention, ma non scioglie i nodi più rilevanti

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La Convention del partito democratico, cominciata lunedì 19 agosto all’United Center di Chicago all’insegna dell’entusiasmo per la sostituzione dell’ultimo minuto della candidatura presidenziale, si è aperta in un clima che all’occhio esterno non può che apparire stucchevolmente sentimentale ed esageratamente patriottico. Il profilo di marito e padre meraviglioso dell’attuale presidente, fornito dalla moglie Jill Biden e dalla figlia Ashley Blazer; la pubblica dichiarazione del grande amore nei confronti della moglie da parte di Joe Biden e le lacrime di quest’ultimo dopo le parole della figlia o quelle degli astanti – in particolare del vice scelto da Kamala Harris, Tim Walz – a seguito della testimonianza del presidente di profondo attaccamento alla nazione cui ha dedicato la vita; così come le migliaia di cartelli innalzati dal pubblico recanti la scritta We love Joe, restituiscono all’osservatore terzo un’impressione di sdolcinata kermesse.

È tuttavia una sensazione che il pubblico americano pare non condividere: per lui il messaggio di buoni sentimenti familiari di un partito che si vive come una famiglia sembra mantenere valore e credibilità. Ugualmente elettrizzante per quel pubblico, pur se abbastanza stupefacente nella prospettiva esterna, è l’enfasi posta sulla grandezza degli Stati Uniti e sull’orgoglio di essere americani, che Harris come Biden hanno fatto propria, al grido – la prima – che non abdicherà alla leadership globale degli USA, ma la rafforzerà e manterrà la supremazia degli Stati Uniti sulla Cina, continuando anche a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina. Sulla stessa linea si è posizionato il secondo, quando ha affermato: «dobbiamo ricordare chi siamo: siamo gli Stati Uniti d’America e non c’è nulla che non possiamo fare se restiamo uniti»; o ancora: «La Cina non ha superato gli Stati Uniti, nessuno lo ha fatto!». Si tratta, a ben vedere, di una prospettiva assai preoccupante, che richiama la Grand Strategy di Robert D. Blackwill and Ashley J. Tellis del 2015 (Revising U.S. Grand Strategy Toward China), i quali illustravano l’approccio egemonico degli Stati Uniti, il cui obiettivo era e resta il dominio del mondo a tutti i costi (https://carnegie-production-assets.s3.amazonaws.com/static/files/Tellis_Blackwill.pdf), ciò che fornisce molte spiegazioni in ordine alla situazione bellica in cui oggi ci troviamo tristemente immersi.

Alla Convention democratica hanno partecipato personaggi dello spettacolo come Oprah Winfrey e tutti i grandi nomi dell’establishment, dagli Obama ai Clinton, alla Pelosi, per nominarne alcuni, ma anche chi, come Alexandria Ocasio-Cortez, si è posizionata al centro nella speranza di ottenere riconoscimenti nell’amministrazione in caso di vittoria. Non poteva poi certamente mancare il second – aspirante first – gentleman Dough Emohff, marito di Kamala Harris, che nello stile intimistico e sentimentale della Convention ha condiviso con il pubblico il suo primo incontro romantico con la moglie. Una partecipazione importante, nel primo giorno della Convention, è stata inoltre impersonata dal leader del sindacato dell’automotive (UAW) Fain Show, il cui appoggio è cruciale negli swing States del Rust Belt (Wisconsin, Pennsylvania e Michigan), persi da Trump la scorsa tornata solo per pochi voti. Occorre però segnalare la significativa assenza di Sean O’Brien, presidente della Teamsters Union, il quale – non invitato alla Convention democratica – ha invece partecipato a quella repubblicana. Quest’ultimo è un sindacato che rappresenta 1.3 milioni di iscritti e che ha vinto molte battaglie contro le multinazionali, del cibo come dei trasporti. L’assenza del suo leader non solo ha costituito, pertanto, una seria défaillance per i democratici, ma rispecchia altresì una divisione interna ai sindacati statunitensi, diversamente attratti dalle alternative promesse democratiche e repubblicane a favore di un miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

La penultima e l’ultima sera – mercoledì 21 e giovedì 22 agosto – sono state dedicate agli interventi di Tim Walz e naturalmente della stessa Harris, la quale ha accettato la nomina di candidata presidenziale del partito di fronte a una platea in delirio. E mentre anche in questo caso non è mancato il tocco sentimentale di un figlio, quello di Walz, che indicando Tim quale sue padre (That’s my dad!) non ha trattenuto le lacrime dando vita a un video divenuto virale, entrambi i candidati hanno puntato sui buoni valori di un mondo che – soprattutto negli Stati Uniti – non esiste più, fatto di solidarietà fra vicini di casa, opportunità per tutti, rispetto e compassione per il proprio prossimo. Si tratta di una visione da new small-town conservatives, come è stato opportunamente sottolineato (https://www.nytimes.com/2024/08/20/opinion/tim-walz-small-town-conservatives.html), che mira a ricostituire una classe media che non c’è più, offrendo prospettive di crescita per tutti. L’obiettivo era certamente quello di proporre una visione antitetica a Trump che, nelle parole di entrambi, pensa solo a se stesso e ad aiutare i suoi amici miliardari, ma nessuno dei due ha spiegato come mettere effettivamente in pratica un programma, che da troppo tempo i democratici hanno nei fatti abbandonato. Libertà – riproduttiva, sessuale e di genere, dalle armi, dall’inquinamento e di voto – ed eguaglianza sono state le bandiere del progresso («Non torneremo indietro […] progettiamo un nuovo cammino in avanti», ha detto la Harris), fatte proprie dai due candidati, in un tripudio per la ritrovata unità all’interno del partito. «When we fight»«quando lottiamo» – (ovviamente tutti insieme) urlava la Harris, «we win» «vinciamo» –, rispondeva la platea, dando fiato al nuovo mantra della campagna democratica.

A differenza di quel che Biden e Harris vogliono far credere, la famiglia del partito democratico è però meno unita di come appare. La spina nel fianco è rappresentata dalla questione palestinese, che costituisce un considerevole fattore di divisione. Per quanto raffreddato dalla sostituzione della candidatura presidenziale, il movimento dei non committed, ossia di coloro che non hanno votato per Biden esprimendo 33 delegati alla Convention in segno di protesta contro il consistentissimo appoggio militare fornito a Israele è, infatti, comunque rilevante. Certo l’attesa per una tumultuosa richiesta di piazza di un immediato embargo di armi nei confronti dello Stato che sta commettendo le peggiori atrocità contro un intero popolo – di cui metà costituita da bambini –, le cui proporzioni si preannunciavano analoghe alle epiche proteste del 1968 contro la guerra in Vietnam, è andata delusa. Non sono mancati marce e arresti, ma le aspettative di 30-40.000 persone per le strade di Chicago e di fronte all’United Center sono state ampiamente disattese. Ciò nonostante la presenza del movimento si è fatta sentire attraverso il primo panel della storia della Convention democratica dedicato alla questione medio orientale, anche se non è stato concesso ai palestinesi di far sentire la propria voce dal palco, come è invece accaduto per una coppia di ebrei americani il cui figlio è ostaggio di Hamas. È, d’altronde, proprio in considerazione del profondo sconcerto della maggioranza dei democratici nei confronti della carneficina in corso in Palestina che la Harris non ha scelto Josh Shapiro quale suo vice, poiché avrebbe in tal caso quasi certamente perso il cruciale Michigan, ossia lo Stato dove la popolazione arabo-americana è più consistente (https://vll.staging.19.coop/rimbalzi/2024/08/20/non-e-al-centro-che-si-vince-ne-negli-stati-uniti-ne-in-italia/). È tuttavia difficile immaginare un cambio di rotta del duo Harris-Walz nei confronti del conflitto medio-orientale in corso, perché la lobby israeliana negli Stati Uniti è potentissima: basti pensare a come ha fatto fuori alle primarie i due più forti candidati democratici contrari a Israele – Cori Bush e Jamaal Bowman utilizzando il danaro (decine di milioni!) dell’American Israel Public Affair Committee (AIPAC) (https://www.nytimes.com/2024/06/20/nyregion/aipac-bowman-latimer.html; https://www.haaretz.com/us-news/2024-08-07/ty-article/another-victory-for-aipac-wesley-bell-and-8-5-million-defeat-squad-member-cori-bush/00000191-2adb-d2a9-a5dd-3edb30180001). Come possono però i democratici parlare di libertà, mentre si voltano dall’altra parte di fronte alle torture dei civili palestinesi imprigionati in una terra che è diventata un inferno? Come possono perorare la causa di un’America libera dal danaro dei miliardari, quando sono silenti di fronte all’uso del danaro dell’AIPAC per escludere Cori Bush dal suo seggio al Congresso? E ancora, come può un partito sostenere l’importanza dell’eguaglianza e della compassione, mentre difende e sostiene militarmente uno Stato che tratta i palestinesi come una razza inferiore, li ammazza e mutila 10 bambini al giorno senza pudore?

Sono queste le domande che una parte dei democratici, soprattutto i più giovani, continuano a porre a se stessi e a Kamala Harris. Per quanto, infatti, Kamala tenda, a parole, a rimanere nell’ambiguo mondo di mezzo («Sosterrò sempre il diritto di Israele di difendersi e non gli farò mai mancare il mio appoggio», ha detto, spendendo nel contempo parole di commiserazione per le morti innocenti palestinesi e di sostegno al diritto di quel popolo alla dignità, libertà e autodeterminazione), nei fatti l’appoggio militare degli Stati Uniti a Israele continua incondizionato: ne è testimonianza la vendita futura di armi per 20 miliardi di dollari appena approvata da Biden a suggello di una intesa permanente USA-Israele. Prima o poi però la Harris di quelle domande poste dalla base, cruciali per la credibilità sua e del partito tutto, dovrà farsi carico se vorrà offrire al suo elettorato non soltanto il volto sentimental-romantico di questa Convention, ma anche una risposta che sia davvero umana.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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