Come ridurre lo sfruttamento del pianeta?

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L’Earth Overshoot Day o EOD (in italiano giorno del sovrasfruttamento della Terra”) è il giorno dell’anno in cui vengono esaurite tutte le risorse naturali che il Pianeta è in grado di rigenerare e si cominciano a usare risorse prese a prestito dalle generazioni future. Di esso si è già detto su queste pagine (https://vll.staging.19.coop/rimbalzi/2025/08/08/overshoot-day-la-via-delle-scelte-disarmanti/), ma conviene tornaci per alcuni approfondimenti. Se questo giorno cade a fine anno, l’impatto sul Pianeta è in equilibrio, cioè il genere umano utilizza quanto la Terra può rigenerare; al contrario più l’EOD cade in anticipo più i nostri consumi graveranno sui nostri discendenti. Questo debito ecologico, che rapina le risorse alle generazioni future, deriva da consumi eccessivi, sprechi, emissioni di gas serra con in testa l’anidride carbonica, alterazione della copertura arborea per una deforestazione dissennata, degrado dei suoli, estensione sempre più allargata dell’agricoltura industrializzata, con l’abuso di prodotti chimici, diffusione esagerata di allevamenti intensivi di animali a discapito degli ecosistemi naturali e della fauna selvatica, ipersfruttamento delle risorse oceaniche, produzione incontenibile di rifiuti, con la diffusione delle microplastiche addirittura nel sangue umano. Tutto ciò avviene a discapito della biodiversità e della capacità rigenerativa del pianeta, andando a intaccare le risorse che vi erano state accumulate per milioni di anni ed è strettamente connesso al sistema economico capitalistico che punta esclusivamente al guadagno di pochi, in un’ottica del “tutto ed ora”, in totale spregio del benessere collettivo.

L’Overshoot Day è una data simbolica calcolata ogni anno dal Global Footprint Network (GFN), una Ong indipendente che elabora dati ONU con lo scopo di farci riflettere sulla politica attuata nei confronti del pianeta e di fornire strumenti di contabilità ambientale utili a decisori politici, cittadini, associazioni, agenzie di sviluppo internazionale, aziende e istituzioni finanziarie. Global Footprint Network ricava i dati demografici e sul commercio delle materie prime, su agricoltura, foreste, pesca e su consumo, produzione e fonti di energia dalla Divisione statistica dell’ONU, dalla FAO, dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e da moltissimi Stati, integrandoli con elementi tratti dagli studi più recenti di riviste scientifiche e ricerche internazionali. Quindi elabora i dati delle le risorse naturali quali ossigeno, cibo, legname, acqua, fibre, spazio per le infrastrutture urbane, capacità di assorbire rifiuti, foreste per neutralizzare le emissioni di CO2 e li mette a confronto con il fabbisogno di risorse. I valori di entrambe vengono rapportati a una superficie biologicamente produttiva necessaria per sostenere i nostri consumi e smaltire i rifiuti che produciamo, e vengono espressi tramite la superficie equivalente necessaria per produrli, indicata in ettari. La frazione ottenuta confrontando la biocapacità (cioè, quante risorse naturali abbiamo, quante ne usiamo e chi usa cosa) con l’impronta ecologica (cioè il segno che l’umanità lascia ogni giorno sul Pianeta) può essere intesa come un rapporto tra offerta e domanda e viene poi moltiplicata per 365 (i giorni dell’anno) così da individuare sul calendario una data, sia globale per la Terra, sia per i singoli Stati, paesi, comunità, persone.

Quest’anno l’Overshoot Day è caduto il 24 luglio a livello planetario, ma per l’Italia ben prima, il 6 maggio e per l’Unione Europea il 29 aprile. La data ci ricorda che da quel momento sottraiamo beni e risorse ai nostri discendenti; mantenendo l’attuale ritmo di crescita, abbiamo consumato 1,8 volte la quantità di risorse che il pianeta è in grado di fornirci e visto che la biocapacità globale disponibile è 1,48 ettari globali, per soddisfare i consumi attuali ci servirebbero 2,7 pianeti. Abbiamo accumulato un debito ecologico teorico di 22 anni che è come dire che ci servirebbero più di vent’anni di rigenerazione continua per pareggiare i conti. Purtroppo, non tutti i danni sono reversibili e recuperare le specie estinte e i ghiacciai persi non sempre è possibile. Il Green Deal, la legge per il Ripristino della Natura, e le proposte dell’Unione Europea che si ispirano agli obiettivi dell’agenda ONU 2030 vanno nella direzione giusta, ma la continua intromissione delle lobbies dei produttori di petrolio e dell’agro business a livello globale e locale, frena pesantemente i tentativi di passare da un’economia finanziaria capitalistica altamente impattante a una economia circolare ed equa che favorisca la giustizia ambientale e sociale. Per non parlare delle aberrazioni della guerra che, oltre a uccidere vite umane e a distrugge comunità, diffonde sostanze tossiche provocando la devastazione di enormi territori e dissipando incredibili quantità di energia e materie prime. L’Unione Europea, con altre nazioni, si era avviata sulla via della rigenerazione, ma vi è stato un brusco arresto causato dal ricatto di Trump: dazi e richieste molto esose per l’acquisto di armi, con l’imposizione del blocco totale delle tasse alle multinazionali del Big Tech, distoglieranno enormi quantità di denaro da progetti di rigenerazione ambientale e giustizia sociale. D’altro canto, l’attuale modello di sviluppo non è compatibile con i limiti del pianeta, un deciso cambio di rotta non è un optional ma una necessità di sopravvivenza.

Per far avanzare la data dell’Overshoot Day per un impatto meno disastroso occorre agire su aree chiave quali città, energia, cibo, popolazione, pianeta e gli attori del possibile cambiamento sono famiglie e aziende, ma soprattutto finanza e decisori politici.

I fattori che influenzano il calcolo dell’Overshoot Day sono: la produzione e il consumo di energia (soprattutto da fonti fossili); l’uso del suolo e del sottosuolo, compreso quello dei fondali marini; l’estrazione e il consumo di risorse naturali; le abitudini alimentari legate ad agricoltura, allevamento, pesca; le emissioni di gas serra come anidride carbonica, nitrati, ozono; la quantità di rifiuti prodotti; l’acqua, con le risorse idriche, i ghiacciai, le sostanze che la inquinano; il contenimento demografico. Le conseguenze dell’attuale sfruttamento dissennato sono un campanello di allarme che evidenzia l’urgenza di rivedere gli attuali modelli capitalistici di consumo e produzione per approdare a pratiche di economia circolare, più sostenibili per l’ambiente. Sempre più estesi sono i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, l’erosione e l’infertilità del suolo, le crisi idriche ed alimentari, con conseguenze disastrose che causeranno l’esodo di milioni di migranti ambientali.

Fino agli anni ’70 l’Overshoot Day cadeva a fine anno, ma da allora la data è sempre più arretrata, segnalando un pesante debito con le generazioni future e un aumento vertiginoso dell’impronta ecologica per le nazioni a economia più avanzata. Per un confronto secondo parametri omogenei, si considerano i consumi e la disponibilità pro capite, espressa in ettari, necessari per rigenerare le risorse perse. Inoltre, non per tutti i paesi la situazione è identica. A fronte di un’impronta sostenibile di 1,6 ettari pro capite, si possono individuare su un totale di più di 160 nazioni, tre fasce. La prima fascia è costituita dai grandi consumatori, economie avanzate con un’impronta decisamente non sostenibile, responsabili principali dello sfruttamento della Terra. Tra questi vi sono molti paesi produttori di petrolio, caratterizzati da uno stile di vita opulento; essi usano tecnologie e industrie molto energivore e consumano il 70% delle risorse del pianeta a discapito di tutti gli altri popoli. Ai primi posti: Qatar 15 ettari, Lussemburgo 12,8, Singapore 10,6; tra i 9 e gli 8 ettari, Estonia, Mongolia, Canada, Lettonia; Stati Uniti 7,9. I paesi con un deficit di riserve maggiore, poi, sono Mongolia, Stati Uniti, Canada, Qatar e Oman. In Europa Danimarca, Estonia e Lettonia. Per fortuna alcuni di essi hanno avviato riforme, per abbassare la loro impronta ecologica: spiccano Singapore, Bahamas e, in Europa, la Danimarca. La seconda fascia è un gruppo intermedio con valori al di sopra di 1,6, in cui rientra buona parte degli Stati europei compresa l’Italia che peraltro necessiterebbe di 4,5 ettari e si trova al 39º posto. C’è, infine, la terza fascia composta dai paesi virtuosi, 50, dal tenore di vita molto basso con in fondo Haiti, Burundi, Yemen e altri paesi di Asia ed Africa con l’ Uruguay che ha visto spostare la sua data EOD di 2 mesi e mezzo (17 dicembre) e, in Europa, solo l’ Albania. I paesi più poveri dunque, afflitti più degli altri dalle conseguenze dei disastri ambientali e presto costretti ad abbandonare i loro territori per sopravvivere, pagano un prezzo per la loro sopravvivenza molto alto pur non essendo responsabili di questi disastri, causati dalle società avanzate più ricche ed energivore. Da recenti ricerche scientifiche risulta, inoltre, che il 75% delle emissioni cumulate di gas clima alteranti dal 1988 al 2015 è stato causato da circa 100 compagnie petrolifere. Da decenni le major del settore ne conoscono gli effetti nefasti sul clima, ma per anni hanno investito e investono miliardi al fine di insabbiare queste notizie tramite informazioni fuorvianti. Ridurre del 50% le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili, per esempio, significherebbe spostare l’Earth Overshoot Day di tre mesi. È giunta l’ora che l’industria dell’“oil & gas” paghi per le sue responsabilità, finanziando i processi atti a modificare l’intero sistema economico (Marco Grasso e Stefano Vergine, Tutte le colpe dei petrolieri, Piemme, 2020).

Il PIL, indicatore prevalentemente commerciale, ha mostrato da tempo i suoi gravi difetti, per monitorare lo stato di salute del pianeta. Ci vuole un altro indicatore che tenga conto di benessere, coesione e giustizia sociale, tutela della natura, contenimento di sprechi e consumi in un’ottica di economia circolare e rispetto dei diritti di tutti gli esseri viventi. Inoltre, il deciso contenimento dell’impronta ecologica nel 2020 a causa del Covid, con l’effetto positivo sull’Overshoot Day, conferma la possibilità di rigenerazione. Lo stile di vita dei paesi virtuosi suggerisce che è possibile applicare strategie atte a riportare i consumi entro i livelli definiti dalle capacità rigenerative della Terra. Sarebbe utile, in particolare: ridurre il consumo di carne (l’alimentazione a base vegetale richiede meno risorse e l’alimentazione sostenibile impone più prodotti locali e stagionali); spostarsi in modo sostenibile, privilegiando mezzi pubblici, biciclette o veicoli elettrici; consumare in modo responsabile, riducendo sprechi e rifiuti; preferire il riciclo e l’economia circolare; supportare energie rinnovabili (solare, eolico e altre fonti pulite); agire collettivamente (votare per politiche ambientali, sostenere iniziative green, partecipare a progetti comunitari); promuovere politiche globali, con accordi vincolanti per la tutela dell’ambiente; attuare una politica demografica di contenimento delle nascite; far pagare a chi inquina i danni ambientali causati.

Per concludere, l’impronta ecologica individuale si è attenuta in media del 12,9% dal 2000 in avanti. Il che dimostra che combinando tecnologiascelte individuali e politiche strutturali sarebbe possibile spostare l’Overshoot Day di 5 giorni ogni anno ed entro il 2050 la capacità di rigenerazione della Terra potrebbe tornare in equilibrio con i consumi degli esseri umani. Non è un’utopia: è una media realistica. Ma serve volontà collettiva e soprattutto serve che si diffonda la pace in tutti gli angoli del mondo.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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