Alberto Negri è stato inviato speciale di "Il Sole 24 Ore" per il Medio Oriente, l'Africa, l'Asia centrale e i Balcani dal 1987 al 2017. In tale qualità ha seguito i principali eventi politici e di guerra degli ultimi 30 anni, dal conflitto Iran-Iraq all'Afghanistan, dalle guerre dei Balcani a Baghdad 2003, dall'Algeria 1991 alla Siria 2011-2016, dalla Tunisia 2011 alla Turchia. Collabora attualmente a “Il manifesto”.
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La guerra contro l’Iran, cominciata da Tel Aviv, è la dimostrazione che Israele, forte del sostegno degli Stati Uniti e della complicità dell’Europa, si sente libero di far ciò che vuole. L’impero sionista, dotato di centinaia di testate nucleari, è uno degli stati più pericolosi al mondo ma noi facciamo finta di niente. Ce ne accorgeremo presto quando deciderà di far fuori la Turchia di Erdogan per l’egemonia in Medio Oriente.
Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. Ormai lo abbiamo imparato: il bottino di quelle guerre non è la democrazia e lo sviluppo dei popoli ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo sulle risorse del Medio Oriente.
Come costruire un nuovo ordine contro l’“Onu di Trump”, fatto da miliardari e criminali di guerra seduti nel “Board of Peace per Gaza”? Come dare voce e rappresentanza a valori come i diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli? È lo scenario dei prossimi anni su cui qualche scorcio ha offerto a Davos il premier canadese Mark Carney.
La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella ogni riferimento a uno Stato palestinese e si limita a evocare un vago “percorso verso l’autodeterminazione”. Israele è assolto dal genocidio, ogni decisione passa sulla testa dei palestinesi, la pace è la pura conferma del predominio incontrastato degli Stati Uniti. È un copione già visto, la cui fine è nota.
L’interrogativo è se quello di Trump è un piano di pace o per proseguire la guerra. Il dubbio ci assale per una frase inquietante pronunciata dal presidente americano in sintonia con Benjamin Netanyahu: se Hamas rifiuterà il piano, Israele avrà «il sostegno totale degli Stati Uniti» per proseguire la sua guerra. Non solo, ma il piano è un insulto a ogni principio del diritto internazionale e affossa ogni embrione di Stato palestinese.
Siamo oltre l’estremismo sionista più radicale: Israele è ormai uno stato-mafia, uno stato terrorista. Prepara una trappola e agisce come un killer verso chiunque, finge di negoziare e poi uccide i negoziatori. Non ha e non riconosce limiti: il diritto internazionale ormai per Tel Aviv è una nota a piè di pagina da ignorare con fastidio.
Israele, bombardando l’Iran, ha provocato l’uscita dalla gabbia della tigre della guerra. Sarà difficile farla rientrare, anche perché sono gli stessi domatori – Stati Uniti e Unione europea – ad averla provocata, dando una nuova picconata al diritto internazionale. Superfluo dirlo, l’Occidente sta avallando una logica bellica e di sterminio che non porterà a un nuovo ordine in Medio Oriente ma a un’altra stagione di destabilizzazione.
Israele non fermerà la guerra e noi occidentali non faremo nulla per frenare Netanyahu a causa degli interessi economici rilevantissimi del complesso militare industriale che fornisce armi a Israele e perché Gaza e i territori occupati sono il banco di prova per tecnologie di sorveglianza sofisticatissime che Tel Aviv esporta in tutto il mondo. Intanto sappiamo bene come e perché muoiono nella striscia e in Medio Oriente.
Israele, con l’appoggio dell’Occidente, viola ogni convenzione internazionale. È uno Stato fuorilegge. Il suo obiettivo è l’annessione della Cisgiordania dove, dal 7 ottobre, ci sono stati oltre 650 morti e 10mila arresti tra i palestinesi, mentre i coloni si sono impadroniti di 24 km² di territorio. Altro che “due popoli e due Stati”! La realtà è una capillare pulizia etnica, l’allontanamento dei palestinesi, una politica coloniale.
In Iran ha vinto il più indecifrabile dei presidenti. Pezeshkian, un “riformista” arrivato alla presidenza con la benedizione degli ayatollah, è stato messo in campo per dare al regime un volto più accettabile di fronte a un’opinione pubblica in buona parte ostile. Ma, inevitabilmente, qualcosa cambierà, anche in politica estera. Ci sarà probabilmente una riapertura, almeno formale, all’Occidente: se non per convinzione per necessità.