Il rischio che interessi criminali e logiche dissennate ci facciano procedere sul piano inclinato del riarmo e di guerre senza limiti è ormai talmente alto che occorre mettere in atto ogni capacità di contrasto, comprese analisi e visioni capaci di sollecitare la più ampia adesione. Tra i limiti della produzione intellettuale progressista e di sinistra mi pare diffusa la tendenza a esprimere opinioni critiche su ciò che accade, giuste ma spesso ripetitive e scontate, senza addentrarsi nella costruzione di proposte per l’alternativa. Nei rari casi in cui le idee sul “che fare” vengono messe in campo, non scattano reazioni capaci di produrre confronto e messa a punto collettiva; si procede piuttosto per strade parallele, rinunciando a far corrispondere alle mobilitazioni di massa, ormai consistenti sui temi più drammatici, programmi concretamente praticabili. Per stimolare i necessari approfondimenti, ritengo perciò utile commentare un’interessante iniziativa di contrasto alle tendenze guerrafondaie in atto, ben descritta in un recente articolo di Alessia Cesana su Altreconomia. Trovandomi d’accordo sulla sostanza della proposta di Cnesc (Conferenza nazionale enti di servizio civile), della Rete italiana pace e disarmo e di Sbilanciamoci! per una legge di iniziativa popolare tesa a istituire il Dipartimento della Difesa civile, provo a svilupparne alcuni aspetti.
Per abbozzare lo scenario, possiamo individuare due modalità che vengono utilizzate dalle strutture di potere per facilitare l’adesione, o quantomeno limitare l’opposizione, alle loro perverse strategie: a) la domanda di sicurezza è legittima e diffusa: dunque è necessario formulare risposte corrette e praticabili, anziché quelle fondate su interessi capitalistici e speculativi che, fingendo soluzioni, rendono il nostro futuro ancora più insicuro o addirittura catastrofico; b) a fronte di una realtà europea di deindustrializzazione, con conseguente disoccupazione, l’investimento pubblico negli armamenti e per l’ampliamento degli eserciti, svincolato dal Patto di Stabilità, viene presentato come misura (potremmo persino dire keynesiana) per sostenere l’economia e il lavoro: questa impostazione, non solo non è valida sul piano economico, ma genera ulteriore fragilità.
Sul tema della sicurezza, mentre i ministeri della difesa di vari Paesi si stanno ridefinendo come “ministeri della guerra”, l’articolo citato chiarisce bene cosa si può intendere per difesa legittima, civile e non aggressiva, in sintonia con la nostra Costituzione e in grado di rassicurare le popolazioni. Ritengo però che sia necessario, pur partendo da iniziative nazionali, ragionare di difesa in una dimensione europea, l’unica efficace per riuscire a contrastare la creazione di un esercito comune di professionisti (o meglio, di mercenari) potentemente ampliato, riarmato e con uno schieramento di missili puntati verso potenziali, o immaginari, aggressori. Se invece ci limitiamo all’approccio nazionale, rischiamo di favorire le fughe in avanti di Francia e Germania, con Macron che ha già accennato alla possibilità di mettere a disposizione l’arsenale nucleare francese e il governo tedesco che, incalzato dalle destre, sta predisponendo la creazione del più potente esercito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli elementi indispensabili per la sicurezza europea sono un posizionamento geopolitico basato sulla neutralità attiva e una concreta autonomia nel campo della sostenibilità economica. La “neutralità attiva” ha ovviamente un senso ben diverso dall’interpretazione che ne dà il governo di Malta che, nel bel mezzo del Mediterraneo, la usa per proporsi come paradiso fiscale e sicuro rifugio per capitali di provenienza illecita.
In risposta alle tensioni in atto, l’Europa deve limitare la propria sudditanza sia all’aggressività imperialistica degli USA, sia alla potenza economica della Cina e di altri fornitori di materie prime, tentando di riproporsi come riferimento in termini di democrazia, libertà e decorosa giustizia sociale. I principali settori di intervento per garantirsi una sufficiente autonomia economica (o capacità di resilienza) sono quello alimentare, quello energetico e quello informatico. Accanto a questi, ci sono l’efficienza delle infrastrutture civili, la logistica e vari altri. In particolare, per il nostro Paese è anche urgente porre un termine alla svendita delle aziende industriali e dei servizi essenziali ai fondi finanziari stranieri, il cui unico interesse è quello di intascare rapidamente utili consistenti per poi lasciare sul terreno rovine fumanti e disoccupazione. Ma le strategie per intervenire nei principali settori sopra indicati sono tutt’altro che scontate. Per non essere ricattabili sul fronte del cibo, dobbiamo decidere se è accettabile insistere con l’industrializzazione dell’agricoltura e degli allevamenti, comunque dipendente da prodotti chimici importati e generatrice di forti sprechi, o se favorire piccole e medie imprese agricole rispettose degli equilibri naturali. Per non dipendere da petrolio e metano, non è sufficiente incrementare a dismisura le distese di pannelli fotovoltaici e pale eoliche, andando a occupare (come già succede) vaste superfici coltivabili: lo spazio per l’innovazione, non solo tecnologica, ma di sistema, è estremamente ampio. Nel campo degli strumenti digitali, dobbiamo rapidamente interrompere la dipendenza dalle carte di credito, dai motori di ricerca e dai social media statunitensi, riuscendo a proteggere i nostri dati, ma al contempo evitando di costruire giganteschi data center, divoratori di energia. Occorre riportare lo sviluppo tecnologico in un perimetro ben controllato e finalizzato all’interesse comune, anziché sottoposto al dominio di pochi tecnocrati miliardari.
Dunque, è necessario un imponente e diffuso lavoro di formazione, di ricerca e poi di realizzazione concreta. A chi affidare, in massima parte, un impegno così importante per il futuro dei nostri Paesi? Naturalmente ai giovani, che il peso di un futuro minaccioso lo portano sulle proprie spalle! Per fortuna, abbiamo recentemente scoperto (un po’ in ritardo!) che la stragrande maggioranza di loro non corrisponde affatto all’immagine, diffusa con frequenza, di distratti irresponsabili, sempre concentrati sullo schermo dello smartphone. Stiamo anche constatando che le aspirazioni condivise tra i popoli europei non sono la fotocopia di quanto sembrano rappresentare i loro aggressivi governi, sottomessi alle lobby internazionali.
Se passiamo al secondo tipo di ricatto utilizzato dai guerrafondai, quello della deindustrializzazione e conseguente disoccupazione, ecco che i giovani si trovano nuovamente al centro del mirino. Per le ultime generazioni, che hanno la prospettiva di non trovare un impiego stabile e decentemente remunerato almeno fino ai trent’anni, un periodo di volontariato militare può apparire come una soluzione provvisoria o persino definitiva. Per fortuna (o meglio, per loro merito) i nostri giovani si considerano già, in grande maggioranza, cittadini europei. Le loro associazioni di resistenza ambientalista, come Fridays for future, Extinction Rebellion e altre, hanno una presenza diffusa e un carattere internazionalista, al quale si è sommata progressivamente una chiara coscienza anticapitalista, che porta a collegare la difesa ambientale con il contrasto alle guerre, ai genocidi e alla criminalizzazione di ogni dissenso.
È forse ora, memori del triste fallimento della lista “L’Altra Europa con Tsipras”, di incominciare a costruire “L’Altra Europa dei Giovani”, capace di ripartire dai principi fondanti del Manifesto di Ventotene per farli evolvere nella direzione richiesta dalle nuove minacce. Se proviamo a valutare la dimensione delle risorse economiche potenzialmente disponibili, otteniamo risultati particolarmente interessanti. La Germania ha stanziato per il riarmo circa 100 miliardi di euro per il 2026, con l’intenzione di portarli successivamente fino a 160 miliardi all’anno. Per invogliare gli arruolamenti nel servizio militare, per ora volontario e maschile, le reclute riceveranno un salario di 2.600 euro lordi al mese. In Italia i volontari in ferma iniziale, il primo passaggio per entrare nell’esercito, ricevono 1.170 euro al mese (fonte: il Post), ma in seguito gli stipendi crescono in modo consistente. Dunque, sommando varie coperture della spesa nazionali e comuni, l’Europa potrebbe arrivare a investire nel riarmo svariate centinaia di miliardi all’anno, mentre le ricadute positive sul sistema produttivo e sul complesso dell’economia sarebbero decisamente basse, come dimostrato da accurate analisi. Se invece questa abbondante massa di denaro venisse investita per sviluppare, con forte coinvolgimento dei giovani, i settori sopra indicati, è facile comprendere che le ricadute intersettoriali diventerebbero estremamente consistenti. Si può inoltre prevedere che la scelta della neutralità attiva garantirebbe all’Europa un ruolo di sicuro rifugio per i risparmi legittimi di molte persone, che non cercano i tanto rapidi quanto rischiosi guadagni della speculazione, ma piuttosto un riparo dalle fluttuazioni inflazionistiche: questo fornirebbe un ulteriore sostegno all’autonomia economica.
Ecco allora che la proposta di istituire un nuovo e importante Servizio Civile Europeo assume una consistenza concreta e una portata non solo di civiltà, ma anche per l’economia. Con le risorse disponibili si possono mobilitare parecchi milioni di giovani ogni anno, naturalmente senza distinzione di sesso, e stipendiandoli adeguatamente, in quello che potremmo anche chiamare il nuovo “Super Erasmus”, una delle poche iniziative europee di riconosciuta efficacia. Iniziando con un periodo di formazione comune, sui principi guida e gli ordinamenti europei, si potrebbe procedere con una formazione specifica e un periodo di praticantato nel settore prescelto, per poi avviare i giovani alla ricerca e all’attività realizzativa concreta, con la possibilità di farla poi diventare un’occupazione stabile.
Concludo con una considerazione che farà storcere il naso a chi è per il disarmo totale, una posizione del tutto rispettabile ma, secondo me, irrealistica. L’esclusiva presenza, riarmata o meno, di eserciti professionali non mi pare affatto una garanzia per la convivenza democratica in tempi di diffusa tendenza alla criminalizzazione del dissenso e all’autoritarismo senza freni. Ci basti riflettere cosa sarebbe potuto succedere in Italia se, ai tempi del tentato colpo di stato Borghese nel 1970 (sostenuto da un gruppo del Corpo Forestale), le forze armate fossero state composte soltanto da professionisti/mercenari. O su cosa fanno oggi i mercenari in molte parti del mondo e l’agenzia federale ICE negli Stati Uniti di Trump. Per questo, non vedo nel servizio di leva elementi soltanto negativi, purché a ciascuna e ciascuno sia data la scelta se dedicarsi soltanto ad attività civili, oppure imparare anche come funziona un fucile. Non possiamo trascurare che più volte la difesa estrema del territorio, anche contro avversari enormemente più potenti, è stata possibile, come in Vietnam, per la resistenza delle brigate popolari armate. Va aggiunto che la mobilitazione di tanti Americani, che pose fine a quell’aggressione ingiustificabile contro un Paese lontano e sconosciuto, non fu tanto dovuta a un profondo senso di giustizia, quanto al fatto che laggiù potevano morire i loro figli in servizio di leva. E infine, mentre celebriamo le nuove forme di partecipazione nel Rojava, fondate sul confederalismo democratico, sulla parità di genere e sull’ecologia, non dimentichiamo le valorose combattenti che abbiamo ammirato nel film Red Snake e in vari documentari appassionanti, ben addestrate a usare i loro Kalashnikov contro le violenze dell’ISIS.

sono d’accordo, ai giovani deve essere dato il massimo supporto. anche perchè non sono ancora entrati nell’ottica il denaro prima di tutto, ovvero l’economia è ciò che dovrebbe sempre muoverci. ma a fianco dei giovani dovrebbero essere mosse anche altre realtà che di principio sono, dovrebbero, essere contrari a riarmi e guerre. gli ambientalisti, in cui già molti giovani sono, ma che comprendono anche non più giovani, e associazioni varie. le donne, se non in prima fila subito dietro ai figli, i giovani. i credenti, se dobbiamo ascoltre quanto moltie guide religiose dichiarano. i sindacati, o comunque le aggregazioni di lavoratori, che sono convolti, a volte corresponsabili, di scelte guerrafondaie. certo mi sfuggono altre realtà. per quello che riguarda il concetto di difesa sostengo, la costituzione parla di difesa, ma non ci dice che debba essere armata, sostengo che la difesa debba essere intesa non contro, con il derivato, armiamoci, ma a aumentare il benessere, che è il vero fine ultimo di ogni difesa. quindi, niente armi, di nessun genere, che un proiettile prima o poi qualcuno lo sparerebbe.