Jorge Mario Bergoglio: il papa dell’incontro

Download PDF

Due elementi. Uno molto personale. Avendo molto amato questo uomo e dovendogli molto, mi rallegro di una vita eccezionale, di una morte vissuta senza sofferenze particolarmente dolorose (si pensi alla lunga agonia di Wojtyla), di una lucidità espressa fino alla fine. Da teologo e uomo di chiesa sono chiamato ad altre considerazioni, che si aggiungono (forse inutilmente) alle tante (troppe?) che si accumulano in questi giorni. A partire dagli equivoci sulla sua figura. Strumentalmente lo si è messo in opposizione ai suoi predecessori, dimenticando che in una fase storica come questa gli anni che ci separano dall’elezione di Giovanni Paolo II, nel 1978, sono moltissimi: non in chiave storica, ma sul piano delle trasformazioni sociali, soprattutto in ambito mediatico, sono la narrazione di cambiamenti epocali. Per cui, in ogni caso, la contrapposizione tra i pontificati non si pone sul piano conservatore/progressista in termini banali.

In realtà Bergoglio non è stato quel pericoloso sovversivo che taluni descrivono: ha ripreso semplicemente i contenuti del Concilio Vaticano II che chi l’ha preceduto sul Soglio di Pietro non aveva esplicitato in questa forma così diretta, coniugata a uno stile di vita che ha espresso un’immagine di chiesa che lascia indietro le strutture, autoreferenziali e ascrivibili ai poteri mondani, di un’istituzione come il cattolicesimo. Penso ai temi della difesa dei poveri, al disarmo, alla questione ambientale, che lo hanno condotto a redigere due documenti fondamentali, destinati a rimanere nel Magistero: le lettere encicliche Laudato sii e Fratelli tutti. Sono due documenti in precisa continuità con il dettato conciliare, ma in grado di produrre fratture significative con i sistemi di pensiero vigente. Lo spostamento di visione da un’ottica più incentrata sulla dimensione individuale (qui si capisce il peso della prescrizione nell’ambito della sessualità, per esempio) a una più collettivista e globale – quindi storica – ha prodotto la reazione, anche intraecclesiale, nei confronti di un pensiero che contesta i poteri che governano la contemporaneità, nei loro aspetti del connubio tra finanza e sistema produttivo bellico, l’ideologia della massimizzazione del profitto, la riduzione delle persone a massa di consumo e da sfruttare senza alcun limite etico, la teorizzazione – e la pratica – del suprematismo e del sovranismo. Sono dinamiche di pensiero che sono sempre state stigmatizzate dal magistero ecclesiale, in cui non troverete un solo rigo a favore. Del resto il primo Pontefice che ha condannato esplicitamente il neoliberismo è stato Benedetto XVI.

Papa Francesco ha spostato il focus della sua teologia in un uso molto più massivo del cosiddetto magistero ordinario rispetto a quello straordinario. Il secondo è quello che passa dalla produzione di documenti ufficiali (come le encicliche e le costituzioni apostoliche), il primo è quello espresso dalle omelie, i discorsi pubblici, le interviste (ne ha fatte tante e a organi di stampa inediti per un pontefice). Sul piano della comprensione del potere dei media Francesco è stato coraggioso (e errori ne ha commessi) ed efficace. Proprio in queste fonti troviamo e troveremo gli elementi di un cambiamento che indubbiamente c’è stato, anche nell’ambito della morale sessuale. Si pensi alla prassi di incontro di persone di vario genere, accolte amichevolmente al di là della loro condizione di “irregolarità” (attenzione: io non mi sognerei nemmeno di adoperare un termine del genere per degli esseri umani, ma qualcuno dei miei non ha perso il vizio di farlo): ci trovate tutte le categorie umane odiate dal benpensantismo borghese. Un esempio limpido: il parroco di Torvaianica a Roma, don Andrea Conocchia, in pandemia suggerisce alle sue parrocchiane transessuali di scrivere al Papa della loro condizione di bisogno: e lui manda degli aiuti economici e, successivamente, le riceve a più riprese alle udienze del mercoledì in San Pietro. Sapendo benissimo che si prostituiscono. Quando Bergoglio sarà ricoverato in ospedale gli scriveranno una lettera bellissima per augurargli la guarigione ed esprimergli un grandissimo affetto, perché le ha accolte senza riserve, per quello che sono (una letterina bellissima, cercatela in rete). È semplicemente il Vangelo, niente di altro sul piano teorico. Accoglienza senza giudizio: che se ci deve essere è su di sé da parte della persona coinvolta, in ultima istanza da affidare alla misericordia divina.

Quanto Francesco ha fatto, secondo la stessa dinamica, in altri ambiti, ha messo in moto passaggi significativi: al di là dei pronunciamenti dottrinali la prassi di compassione ha preso campo rispetto al principio dottrinale rigidamente inteso. È il modo con cui Bergoglio ha cercato di mediare tra le varie anime della Chiesa, nel rischio costante dello scisma. Nel 2008 ho cominciato a seguire pastoralmente un gruppo di persone omosessuali credenti, l’associazione Kairos. Le ho accolte anche in parrocchia quando vigeva un pronunciamento ecclesiale che proibiva di concedere spazi perché questo tipo di gruppi potessero svolgere le semplici attività di raduno, preghiera e catechesi che tutti i cristiani hanno diritto di poter mettere in atto. Poco più di 15 anni dopo, nella Diocesi di Firenze veniva istituita una commissione per l’inclusione (nella reciprocità, aggiungo io) delle persone LGBT+. Senza quanto si è mosso dopo il “chi sono io per giudicare un gay?” detto dal Papa e la dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede (del 18 dicembre 2023) Fiducia supplicans, con la firma dello stesso Francesco, questo non sarebbe stato possibile. A margine di ciò, sul quotidiano della Cei Avvenire, l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori chiariva un passaggio fondamentale, scrivendo che l’aggettivo pastorale (parte essenziale dei contenuti del Concilio) è parte integrante della dottrina in quanto tale: la teologia ha comunque un orizzonte pastorale, indicando in ciò la necessità di farla non nell’astrattezza teorica, ma sempre nella prospettiva dell’annuncio di fede da rivolgere a tutte e tutti (e questo liberandosi definitivamente del proselitismo, come affermato da Bergoglio nella sua prima intervista a Civiltà Cattolica). Sottigliezze teologiche, annoterà qualche lettrice/lettore. Papa Francesco non era un teologo nel senso accademico del termine, ma è un errore strumentale affermare che la sua teologia era povera: chi ha ascoltato il suo discorso al convegno della Chiesa italiana nel 2015 a Firenze non può, in onestà, fare un’affermazione del genere. Un altro tipo di teologia, ma non meno significativa. In realtà da questa dimensione evolutiva passa l’idea di una chiesa che si libera da una prospettiva autoreferenziale per pensarsi in una chiave relazionale e di reciprocità con quel mondo di cui è parte, non padrona o aliena. Faccio parte della commissione di cui parlo sopra: il vescovo mi ci ha inserito, insieme agli altri membri, perché siamo stati scelti, a suo tempo, dallo stesso gruppo Kairos come compagni e compagne di strada, insieme a due genitori di persone omoaffettive. Betori all’inizio della sua permanenza a Firenze era su altre posizioni: evidentemente poi le ha cambiate. Per cui, a chi mi dice che non è vero che c’è stato un cambiamento rispondo che è una posizione legittima, ma da altri osservatorî, come i miei, posso affermare che non è vero. Nel 2014 Kairos scrisse al Papa, raccontando di sé: non rispose lui personalmente, ma la segreteria, riportando il suo interesse e la sua benevolenza. In Italia nessuno se ne accorse, ma il Washington Post sì, e inviò un suo cronista a intervistarci: ci chiese con insistenza cosa fosse cambiato con il suo pontificato. Nonostante il tentativo, non riuscii a convincerlo che le prassi di accoglienza erano in atto da tempo, presso molte comunità. Su questo devo dire, per quanto stimi Francesco e debba esprimere riconoscenza, che aveva ragione La Pira quando diceva ai seminaristi fiorentini: «non conta l’uomo, ma la seggiola».

Sul ruolo del vescovo di Roma si discute da tempo e anche Giovanni Paolo e Benedetto hanno riflettuto e scritto sulla necessità di riformare l’istituzione del papato, definendo una centralità del popolo di Dio, a cui tutti i ministeri ecclesiali, compreso quello petrino, devono riferirsi. Per certi aspetti la rivoluzione bergogliana non è giunta a compimento e cosa ciò significhi lo si vedrà al Conclave. Certamente penso che se la chiesa di base avesse avuto più vitalità e coraggio rispetto alle gerarchie (si è visto chiaramente al Sinodo dell’Amazzonia), con un Papa come questo avremmo avuto davvero la possibilità di ricentrare sul Vangelo come istanza critica e propositiva che si metta al servizio del mondo contro ingiustizie, sofferenze, guerre, pregiudizi, per un’autentica spiritualità della Parola della Resurrezione, nel lieto annuncio ai poveri della redenzione, già da adesso, nella giustizia del Regno dei Cieli. Che è quel che avremmo sempre dovuto fare: quel che sempre abbiamo provato a fare, non svendendo la nostra dignità ai potenti della Terra, le loro logiche omicide (il governo israeliano, a differenza di molte comunità ebraiche, non ha espresso nessun segno di cordoglio: la vicinanza alle sofferenze del popolo palestinese a Gaza si pagano, politicamente). Tutto si può dire di lui, ma non si può negare che il coraggio del Vangelo Jorge Maria Bergoglio lo abbia avuto, e di frequente. Questa sfida alle logiche della violenza e del potere economico è stato uno dei pochi che ha avuto la dignità di sostenerla, e fino alla fine.

La prima volta che l’ho incontrato, quando intervenne all’incontro dei familiari delle vittime innocenti delle mafie promosso, come ormai da trent’anni, il 21 marzo da Libera nel 2014 a Roma, ebbi qualche secondo per dirgli qualcosa. Lo ringraziai per quel che era, come persona, e gli dissi che avevamo in comune tre passioni: quella per il Vangelo, quella per il cinema e quella per Jorge Luis Borges, il grande letterato suo connazionale. Rise, come faceva lui. Mi piace pensare che i due Jorge stanno amabilmente conversando, in quel che Borges immaginava (da agnostico) come una incredibile biblioteca: per Bergoglio il paradiso non può non essere la condizione a cui approderanno tutti i poveri e i sofferenti della Terra. Per la consolazione finale, che quest’uomo ha testimoniato e reso presente quand’era tra noi.

Gli autori

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli è teologo, coordinatore dell'Istituto di Ricerca in Teologia Sociale della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

Guarda gli altri post di: