In centinaia di città e paesi il 25 aprile, la festa della liberazione dal fascismo, è stata l’occasione per manifestazioni di grande intensità politica ed emotiva. Lo abbiamo sottolineato pubblicando gli interventi svolti, all’esito del corteo di Pavia, da Tomaso Montanari e Luca Casarotti. Nelle celebrazioni e nei cortei non sono, peraltro, mancati i problemi. Tra questi una diffusa tendenza alla divisione, preferita a un’unità nella mobilitazione, pur nella pluralità delle analisi, degli slogan, delle parole d’ordine. Esemplare il caso di Napoli, cui si riferisce la testimonianza qui pubblicata. (la redazione)
Come tante volte nella vita, mi chiedo se dar retta alla coscienza e dire ciò che penso, o dar ragione, per la prima volta, a quella parte di me che si chiama esperienza e suggerisce il silenzio. Mentre a figli e nipoti lasci un mondo peggiore di quello che ti hanno consegnato, a chi vuoi che interessi ciò che pensa un ottantenne sopravvissuto per caso a una generazione di compagne e compagni che hanno lungamente lottato per un mondo più giusto ed è costretto a fare i conti con una triste realtà? Importa o no, ricordando che il peso degli anni rende diversa la sensibilità dei giovani da quella dei vecchi, alla coscienza una risposta devi darla anche quando ti converrebbe tacere. È una regola di vita.
Il 25 non sono uscito di casa per ricordare il passato. Avevo in mente i fascisti al governo e le mille contraddizioni e gli errori della sinistra che ce li hanno portati. Sotto il sole primaverile che mi stordiva, mi accompagnava una convinzione: vinsero perché li sottovalutammo, li affrontammo divisi e solo quando fummo travolti ci rendemmo conto che più del manganello erano state decisive una legge elettorale e la maggioranza in Parlamento. Ci vollero poi morti e una guerra nella guerra per convincerci ad affrontarli uniti.
Forti di quella unità, scrivemmo col sangue la Costituzione che ci ha consentito di scendere in piazza. Nella Metropolitana pensavo a Matteotti, – il rivoluzionario senza rivoluzione, come ingenerosamente lo definiva Gramsci – che si fece ammazzare per la liberazione dal fascismo. Pensavo a Don Minzoni, così lontano dalle mie idee politiche, ai fratelli Rosselli e al loro socialismo democratico che non amo e ai quali però mi unisono il disprezzo per il fascismo e il rispetto che sento per chi ha pagato con la vita il suo antifascismo. Pensavo ai partigiani e alle partigiane che ho conosciuto da giovane, donne e uomini che nutrivano ideali politici diversi dai miei, che si unirono perché sentirono che solo unendosi avrebbero potuto riscattarci ed evitare che a liberarci fossero gli eserciti dei vincitori sbarcati sulle nostre coste.
Uscito dalla Metropolitana ho scoperto che erano in programma tre cortei, che si era deciso di ricordare la liberazione tradendo la sua genetica identità unitaria. Mi è sembrato di essere tornato indietro di cento anni e non ho scelto un corteo. Me ne sono tornato a casa dopo che tre signore del popolo, che non erano militanti, mi avevano chiesto perché ci fossero tre cortei e a quale fosse meglio partecipare. Ho risposto che nessuno dei tre meritava la loro presenza e me ne sono tornato a casa con la morte nel cuore.
Di nuovo divisi, ho pensato. È un regalo ai fascisti che ormai si presentano ai cortei decisi a sputare fango sulla Liberazione.

se domani , domani, si chiedesse a qualche ragazzetto di raccontare qualcosa della repubblica italiana, cosa saprebbero rispondere? i nonni, anzi i bisnonni, avevano fatto qualcosa ed è nata la repubblica. cos’è la repubblica? beh, dove siamo noi. realistico, molto realistico. ho sentito dire, in tv, e ciò può già essere indicativo, che ormai di partigiani non ce ne sono più, quindi l’anpi non ha senso… perchè stupirsi quindi se le memorie, e i cortei, si dividono anzichè unirsi? ripensando alla costituzione che si dice figlia di…. mi rendo conto che non essendo stata applicata, vedete voi quante delle affermazioni sono state applicate, forse bisognerebbe eliminarla…