Gli immancabili fatti di sangue estivi, la riproposizione di qualche cold cases resuscitato alla bisogna e i goffi allarmi migratori (l’ultimo per l’invasione di Ceuta, destinata – non si sa come – a ricadere con effetti destabilizzanti sull’Italia) preparano la lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nel 2027. La questione sicurezza ne sarà il leitmotiv, come accade ormai da molti anni, almeno dalle elezioni del 2001, quando gli spazi pubblicitari di città, strade e autostrade – allora utilizzati come strumenti di comunicazione politica – furono letteralmente invasi da enormi manifesti con i volti dei leader (Berlusconi per la Casa delle libertà e Rutelli per l’Ulivo) affiancati da slogan tipo “Città più sicure” e “La sicurezza è un diritto di tutti” totalmente sovrapponibili gli uni agli altri. Nella prossima campagna elettorale – c’è da giurarlo – faranno la parte del leone banalità come “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” e pensosi editoriali di Veltroni, Violante e altri maîtres à penser del PD tesi a denunciare i ritardi della propria parte politica nel farsi carico della sicurezza di cittadine e cittadini. Prima che l’ennesimo suicidio annunciato si consumi nella sua interezza, conviene fare alcune considerazioni e qualche domanda. Almeno – come dicono i giuristi – a futura memoria.
Comincio dalla base di tutto. Vivere serenamente, al riparo da malattie, infortuni, disgrazie, dissesti economici, aggressioni alla propria incolumità e ai propri beni è un’aspirazione sacrosanta, antica come il mondo, comune a tutte le donne e a tutti gli uomini. La si trova affermata, per esempio, in modo solenne nel Prologo della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776: «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti ci sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogniqualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali princìpi e di organizzarne i poteri nella forma che sembra al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità». Tra aspirazioni e realtà, peraltro, c’è sempre uno scarto, che si avverte in misura particolarmente acuta nei periodi di crisi economica e di grandi cambiamenti, quando vengono meno le antiche abitudini e i riferimenti di sempre e i volti delle città cambiano: nelle strutture urbanistiche e nelle caratteristiche degli abitanti. Così si perde, con cortocircuiti devastanti, la coesione sociale e si intrecciano, in parallelo, paure molteplici che – opportunamente cavalcate – spingono alla ricerca di capri espiatori. Memorabili sono, sul punto, le pagine con cui Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi e nella Storia della colonna infame, descrive il prototipo delle cacce all’uomo che hanno punteggiato la vicenda dell’umanità: l’invenzione degli untori in occasione della peste milanese del 1630-31.
Ai giorni nostre le crescenti difficoltà del vivere stanno producendo un vero panico sociale che si alimenta di luoghi comuni e di leggende metropolitane e che, invariabilmente, induce la ricerca di capri espiatori: gli zingari che rubano e rapiscono bambini, gli islamici che sono potenziali terroristi, i migranti che arrivano a milioni, i clandestini che spacciano e «pisciano sui vagoni della metropolitana» (parola di Matteo Salvini), i romeni che stuprano, i poveri che non hanno voglia di lavorare, i centri sociali che sono aggregazioni di delinquenti e via seguitando. Infondata, all’evidenza, la più parte delle affermazioni e la totalità delle generalizzazioni. Ma sta qui la radice del panico sociale con le conseguenze che la cronaca mostra quotidianamente. Il messaggio, soprattutto per la classe media, è di quelli che non si discutono e non hanno bisogno di conferme: chi può si chiuda in casa e non apra a nessuno, circondi i propri quartieri di telecamere e di guardie private, moltiplichi le misure di sicurezza (attingendo ai ritrovati ingegnosi e costosi della relativa industria). Intanto lo Stato si attrezzerà per contribuire alla difesa individuale mettendo in campo strategie sicuritarie sempre più invasive, a cominciare dalla militarizzazione del territorio, dalla previsione di zone rosse vietate all’accesso dei “non omologati”, dalla moltiplicazione dei luoghi di detenzione. Tale curvatura della politica diventa arte di governo e mezzo di acquisizione del consenso, a prescindere dalla sua effettiva utilità, e si diffonde. A veicolarla in Europa – prima degli attuali movimenti xenofobi che si rincorrono ovunque – è stata, sul finire dello scorso millennio, la conservatrice Margaret Thatcher ma a consolidarla con ancora maggior lena è stato, pochi anni dopo, il laburista Tony Blair.
Il cuore di questa impostazione, anche a prescindere dalle sue estremizzazioni, è l’asserita a-politicità della sicurezza, il suo essere “né di destra né di sinistra”. L’espressione – ripetuta con sussiego, a riprova della propria modernità, da politici e intellettuali – è in realtà un luogo comune privo di ogni fondamento. È vero esattamente il contrario: la paura può essere neutra, ma le scelte operate per superarla e per perseguire la sicurezza dei cittadini sono l’essenza della politica e si caratterizzano e differenziano a seconda che, per raggiungere il risultato, privilegino la prevenzione o la repressione, l’accoglienza o il rifiuto, il dialogo o la chiusura, il sostegno o l’abbandono e via seguitando. Esattamente come accade per la sanità o per l’istruzione, la cui struttura e organizzazione sono punti caratterizzanti del confronto politico. Gli effetti delle politiche dominanti sono evidenti: la trasformazione del diritto alla felicità in appendice del Testo unico di pubblica sicurezza e la sostituzione delle politiche sociali con una repressione crescente e indifferenziata.
A questa trasformazione ha concorso in maniera massiccia, nel nostro Paese, la “sinistra di governo”: per convinzione o per calcolo politico (ché – come dice Marco Minniti nell’esilarante imitazione di Maurizio Crozza – «non si può lasciare il fascismo ai fascisti»). Sta di fatto che è ormai difficile riconoscere la paternità politica dei ricorrenti “pacchetti sicurezza” immancabilmente caratterizzati dall’aumento delle pene detentive e dalla riduzione delle garanzie; che la detenzione amministrativa per i migranti irregolari è stata introdotta da un governo di centro sinistra e il relativo provvedimento reca le sottoscrizioni di Giorgio Napolitano e Livia Turco (ministri, rispettivamente, degli interni e degli affari sociali); che parlamentari di destra e di sinistra si rincorrono scompostamente nel richiedere l’uso dell’esercito in funzione di ordine pubblico. È stato, per la sinistra, un cambiamento di rotta epocale dal tempo in cui, fino agli anni Settanta, i sentimenti collettivi di insicurezza si esprimevano e canalizzavano «come domanda politica di cambiamento e di più intensa partecipazione democratica» (così M. Pavarini, La criminalità punita, in Storia d’Italia, Annali 12, La criminalità, Einaudi, 1997, p. 1030). Eppure, incomprensibilmente, i padri nobili del PD (a partire dai già ricordati Veltroni e Violante) e i loro editorialisti di supporto (a cominciare da C. De Gregorio) continuano a sostenere che la sinistra ha sottovalutato la questione sicurezza e che, se vuole governare, deve abbandonare il buonismo che ne ha caratterizzato le politiche (sic!). C’è da non crederci. Meglio provare a trasformare l’incredulità in alcune domande.
Prima domanda. Il picco della criminalità nel nostro Paese è intervenuto – come noto – nei primi anni Novanta del secolo scorso. Da allora i decreti sicurezza, la previsione di nuovi reati, gli inasprimenti delle pene e, in generale, l’armamentario della repressione sono aumentati a dismisura eppure, in parallelo, il senso di insicurezza dei cittadini anziché diminuire è cresciuto con la stessa intensità. Cosa autorizza a pensare che un ulteriore incremento delle politiche sicuritarie invertirebbe la tendenza? Non è più probabile che, con esso, il senso di insicurezza continuerebbe ad aumentare (come l’esperienza degli Stati Uniti insegna)? E, se così è, non sarebbe più razionale (non più buonista) cambiare registro e praticare politiche diverse che – sia detto per inciso – sono state sperimentate, in Italia e nel mondo, con esiti assai più favorevoli?
Seconda domanda. Siamo proprio sicuri che la causa principale dell’insicurezza e del panico sociale sia la crescita della criminalità e dell’immigrazione? La criminalità, nel nostro Paese, sta calando da più di trent’anni (gli omicidi – i più gravi tra i reati – erano, nel 1991, 1916 e sono scesi a 319 nel 2015; e lo stesso vale per i cosiddetti reati predatori, se è vero che i furti denunciati si sono ridotti del 14,4% tra il 2018 e il 2023, passando da circa 1,19 milioni a 1,02 milioni, mentre nel 1990 erano addirittura 1,37 milioni). Quanto all’immigrazione, gli irregolari sbarcati in Italia – secondo i dati di Openpolis e del Ministero dell’interno – sono stati 181.436 nel 2016 e 66.317 nel 2024, intervallati da un minimo di 11.471 nel 2019 senza che questo divario, davvero enorme, abbia minimamente inciso sulla percezione di insicurezza. Questo rilievo è accolto con fastidio, a sinistra, da molti fautori dell’ideologia sicuritaria, come Luciano Violante che già nel lontano 1995 osservava ironicamente che «la buona collocazione nella classifica internazionale e la generale riduzione del crimine non tranquillizzano il comune cittadino, che è scarsamente interessato alla situazione dei neozelandesi e non è in grado di percepire quel 3 per cento di furti in meno» (Apologia dell’ordine pubblico, MicroMega, n. 4/1995). Sarcasmo mal posto, ché anche chi sta morendo di cancro e i familiari delle vittime di incidenti stradali sono (comprensibilmente) poco interessati ai progressi della medicina e agli studi sul traffico, ma non è un buon motivo, in un prospettiva di miglioramento della situazione generale, per abbandonare la ricerca o ironizzare sui suoi esiti… I dati statistici non valgono a trasmettere sicurezza ma dovrebbero servire a politici accorti e lungimiranti per definire interventi appropriati e, almeno nel medio periodo, più produttivi dell’inseguimento delle paure (evidentemente provocate soprattutto da fenomeni diversi: la povertà, il lavoro che non c’è per sé e per i propri figli, il caldo asfissiante, l’impossibilità di curarsi quando si è ammalati, l’incubo della guerra e così via). Forse se si affrontassero questi problemi anziché accodarsi agli imprenditori della paura si otterrebbero risultati migliori…
Terza domanda. A chi si pensa quando si parla di sicurezza? Chi si vuole in realtà tutelare? Il tema è totalmente assente dal dibattito politico e giornalistico nel quale si continua a dire – con una buona dose di paternalismo – che chi soffre di più per la criminalità e l’immigrazione sono i poveri… Ma è davvero così? Davvero pensiamo che i vissuti di insicurezza (e le loro ragioni) siano gli stessi per i poveri e per i ricchi, per i giovani e per gli anziani, per le donne e per gli uomini, per i migranti e per i loro sfruttatori, per i lavoratori e per i padroni, per gli onesti e per i corrotti, per i costruttori di armi e per gli operatori di pace, per le vittime e per i carnefici? Forse sarebbe opportuno – per una sinistra che voglia essere tale – non restare in superficie e riflettere, per esempio, sul fatto che, già nel Settecento, in Europa – come ricorda Chamayou in Le cacce all’uomo, Manifestolibri, 2010, p. 85 – i tentativi del potere (rappresentato da «guardie, portieri, cacciatori di vagabondi, prevosti») di incarcerare i marginali trovarono una opposizione capillare da parte dei ceti popolari («gente semplice, lacché, servitori, bambini, suore, osti o prostitute») che «li proteggevano, li strappavano alle grinfie dei caccia-vagabondi, li nascondevano nelle loro case per restituirli in seguito alla libertà» fino ad arrivare a vere e proprie “sedizioni”. E non sono così diverse le reti di autodifesa comunitaria organizzate nei mesi scorsi a Memphis per sottrarre i migranti agli arresti in massa da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che hanno reso evidente al mondo intero che il concetto di “sicurezza” di Trump non ha noente a che vedere con quello di gran parte dei suoi concittadini. C’è di che riflettere anche per la nostra sedicente sinistra.
Dopo le domande (che – è facile prevederlo – non avranno risposta), una considerazione finale. I vissuti di insicurezza delle persone non vanno mai sottovalutati. Alle paure non si può rispondere che sono infondate: occorre affrontarle. Ma la natura degli interventi da adottare è potenzialmente molto diversa. Al “verto rotto” che sta alla base dell’insicurezza si può rispondere investendo in poliziotti e giudici o in vetrai e assistenti sociali. E quegli stessi interventi non sono indipendenti dalle cause dell’insicurezza…
