Noga Kadman, ricercatrice e autrice israeliana originaria di Gerusalemme, da circa un anno si è trasferita a Milano. «Non posso far parte di una società che commette crimini orribili e causa tanta sofferenza a civili e bambini», racconta al telefono dalla sua nuova casa in zona Niguarda. «E non potrei sopportare di essere circondata da persone indifferenti, se non addirittura favorevoli, a quello che accade».
Kadman non è un caso isolato. Come lei, circa 79mila israeliani hanno deciso di lasciare lo Stato ebraico negli ultimi 12 mesi (fra il settembre 2024 e il settembre 2025), secondo i dati resi noti dall’ufficio centrale israeliano di statistica. Come da tradizione, l’ente di monitoraggio per eccellenza della demografia israeliana pubblica un rapporto alla vigilia di Rosh Hashanà, il Capodanno ebraico, che lunedì prossimo darà il benvenuto al 5786. L’ufficio considera emigrante chiunque rimanga all’estero almeno 275 giorni in un anno. Se si prende in esame il consuntivo dell’anno 2024, secondo il calendario gregoriano, il numero totale di emigranti risulta essere 82.800, un aumento del 50 per cento rispetto all’anno precedente. Anche al netto di rientri e nuovi immigrati, il bilancio migratorio resta ampiamente negativo.
«La guerra causa un danno fisico, mentale, psicologico, esistenziale agli israeliani, ci sono persone che vogliono prendersi una pausa, ossigenarsi», dice Sergio Della Pergola, professore emerito dell’Università ebraica di Gerusalemme, considerato il massimo esperto di demografia israeliana. Il bilancio migratorio negativo è un fatto rarissimo nella storia di Israele. «È avvenuto praticamente solo quattro volte nell’ultimo secolo», spiega Della Pergola. «La prima fu negli anni Venti, all’epoca del mandato britannico, la seconda negli anni Cinquanta, dopo una grande ondata migratoria che aveva creato difficoltà economica nell’assorbire tutti i nuovi arrivi, la terza durante l’iperinflazione al 400 per cento negli anni Ottanta, e la quarta arriva con questa guerra».
Il calo, per quanto relativamente contenuto e compensato dalla solida crescita demografica interna del paese, provoca allarme dentro Israele. «È una vera emergenza. Con numeri come questi, il Governo avrebbe già dovuto pensare a un piano strategico per prevenire l’emigrazione», ha scritto su X Michael Hauser Tov, giornalista israeliano ed ex ricercatore presso il Reuters Institute for the Study of Journalism a Oxford. «Nessun premier ha messo in pericolo l’impresa sionista come Netanyahu. Sono i numeri a dirlo. Questa è la sua vera eredità».
Lo shock del 7 ottobre 2023, aggiunge Della Pergola, aveva avuto un effetto immediato sui flussi, provocando circa 15mila partenze nel resto del mese. Fra le destinazioni dominanti nel periodo bellico, oltre a Canada, Usa, e altri paesi occidentali, si affermano per la prima volta Cipro, che dista 40 minuti di aereo da Israele, e la Thailandia, nota meta turistica privilegiata per gli israeliani.
Nel 2024 il numero di nuovi immigrati è stato di 31mila, un terzo meno dell’anno precedente. Nella prima metà del 2025, invece, il calo rispetto allo stesso periodo del 2024 è vicino al 50 per cento. Negli ultimi anni la stragrande maggioranza di nuovi immigrati è arrivata da ex repubbliche sovietiche, in particolare dalla Russia e, in misura minore, dall’Ucraina. Ora, però, sono in crescita anche i tassi di rientro verso Mosca e Kiev.
A Milano, Noga Kadman dice di non rimpiangere la vita israeliana. «La zona dove vivo è molto verde, tranquilla e pacifica», dice. «Non voglio che i miei figli crescano in un ambiente così contrario ai miei valori», spiega. «E non voglio che mio figlio, che adesso ha 15 anni, venga arruolato».
L’articolo è tratto da Domani del 18 settembre
