La sfida della biodiversità

Download PDF

In febbraio si è svolta a Roma, nella sede della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) la COP 16, Conferenza delle Parti per la Convenzione sulla Biodiversità, riprendendo i lavori iniziati a Cali in Colombia e sospesi per mancanza del quorum. La scelta della sede non è stata casuale, ma funzionale a sottolineare lo stretto legame tra Agricoltura e Biodiversità, senza la quale non vi possono essere sistemi agroalimentari in salute mentre l’alimentazione umana è strettamente connessa alla presenza di ecosistemi naturali ricchi di biodiversità. Infatti, nel delicato equilibrio della natura, qualunque alterazione in un punto della rete ecologica, dovuta all’estinzione di una specie, dalle più conosciute alle più piccole, porta squilibri imprevedibili nel sistema globale. La biodiversità, che assicura la presenza di piante con caratteristiche differenti e il riparo a milioni di specie animali, è la base della sicurezza alimentare ed è strettamente connessa con la buona salute di tutti i tipi di ecosistemi presenti sulla terra in quanto portatrice di diversità genetica all’interno delle specie, a sua volta fondamentale al riguardo, poiché dalla varietà delle specie dipende la capacità di sopravvivere agli eventi estremi del clima, agli attacchi di nuovi parassiti e la resilienza delle colture deputate all’alimentazione di tutti i popoli del pianeta.

Partendo da questi presupposti basati su solide teorie scientifiche, oltre alle Conferenze delle Parti sul Clima si sono avviati incontri biennali sia sulla Biodiversità, sia sulla Desertificazione.

Nella situazione attuale il massimo della biodiversità si ritrova nella fascia compresa tra i due tropici dove sono collocate le grandi foreste primarie residue. Lì sono anche concentrati i paesi meno ricchi del mondo, con economie spesso basate su un’agricoltura familiare che sfama milioni di persone nelle comunità dei popoli nativi, che da sempre seguono i cicli naturali, proteggono l’ambiente e hanno preservato la natura a discapito della propria ricchezza.

Al contrario nelle zone temperate con il clima più favorevole per gli insediamenti umani, si concentrano le economie più ricche che però hanno ottenuto la loro ricchezza dall’insediamento di grandi città con industrie e infrastrutture altamente impattanti, a discapito degli ecosistemi naturali locali spesso completamente cancellati. L’agricoltura intensiva con uso di fitofarmaci, applicata su grandi estensioni, dopo un periodo iniziale di notevole resa ha letteralmente bruciato la fertilità dei suoli per eccesso di nitrati e li ha resi via via più sterili. In Europa l’80% dei terreni agricoli è sterile e richiede un uso sempre più massiccio di prodotti chimici, che arrivano ad avvelenare le falde acquifere. Intanto gli impollinatori ne risultano avvelenati e si sono ridotti del 30% con grave pericolo per le colture.

Da qui è nata la consapevolezza, ormai globalmente diffusa e caldeggiata anche dalla FAO, che solo la biodiversità, con la protezione di tutti gli ecosistemi naturali, può assicurare un’alimentazione adeguata a tutti i popoli della terra ed eradicare la fame nel mondo.

Per rispettare i principi della giustizia climatica per tutti i poveri e lasciare alle generazioni future un mondo in salute, si tratta dunque di invertire la rotta, favorire l’integrazione tra mondo agricolo ed ecosistemi naturali, come indicato nella COP sulla Biodiversità di Montreal e trovare le risorse necessarie a sostenere economicamente la transizione ecologica delle comunità locali costituite da contadini poveri, per aiutarli a proteggere i sistemi naturali, base della vita per tutti. I capitali per questa riconversione devono necessariamente provenire dai paesi del Nord del mondo e dalle economie a tecnologia avanzata. Ma uno dei punti che ha fatto fallire i lavori iniziati nella conferenza di Cali in Colombia è stata l’ambiguità della condizione di alcuni paesi nell’elenco delle “nazioni in via di sviluppo”, tra cui la Cina e alcuni paesi arabi esportatori di petrolio, che nel frattempo hanno evoluto le proprie economie e che ancora risultavano possibili beneficiari dei fondi di sviluppo. Ad essi, ormai ricchi di capitali da investire, è stato chiesto di fornire i fondi per le nazioni più povere. Grazie alla mediazione del Brasile, a nome dei Brics (ormai il 51% della popolazione mondiale) questa impasse è stata ora superata.

Per la gestione dei Fondi si è arrivati a una mediazione. Il sistema di finanziamento GEF (Global Environment Facility), legato alla Banca mondiale, gestito dai paesi donatori e attualmente molto farraginoso, dovrà prevedere dei meccanismi semplificati di richiesta per i popoli più poveri, per poi essere eventualmente sostituito da un meccanismo autonomo di finanziamento gestito interamente dai Paesi in via di Sviluppo, il futuro fondo Cali.

Nella COP di Roma sulla biodiversità si sono affrontati soprattutto temi finanziari. Purtroppo come nella COP di Bacu sull’Ambiente, le decisioni chiave con i dettagli operativi sono state rimandate alle prossime Conferenze ma, considerando il clima politico incerto di questo periodo, il fatto di essersi globalmente accordati su obiettivi comuni è comunque un passo avanti per la Transizione Ecologica Mondiale.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

Guarda gli altri post di: