I manifesti dei padroni dell’intelligenza artificiale

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L’agenzia Axios recentemente ci ha informato che Bernie Sanders ha convocato a Washington esperti occidentali e cinesi per discutere su di una regolazione per via diplomatica, concordata a livello globale, dello sviluppo delle Intelligenze Artificiali avanzate (su questo stesso terreno, in precedenza con Alexandra Ocasio Cortes aveva prospettato una legge per limitare la costruzione di data center). Sanders infatti ritiene che il prossimo incontro tra Trump e Xi a Pechino debba prendere in considerazione il problema della limitazione e messa in sicurezza delle AI di ultima generazione. L’iniziativa del senatore socialdemocratico viene dopo la pubblicazione di due importanti manifesti su questo tema, quello di Dario Amodei (CEO di Anthropic, che produce Claude) e quello di Alexander Karp (CEO di Palantir).

Amodei per primo lo scorso gennaio ha pubblicato sul suo sito una specie di articolo-manifesto sui rischi tremendi che comporta l’adolescenza dell’AI dal titolo The Adolescence of Technology (titolo che agli spettatori di Netflix farà venire in mente la miniserie Adolescence, in cui un ragazzino inglese, chiuso e indecifrabile, assassina a coltellate una compagna di scuola). Contemporaneamente a Davos ha insistito su questi rischi e sulla necessità di una regolamentazione. Il primo rischio considerato può sembrare fantascientifico: la ribellione delle AI all’umanità. Tuttavia ormai c’è un’ampia documentazione sia per quanto riguarda Claude, sia per quanto riguarda altre intelligenze (anche cinesi), di iniziative autonome e soprattutto di consigli perversi dati agli utenti. Ma non gli sfuggono gli effetti catastrofici che l’uso dell’AI può avere sull’occupazione, con i pericoli che ne derivano per la democrazia: «un altro tipo di privazione del potere [dell’umanità] può verificarsi se la concentrazione della ricchezza è così elevata che un piccolo gruppo di persone controlla di fatto le politiche governative con la propria influenza, e i cittadini comuni non hanno alcuna influenza perché privi di leva economica». La democrazia è in definitiva sostenuta dall’idea che la popolazione nel suo insieme sia necessaria per il funzionamento dell’economia, «e cioè non sia estromessa dal mercato del lavoro e dalla produzione». Prosegue quindi: «Se questa leva economica viene meno, il contratto sociale implicito della democrazia potrebbe smettere di funzionare». In questo contesto di difficoltà della democrazia, Amodei sottolinea i rischi che derivano, con l’AI sviluppata e incontrollata, dalla concentrazione di eccessivi poteri di manipolazione nelle mani sia dei governi democratici sia dei padroni capitalistici delle AI. Questo ci pone di fronte a un autentico dilemma: «Prendersi il tempo necessario per costruire con cura sistemi di intelligenza artificiale in modo che non minaccino autonomamente l’umanità è in netta contraddizione con la necessità delle nazioni democratiche di rimanere un passo avanti rispetto alle nazioni autoritarie e di non esserne soggiogate. Ma a loro volta, gli stessi strumenti basati sull’intelligenza artificiale, necessari per combattere le autocrazie, possono, se portati troppo oltre, essere rivolti verso l’interno per creare tirannia nei nostri stessi paesi».

La soluzione del dilemma per il manifesto di Palantir in 22 punti, pubblicato su X il 18 aprile successivo, è molto chiara: l’urgenza di vincere la competizione è tale che rallentare la crescita indiscriminata dell’AI sarebbe fatale per l’occidente. Il testo ha uno stile tagliente e apodittico: «La decadenza di una cultura o di una civiltà, e persino della sua classe dirigente, sarà perdonata solo se quella cultura sarà in grado di garantire crescita economica e sicurezza per la collettività. I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più del semplice appello morale. Richiede hard power, e in questo secolo l’hard power si baserà sul software». Il ragionamento è schiettamente populista: al popolo bisogna dare pane e lavoro, non solo giocattoli elettronici, ma, poiché abbiamo visto ormai che il soft power dei diritti civili e della legalità internazionale non basta a mantenere l’ordine nel mondo, al potere politico va delegato il compito di mantenere l’ordine con l’hard power, che oggi non è più semplicemente quello della deterrenza atomica, ma quello della deterrenza che ha chi possiede il sistema più potente di AI (punto 12). Il manifesto è stato pubblicato in piena guerra contro l’Iran, alla quale Palantir stava dando il suo potente contributo di intelligenza artificiale (dato anche da tempo all’azione dell’ICE e a quella dell’esercito israeliano). In questo contesto si colloca l’invito a ripristinare il servizio di leva negli Stati Uniti (punto 6), invito che suona particolarmente grottesco in quanto dagli studi periodici del Pentagono risulta che da anni gli inabili alla leva nella fascia d’età giovanile sono all’incirca il 71% (per obesità, vari disturbi fisici e psichiatrici, alcool, droga ecc.). C’è poi una categorica difesa della politica americana: «Nessun altro Paese nella storia del mondo ha promosso valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono tutt’altro che perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità ci siano in questo Paese per coloro che non appartengono all’élite ereditaria rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta. La potenza americana ha reso possibile una pace straordinariamente lunga». Grazie ad essa «quasi un secolo di pace, in qualche forma, ha regnato nel mondo senza un conflitto militare tra grandi potenze. Almeno tre generazioni – miliardi di persone, i loro figli e ora i loro nipoti – non hanno mai conosciuto una guerra mondiale» (ma i 20-30 milioni di vittime delle guerre tra il 1945 e oggi non si sono sentiti meglio perché la loro guerra non era mondiale…). Non manca poi un invito ad accettare senza troppo cavillare Trump e la sua politica. Si tratta di un riferimento implicito, ma ai tempi degli Epstein files abbastanza chiaro: «Dovremmo mostrare molta più comprensione verso coloro che si sono dedicati alla vita pubblica. Eliminare ogni spazio per il perdono – abbandonare ogni tolleranza per la complessità e le contraddizioni della psiche umana – potrebbe lasciarci con una schiera di personaggi al potere di cui ci pentiremo in futuro». Sul versante opposto Karp sostiene che c’è troppa “intolleranza” nell’élite “verso la fede religiosa”. Inoltre ormai domina il dogma secondo cui «tutte le culture sono uguali. […] Questo nuovo dogma ignora il fatto che certe culture, e persino sottoculture, abbiano prodotto meraviglie. Altre si sono dimostrate mediocri, e peggio ancora, regressive e dannose». Infine: «Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di sostanza».

Questo manifesto è chiaramente in linea con la visione dell’amministrazione Trump, a cui Palantir presta i suoi preziosi servizi. Esso però è presentato nel post come il riassunto del libro di Karp The Technological Repubblic, pubblicato all’inizio del 2025 sulla base di alcuni articoli di Karp degli anni precedenti (tradotto in italiano da Sivio Berlusconi editore). In realtà ci sono importanti differenze di impostazione tra il Manifesto e il libro. Il libro si ispira apertamente alla collaborazione-integrazione tra Stato e imprese dell’epoca di Roosevelt. La sua critica della cultura edonistica, ludica e consumistica della Silicon Valley e dei social (accennata anche nel manifesto) è collegata all’idea che scienza, tecnica e impresa debbano essere poste al servizio del bene comune, del progresso civile, della difesa militare e della salute dei cittadini (parlando di bene comune però non è mai nominato l’ambiente – egualmente assente nel Manifesto). Nel curriculum degli ingegneri si dice che non deve mancare la conoscenza della società e del pensiero filosofico-sociale. Indipendentemente da questo devono essere incoraggiate le discipline umanistiche, indispensabili per la formazione di un’identità nazionale forte. Per Karp, che cita dei communitarians come Michael Sandel e Alasdair McIntire, la mancanza di tale identità e di una visione del bene comune è uno dei punti deboli della democrazia americana. La “cultura californiana” della Silicon Valley ha contribuito alla dissoluzione dell’identità americana con un libertarismo anarchico individualista, legato all’idea della neutralità della tecnologia e alla globalizzazione cibernetica – che pretende di far sparire la concretezza del territorio e delle popolazioni che lo abitano, per votarsi ad un impossibile universalismo astratto. È criticata egualmente l’ideologia della trasparenza, promossa dai social, che mette alla gogna la vita privata di chiunque tenti di far politica o abbia una qualche funzione pubblica.

Il libro è argomentato, documentato e non certo dilettantesco come il manifesto tecno-ottimista di Marc Andreessen, che, con stile vagamente futurista, annuncia la venuta del superuomo tecnologico. Tuttavia è spesso sfacciatamente unilaterale. Abbiamo parlato della rimozione del problema ambientale. Egualmente il libro sottovaluta la complessità posta dell’esistenza secolare di minoranze oppresse e di identità negate, come se l’individuazione di un bene comune davvero capace di includere fosse un problema di volontà e di creatività politiche. Tra l’altro ignora l’indignazione dei giovani che hanno manifestato contro il genocidio israeliano dei palestinesi e condanna senza appello le rettrici di Harvard, dell’università della Pennsylvania e del MIT, che non hanno saputo gestire le proteste. Ciò non meraviglia se si pensa al ruolo di Palantir nel genocidio e alla simpatia politica e alla relazione personale tra Netanyahu e l’altro manager del gruppo, Peter Thiel. Comunque, tra Thiel e Karp c’è, o almeno c’è stata, una significativa differenza di posizioni. Karp aveva manifestato la sua intenzione di voto per Kamala Harris, mentre Thiel aveva sostenuto e finanziato J.D. Vance. Naturalmente in questo si può vedere anche una politica intesa al tenere il piede dell’azienda in due staffe (del resto Palantir è stata anche al servizio di Obama e di Biden col consenso di Thiel). Si potrebbe pensare che Thiel rappresenti, o abbia rappresentato, il lato folle, visionario e fanatico di Palantir, mentre Karp ne sarebbe il lato razionale (salvo le scivolate del manifesto). È difficile capire fino a che punto le pretese profetiche di Thiel siano spettacolo con finalità politiche e propagandistiche o siano in buona fede. Tuttavia anch’esse hanno una certa base argomentativa: nel suo Da zero a uno, del 2015 (tradotto da Rizzoli), Thiel sosteneva che la globalizzazione porti, se non alla stagnazione, all’esaurimento totale della vena tecnologica inventiva, già in corso negli ultimi cinquant’anni. La concorrenza globale non farebbe che diffondere e copiare il modello industriale e consumistico occidentale e il mondo arriverebbe all’esaurimento delle risorse (non parla di crisi ambientale, ma di risorse insufficienti all’umanità con le tecnologie date e con la diffusione globale del consumismo). L’unica salvezza è un balzo tecnologico eccezionale degli Stati Uniti, che rilanci le capacità produttive grazie alle tecnologie digitali e ai grandi complessi tecnologici, come Palantir e le imprese di Musk. In questo modo sarà possibile salvare la civiltà occidentale. Thiel è ossessionato dalla possibilità che si realizzi una società totalitaria globale, e detesta allo stesso modo la Cina (totalitaria in quanto socialista) e anche l’Onu e tutte le istituzioni mondiali, e per questo propone una politica americana unilateralista. L’Anticristo (tema delle sue conferenze), che porterà alla distruzione dell’umanità, sembra identificarsi nella globalizzazione, nello Stato cinese e nelle istituzioni mondiali. Invece nel libro di Karp l’unilateralismo americano, proposto da Thiel e praticato da Trump, non ha ancora posto, mentre compare chiaramente nel Manifesto.

Anche nell’auspicabile ipotesi di una caduta di Trump, il pensiero – e le aziende – di questi personaggi vanno tenuti in considerazione: Palantir ha lavorato per tutte le amministrazioni dal 2003 e l’approccio del libro di Karp è, in fondo, bipartisan. Difficilmente spariranno. Chiaramente legato alla cultura progressista è invece Amodei, come del resto testimoniano le sue attuali frizioni con Trump (oltre al manifesto, si legga un suo lungo articolo dell’ottobre 2024; mentre, per un esame della sua posizione culturale, rimando al mio la_pericolosa_adolescenza_dellintelligenza_artificiale).

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