«L’ultima fotografia del dottor Hussam Abu Safiya mentre cammina verso il carro armato israeliano». Ghassan Abu Sitta ha descritto così su X, sabato sera, l’immagine che da lì a poco avrebbe fatto il giro del mondo. Poche parole, secche, quasi una mera didascalia, ma piena di sgomento. Abu Sitta è un medico chirurgo britannico-palestinese. Ha condotto missioni mediche in Palestina fin dalla Prima Intifada e ha operato in diversi teatri di guerra, Siria, Yemen, Iraq e Libano. Da mesi è la voce dei medici e degli operatori sanitari palestinesi fuori dalla Striscia.
Solitudine, devastazione, impegno civile. Cosa rappresenta per lei quella foto?
Quell’immagine rappresenta l’abbandono dei palestinesi e l’abbandono degli operatori sanitari palestinesi da parte del mondo. Abu Safiya cammina da solo tra le macerie, con indosso il suo camice bianco. L’immagine grida, urla dell’abbandono, del tradimento, di 14 mesi di genocidio in diretta televisiva che il mondo osserva e permette che prosegua. Il 17 ottobre 2023 Israele ha bombardato il primo ospedale, l’Al-Ahli Baptist Hospital. E ora vediamo il dottor Hussam camminare verso un carro armato e venire arrestato. Ieri mattina gli israeliani hanno spostato la loro attenzione di nuovo sull’Al-Ahli, hanno bombardato l’ultimo piano. Poi hanno bombardato quel che resta dello Wafaa, un ospedale dedicato alla riabilitazione che viene usato anche come scuola per la formazione degli studenti di medicina. Oggi a Gaza si cerca di utilizzare ogni forza disponibile, di preparare velocemente gli studenti. Ieri l’Università islamica di Gaza stava tenendo gli esami di medicina interna all’ospedale Wafaa quando Israele ha bombardato.
Un ospedale dopo l’altro. Qual è l’obiettivo che si pone Israele quando prende di mira, distrugge e svuota il sistema sanitario di Gaza?
L’obiettivo è rendere Gaza un luogo inabitabile. Lo abbiamo visto ripetersi con il Libano, abbiamo visto applicata la dottrina Gaza: la completa distruzione. La devastazione del sistema sanitario è una parte centrale della dottrina militare israeliana, è il modello Gaza. Si cancellano le strutture ma anche il personale medico, con arresti e uccisioni. L’impatto sulle persone è immediato.
La stampa occidentale non ha seguito con particolare attenzione né l’assedio di tre mesi subito dal Kamal Adwan né l’assalto finale, con il suo bagaglio di abusi contro staff medico, pazienti e sfollati.
La stampa occidentale è sempre stata parte dell’apparato del genocidio, insieme alla classe politica occidentale. Il silenziamento delle voci delle vittime e di chi chiede il cessate il fuoco e la criminalizzazione dei palestinesi e delle voci pro-palestinesi sono una parte centrale del modo in cui il genocidio è stato autorizzato e ha potuto andare avanti per 14 mesi senza ostacoli. Anche l’altro giorno i media occidentali hanno riportato solo le dichiarazioni israeliane secondo cui Hussam Abu Safiya sarebbe un membro di Hamas.
Ha mai lavorato con lui?
Sì, prima della guerra gestivo il programma di addestramento di chirurgia plastica a Gaza, andavo nella Striscia ogni tre-quattro mesi, e lì l’ho conosciuto. È un uomo molto gentile, alla buona. Quello che ha dovuto sopportare è orribile. E finora non abbiamo sentito alzarsi le voci delle associazioni mediche, della British Medical Association, del Royal College in Gran Bretagna, delle associazioni mediche francesi, italiane, mondiali. È come se i medici palestinesi appartenessero a un altro mondo, a un’altra professione.
Quattordici mesi dopo qual è la situazione del sistema sanitario gazawi?
Il sistema sanitario di Gaza può fornire solo il minimo. Puoi fasciare i feriti, sapendo molto bene che le possibilità di accedere a una sala operatoria sono quasi zero. L’Al-Ahli ha oggi solo due sale operatorie, per cui l’intero nord di Gaza fino a Gaza City ha a disposizione solo quelle. E intanto arrivano feriti, persone malnutrite. Le ferite non guariscono, anche a causa della malnutrizione. Non importa che tipo di addestramento e preparazione medica tu abbia, puoi solo fasciare e guardarli soffrire. Ho perso fiducia nell’umanità. Quando ho visto la foto del dottor Hussam ho pensato alla frase di Primo Levi: «Per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo».
* Chiara Cruciati è vicedirettrice del manifesto. Segue le pagine internazionali, dalla scrivania di via Bargoni e dalle città del Medio Oriente.
L’intervista è tratta da il manifesto del 31 dicembre
