Per un filosofo (più realisticamente: un insegnante di filosofia), parlare della mortalità è come per un orso sentire il profumo di una torta di mele. Per questo mi permetterete questa apparente divagazione, a partire dal gustoso scambio di battute tra i due principali leader del nuovo ordine mondiale, a cui anche molti di noi guardano con simpatia e interesse (a partire dal leader maximo D’Alema). Uno scambio – quello tra Putin e Xi JinPing – che non può che stupire, in effetti. Sui giornali viene riportato il suo argomento in questi termini: “Putin e Xi discutono d’immortalità”. Che sembra l’argomento di un dialogo platonico più che uno scambio tra due autocrati del nostro tempo così poco riflessivo. Ve li immaginate Gasparri e Lollobrigida discutere d’immortalità? A me viene da ridere solo a pensarci.
E in effetti la prima considerazione che si può fare è questa: davvero si percepisce la differenza tra i veri potenti del mondo e i piccoli politici. In Italia un grande statista – che evidentemente, suo malgrado, non ha mantenuto – si spinse al massimo, un po’ di anni fa, a rivendicare di aver abolito la povertà, qui invece ci spingiamo all’abolizione della morte. Come vedremo alla fine, le due cose sono molto più legate di quanto possa sembrare. Anche se, a ben pensarci, uno degli ultimi che aveva osato tanto, cioè sfidare pubblicamente il proprio destino mortale, è stato uno che con Putin aveva anche più confidenza di D’Alema, cioè Berlusconi. Purtroppo per lui, la sua profezia rimane per i posteri: persino lui si è dovuto arrendere e ha perduto l’eterna battaglia dell’essere umano contro il proprio destino (anche se il passo successivo alla fede nell’immortalità è quello della fede nella resurrezione).
Ora, su cosa si fonda quest’ottimismo metafisico dei due rappresentanti del nuovo ordine mondiale? Decisamente sulla fiducia nei confronti di uno degli elementi fondanti di quel “vecchio” ordine mondiale che i due vorrebbero sostituire e che è giunto – si può ormai dire serenamente – alla fine dei suoi giorni. È il primato della tecnica ciò che permette di essere ottimisti. La civiltà tecnologica, cioè quella civiltà che ha accentuato il significato della rivoluzione scientifica per farne non un supporto alla natura umana, ma un vero e proprio dispositivo capace di decostruirla e ricostruirla. Come è noto, il suo apogeo storico e politico è stato rappresentato dallo sviluppo dell’atomica. Per decenni ci siamo interrogati, qui in Occidente e a partire dalla consapevolezza della nostra inaudita responsabilità, sulla circostanza che la bomba atomica fosse la dimostrazione del fatto che la tecnica, quando diventa una messa in discussione della natura umana, può minacciare di dare la morte a tutti per gli stessi motivi per cui può promettere di dare la vita a tutti. Adesso il quadro è decisamente mutato: la fede nella tecnica da parte dell’Occidente è diventata ondivaga e possiamo interpretarla secondo la divisione tra pubblico e privato. Pubblicamente, il governo del più grande Stato occidentale sceglie di diffondere posizioni anti-scientifiche e interrompere i finanziamenti a tutti i programmi che sviluppano la tecnologia medica a base m-Rna. Una vendetta nei confronti del suo uso pandemico, che però finisce per tagliare i finanziamenti a progetti che potrebbero permetterci cure davvero risolutive nei confronti delle malattie incurabili. Così in Occidente i governi populisti attaccano la scienza e rievocano persino il “disegno intelligente”, mentre tutto il controllo degli sterminati dispositivi tecnologici (e del loro potere ancora più sterminato) viene lasciato nelle mani di multinazionali private (Musk è da questo punto di vista un esempio di imprenditore la cui influenza non è dovuta tanto all’arricchimento economico, quanto all’esercizio esclusivo di questo potere sovranazionale di controllo dei dispositivi tecnologici sensibili, che gli è stato graziosamente concesso). Così, i nostri governi fanno la guerra alle tecnologie civili mentre usano soldi pubblici solo per sviluppare armi sempre più distruttive e sempre più mortali, e nel frattempo i privati hanno il controllo monopolistico di tutto ciò che contiene davvero una sovranità illimitata, il potere di vita e di morte.
A quanto pare, i rappresentanti del nuovo ordine mondiale sono molto più attenti a non delegare questa sovranità tecnologica. Da questo punto di vista, la loro personalità autocratica è molto tradizionale. L’idea di un potere che si accentra e coincide con una sola persona, fino al punto che l’unico “partito di opposizione” che rimane da neutralizzare è il partito della propria morte. La morte è l’ossessione di tutti i dittatori perché è l’unico nemico che non si può perseguitare, torturare, uccidere. I dittatori sono tali perché possono arbitrariamente cambiare le regole di qualunque cosa. Ma le regole della partita a scacchi con la propria morte, quella è l’unica cosa su cui non possono far nulla. È precisamente di questo che Putin e Xi stavano discutendo tra loro con fiduciosa certezza: dello sviluppo di una scienza in grado di cambiare le regole dell’eterna partita a scacchi con la morte. Il tempo del nuovo ordine mondiale è l’eternità, non è la storia.
A questo punto, permettetemi di trarre tre conseguenze culturali e politiche molto concrete, su cui spero si possa aprire un dibattito perché hanno a che fare con ciò che pensiamo debba rappresentare oggi la sinistra.
La prima: la nostra sacrosanta critica all’Occidente – credo di aver scritto decine di articoli di spietata severità negli ultimi mesi – rischia troppo spesso di sottovalutare quanto nel fondo della sua distruttività e della sua violenza vi sia lo sviluppo incontrollato della civiltà della tecnica. Da questo punto di vista a volte sono davvero in difficoltà e credo che qualche interrogativo culturale dobbiamo porcelo, soprattutto in questo periodo in cui l’Occidente si è suicidato e ha lasciato vuoto il suo spazio. Se la critica all’Occidente e alla modernità ha come esito la distopia postmoderna dell’uomo postumano, quello che non distingue più tra la mano e il cellulare (come mio figlio, per dire che quest’uomo postumano è l’unico modello imposto dal neocapitalismo) e che per questo ha incrementato la sua potenza ed è finalmente libero, non so se sia davvero un affare. Se i nuovi maître à penser della sinistra sono Rosi Braidotti, la profezia marxiana delle macchine e il materialismo spinoziano, allora la nostra critica all’Occidente è falsa, perché ne riproduce il carattere fondamentale: che è precisamente la tracotanza della tecnica. Preferisco un nuovo ordine mondiale che sappia promettere la felicità terrena, non l’uomo immortale.
La seconda è ancora più specifica. Ho preso bonariamente in giro la presenza di D’Alema alla celebrazione di questo altro ordine mondiale, ma in realtà ne capisco i motivi. Essendo politicamente molto più competente di tanti altri, egli sa bene che, anche se ci rifiutiamo di dichiararlo e di celebrarne il funerale, un ordine mondiale è morto. E in politica non esistono spazi vuoti. Eppure, come spesso gli è accaduto, questo riposizionamento – che è suo ma anche di tanti di noi che guardano con simpatia a Putin e alla Cina per il solo fatto che si oppongono alla politica degli zombies occidentali – mi pare ineccepibile tatticamente, ma molto discutibile strategicamente. È astuto, ma è del tutto privo d’intelligenza. Quali sono infatti le differenze di questo “altro” ordine mondiale, rispetto a quello che stiamo lasciandoci alle spalle nel peggiore dei modi? Personalmente, penso che vi potrebbero essere tre elementi di differenziazione fondamentali, a partire da cui ripensare anche il posizionamento della sinistra: il rapporto col capitalismo, la pace e la guerra, la democrazia. Quanto al primo – che era ciò che differenziava i due blocchi contrapposti ai tempi della guerra fredda – non mi pare che vi sia nessuna particolare messa in discussione del progetto capitalistico di società. Al massimo, si può dire che Russia e (soprattutto) Cina rappresentino forme alternative di organizzazione del capitalismo, non certo che lo contestino come unica forma di vita sociale possibile. Non credo che qualcuno, per quanto possa ammirare Putin e Xi, possa sostenere credibilmente che siano eroi dell’anti-capitalismo. Anche sulla messa in discussione della guerra come principio dei rapporti internazionali, non credo si possa prendere Putin come modello di una politica pacifista. Quanto alla Cina, basta osservare bene la parata a cui D’Alema ha partecipato: una celebrazione di nuove armi nucleari e di potenza bellica. Non so se questo nuovo ordine mondiale ci porterà la pace, ma certamente la pace a cui pensa non è molto diversa da quella di Trump e Netanyahu: una pace fondata sulla guerra. Infine, la democrazia. Anche in questo caso bastano poche parole. Perché mi pare indiscutibile che alla crisi irreversibile delle democrazie occidentali si stia contrapponendo un altro ordine mondiale che alla democrazia ha rinunciato fin dall’inizio e che non crede sia un valore fondamentale. Personalmente, non ho alcuna simpatia per gli autocrati, sia se fingono di essere democratici sia se non sono interessati nemmeno più a fingere. E dunque, su cosa si fonda quest’altro ordine mondiale che dovremmo celebrare nel tempo del suicidio dell’Occidente? Sul principio più occidentale e moderno che vi sia: il culto della potenza e della tecnica. Novelli re “soli” (l’ambiguità è voluta) che si sostituiscono ai vecchi. Niente di nuovo sotto il sole: nessun progetto alternativo di mondo all’orizzonte, nessun comunismo che avanza imperioso. Sembra quasi il noioso principio nazionale dell’alternanza adattato ai rapporti internazionali: quelli di adesso hanno fallito, diamo fiducia a quelli nuovi. Ma per far che? Per attuare la stessa immagine del mondo dell’occidente fallimentare, senza critica al capitalismo, senza critica al principio di guerra, rottamando definitivamente e senza troppi rimpianti la forma democratica.
Ultima considerazione. L’ottimismo metafisico di Putin e di Xi JinPing sarà anche realistico, ma è del tutto autoreferenziale. L’immortalità è un problema aristocratico. Quando sostengono che presto l’età media sarà di 150 anni, non si riferiscono all’insieme degli esseri umani, ma a quelli come loro. Che hanno soldi e contatti per poter ripulire il sangue e sostituire gli organi. È il loro corpo – il corpo mistico del re – a poter essere proiettato oltre l’orizzonte della consunzione. Non certo il corpo dei contadini russi o degli operai cinesi. Non certo i corpi dei cittadini italiani che non riescono più ad avere garantite prestazioni sanitarie elementari, figuriamoci se si possono porre il problema dell’immortalità. Non certo il corpo dei sopravvissuti a Gaza, la cui età media sta tornando indietro di secoli. Un altro ordine mondiale fondato sull’immortalità di classe e qualcuno tra noi, contento, lo celebra anche. Persino la livella di Totò è diventata diseguale. Decisamente preferisco una sinistra così presuntuosa da porsi come obiettivo quello di abolire la povertà, piuttosto che celebrare chi vuole abolire la morte. Che si occupi di una felicità terrena sempre più distante piuttosto che farsi tentare dalla religione dell’uomo immortale.

Probabilmente faccio parte di coloro che “quelli di adesso hanno fallito, diamo fiducia a quelli nuovi”.
Credo che se “Putin e Xi discutono d’immortalità” questo sia avvenuto a latere di ben più ampia e propositiva discussione: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_chinacentral_asia_spirit_un_nuovo_paradigma_di_relazioni_internazionali/5694_61509/
Non mi pare che il Nuovo Ordine Mondiale che si sta imponendo abbia come prioritaria “l’immortalità di classe”.
Comunque le critiche fatte al “rapporto col capitalismo, la pace e la guerra, la democrazia” sono più che fondate.
Di una cosa però sono certo e cioè che “abolire la povertà e occuparsi di felicità terrena” sia pressochè impossibile con il sistema egemonico vigente. Sono dunque favorevole al Nuovo Ordine Mondiale che si prospetta.
Infine una nota personalissima: ma morire è poi così brutto?