Dazi reciproci?

L’intesa siglata tra USA e UE (ma “siglata” davvero?), che introduce dazi del 15% sui beni europei esportati Oltreoceano (e fino al 50% su acciaio e alluminio), non racconta uno scambio tra pari. Racconta, piuttosto, la conferma di un assetto gerarchico che struttura da decenni i rapporti transatlantici: gli Stati Uniti impongono, Bruxelles obbedisce. Con l’Italia prima della classe, ovviamente in condotta.

Una rapina chiamata libertà

È stata la parola d’ordine della Rivoluzione francese, dei popoli che cercavano di liberarsi dal colonialismo e l’ideale della lotta contro fascismo e nazismo. Che tristezza vedere la parola libertà usata come bandiera dai privilegiati per giustificare il diritto di opprimere, di portare armi, di arricchirsi sulle spalle degli altri, di fare affari che creano miseria o devastano il pianeta. Abbiamo bisogno di riaprire il concetto di libertà.

Francesco, ovvero la pace attraverso l’etica e il diritto

La scomparsa di papa Francesco non attenua – non deve attenuare – la forza del suo insegnamento sulla questione della pace e della guerra, consolidato da riflessioni etiche e giuridiche che spaziano dalla messa al bando delle armi nucleari fino alla guerra in Ucraina. In questa temperie Francesco si è proposto come l’unico leader politico capace di opporsi alla catastrofe rivendicando le ragioni dell’etica e del diritto.

Armi e tecnologie, a chi conviene il genocidio

Israele non fermerà la guerra e noi occidentali non faremo nulla per frenare Netanyahu a causa degli interessi economici rilevantissimi del complesso militare industriale che fornisce armi a Israele e perché Gaza e i territori occupati sono il banco di prova per tecnologie di sorveglianza sofisticatissime che Tel Aviv esporta in tutto il mondo. Intanto sappiamo bene come e perché muoiono nella striscia e in Medio Oriente.

Ucraina: un aiuto mortale

Dopo tre anni di guerra in Ucraina, con quasi due milioni di morti (stando alle dichiarazioni delle parti) e una situazione sul campo immutata rispetto ai primi mesi, le istituzioni europee non riescono a far altro che «esprimere sgomento per i tentativi di riappacificazione tra Usa e Russia» e dichiarare la volontà di «conseguire la pace attraverso la forza». Superfluo dire che questo “aiuto” all’Ucraina è un aiuto mortale.

Valle di Susa, 1970: una fabbrica contro la guerra

C’erano una volta, in Valle di Susa, le Officine Moncenisio. Fabbricavano vagoni ferroviari, ma anche armi. Impiegavano 850 lavoratori. Il 24 settembre del 1970 quei lavoratori approvarono all’unanimità una mozione con cui avvertivano l’azienda di “non essere in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare materiali bellici”. Se ne parlerà a Condove sabato 15 marzo, ricordando Alberto Perino.

All’Europa servono più armi o una politica diversa?

In Ucraina i morti salgono vertiginosamente e il fronte non si è spostato molto. Tutti i paesi europei insieme possono contare su due milioni di soldati, la Russia su un milione e mezzo. Gli Europei spendono più di 400 miliardi di dollari nella difesa, la Russia 90 miliardi. La domanda è d’obbligo: all’Europa servono più armi o una politica diversa e un forte progetto comune intorno a valori basati sul progresso e la solidarietà?

L’Europa non si salva con la guerra

La guerra per procura in Ucraina è persa e l’atlantismo è finito. Spetta alla sinistra mettere in campo una proposta alternativa, anche se non immediatamente realizzabile. Opporsi a Trump e alla sua concezione “patrimoniale” della pace non può volere dire rimpiangere i tempi dello scontro frontale fra l’Occidente e i suoi nemici e rilanciare la prospettiva della guerra. Al contrario la parola d’ordine deve essere: meno armi.