Se c’è qualcosa di addirittura peggiore dell’inopinato attacco che ha sancito l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, sono certamente le dichiarazioni di Trump e Netanyahu immediatamente successive all’attacco. Ma sono anche estremamente utili, perché smascherano un cambio radicale di civiltà che non si manifesta soltanto nei gesti ma anche nelle parole. La violenza non sta soltanto nel fare la guerra a scena aperta, ma anche nel teorizzarlo senza più alcuna vergogna pubblica, senza più alcun tentativo di dissimulazione ideologica.
Questa denudazione politica delle parole – che non hanno più necessità di celare la crudeltà che esibiscono – è già tutta presente nel discorso di Trump, in cui il presidente americano loda quel che definisce «un successo militare spettacolare» che è stato portato avanti da un «generale spettacolare». Un colpo di Stato da parte della società dello spettacolo, si direbbe. In cui tutte le categorie della politica e persino della morale sono ormai sostituite dall’unica categoria dell’apparenza: che trasforma il reale in finzione. Che vuol dire che un evento storico viene ormai giudicato per il suo grado di spettacolarizzazione? Che cos’è uno spettacolo, alla fine dei conti? A prima vista la trasformazione di un atto di guerra in spettacolo è un modo per spostare la sostanza di quell’atto dalla sua natura intrinseca all’immagine esterna che se ne ricava. Da questo punto di vista, proprio perché è stato «un successo militare spettacolare», è del tutto indifferente che abbia davvero raggiunto i suoi obiettivi reali. Conta molto di più l’immagine che si sedimenta negli occhi degli spettatori. Di coloro che hanno visto o hanno avuto notizia di quell’evento. E infatti, come ben sappiamo, i suoi obiettivi reali letteralmente non esistono. L’obiettivo reale era l’annientamento del progetto iraniano per le armi nucleari? Ma non ci sono prove che questo progetto ci sia e non ci sono conferme su quali siano i danni che l’operazione militare abbia creato al progetto, qualora effettivamente ci sia. Poche ore dopo, Trump riconosce che in fondo può essere anche che l’obiettivo reale sia un regime change, contro le sue stesse dichiarazioni e quelle dei suoi accoliti. Ma davvero non conta più nulla, se la misura di tutto è la spettacolarizzazione dei significati degli eventi storici.
A questo punto mi tocca però – chiedo scusa ai lettori e spero di non annoiarli troppo – recuperare una celebre citazione di Debord: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato da immagini». Questo è il punto davvero fondamentale del nuovo ordine semantico trumpiano. Non si tratta affatto di sostituire l’essere della storia con una sua rappresentazione che ne è del tutto slegata. Sarebbe troppo semplice e tutto sommato non vi sarebbe nulla di nuovo: ogni guerra è innanzitutto propaganda. Qui lo spettacolo non serve a nascondere la realtà, ma a produrla. Non è una serie di immagini o di dichiarazioni che prendono il posto del vero, ma è un insieme di immagini e di dichiarazioni che producono concretamente nuovi rapporti sociali e di potere, che definiscono a partire da ciò che sta accadendo un ordine materiale del mondo in cui gli oppressori non hanno più alcun problema a presentarsi come tali, semplicemente perché hanno letteralmente sequestrato la scena. Firmano lo spettacolo: ne definiscono i contorni, fanno i tecnici delle luci e delle ombre, sono i registi e gli unici attori ammessi. La spettacolarizzazione del mondo intrapresa da Trump non è un atto di ipocrisia, ma un atto di verità: non nasconde più nulla, esibisce la propria forza – la forza senza ragione dell’oppressore – senza aver bisogno di alcuna legittimazione, alcuna giustificazione. Noi siamo i protagonisti dello spettacolo e il mondo non può più essere altro che la scena di questo spettacolo. Qualcuno dice che non è così? Che il mondo è carne e sangue ed è fatto delle vittime della guerra? Dei morti di Gaza che non ci sono già più, dei danni collaterali di ogni azione di guerra? Se lo dice è tenuto fuori dal mondo, tanto quanto le vittime. Non esiste, si agita ma non viene illuminato. I nostri talk show televisivi non sono la prova più visibile di tutto ciò? Dovrebbero essere frequentati da persone che parlano di ciò che sta avvenendo e invece sono pieni di attori che parlano solo della rappresentazione, dello spettacolo di cui loro stessi fanno parte. La spettacolarizzazione trumpiana è una riconfigurazione dei nostri rapporti sociali o persino di più: è un sequestro per cui la scena della democrazia – un posto che per definizione dovrebbe essere almeno per principio frequentato da tutti – è diventata la scena dello spettacolo di una sola compagnia di teatranti. Che recitano malissimo e leggono dei testi farneticanti, ma che non possono più essere schiodati da lì, tanto quanto noi non possiamo più alzarci ed andarcene, ma siamo imprigionati in platea, siamo costretti ad esserne spettatori.
Se tutto ciò è stato possibile, è perché nella sostituzione della scena della democrazia con la scena della guerra i governi occidentali hanno scelto di usare un solo strumento: la forza. Non la forza della persuasione, non la forza della parola, non la forza delle bugie. Ma la pura ignobile forza della violenza. Quella che incanta alcuni sedicenti intellettuali da salotto in Italia. Quella per cui noi siamo ormai chiaramente sottoposti a un sequestro di persona, costretti a stare seduti sulle sedie di quella platea senza poter andarcene o voltarci da un’altra parte o tapparci le orecchie. Ma soprattutto la violenza di quelle che Trump definisce qui in termini quasi incantati: le “macchine magnifiche”. Le armi. La magnificenza delle cose che hanno come uso esclusivo l’annientamento. La magnificenza dell’unico prodotto umano che non può servire ad altro che a distruggere. La magnificenza di ciò che nell’eccitazione a stento frenata dei politici europei dovrebbe rialzare le nostre sorti, riarmarci e dare la morte invece che costruire ospedali e dare la vita. Ne abbiamo fatti di passi indietro per passare da una civiltà in cui le macchine magnifiche erano quelle che ci avrebbero permesso di volare – la presunzione moderna di Leonardo da Vinci – a una civiltà in cui le nostre macchine magnifiche sono quelle che ci permettono di volare per distruggere e annientare.
Arrivo però a Netanyahu. Le cui parole tematizzano per certi versi la retorica televisiva di Trump. Vanno dritte al punto e sintetizzano questo primato della forza. Per il primo ministro israeliano l’Occidente ha un compito: portare “la pace attraverso la forza”. Certamente queste parole non risuonano nuove. In questi mesi tantissimi analisti hanno segnalato (da ultimo, https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/06/23/il-lavoro-sporco-di-israele-e-la-terza-guerra-mondiale/) che la crisi dell’occidente sta tutta nell’aver sostituito il primato del diritto con quello della forza. A questo punto questa sostituzione non è solo un fatto, ma anche una teorizzazione, un’ideologia, un principio che appare ormai quasi come il destino dell’Occidente. Ma perché questa sostituzione dovrebbe inquietare così tanto? Perché dobbiamo sospettare così tanto della forza che prende il posto della legge? Per rispondere non citerò autori accusabili di “buonismo”, ma un autore che rappresenta una delle più autorevoli tra le genealogie possibili dell’Occidente: Hobbes.
Per Hobbes – come è noto – il regno della pura forza è lo stato di natura. Dove certo ci sono predatori che sono più forti e prevalgono. Ci sono lupi e ci sono uomini che agiscono con gli altri uomini come se fossero lupi (che poi i lupi sono animali che non meritano la fama che hanno, ma questo è un altro discorso). Ma il problema della loro forza è che crea odio, risentimento, volontà di vendetta. In un mondo in cui prevale la forza persino il più forte non può mai essere al sicuro. Nel cuore della notte dovrà guardarsi bene intorno e non potrà riposare; non dovrà farsi accecare dalla luce del giorno perché qualcuno potrebbe pugnalarlo alle spalle. La pace portata attraverso la forza non è che una guerra permanente. Di tutti contro tutti, certo. Ma soprattutto di tutti quelli che non sono forti contro i forti che li hanno costretti a non essere tali. Così, mentre sono costretto ad assistere allo spettacolo di Trump e Netanyahu che sostituiscono la legge con la forza, non posso non notare che c’è un difetto di sceneggiatura. Perché ciò che la spettacolarizzazione del mondo non dice è che ogni prepotente produce con le sue azioni il combustibile per cui perderà la sua forza e diventerà bersaglio della vendetta: l’odio. Hobbes, piuttosto saggiamente, aveva suggerito che c’è un solo modo per risolvere la faccenda ed è accettare di non essere più così forti: affidarsi al diritto. È soprattutto all’uomo che si comporta come lupo che conviene di chinarsi alla legge, se non vuole vivere sotto la minaccia costante dell’odio.
L’Occidente è apparso, per un po’ di tempo, niente di più che un esperimento hobbesiano: diffidare della forza per metterci in salvo attraverso una sovranità che ci garantisca di aver salva la vita attraverso il diritto. Dico che è apparso, non che è stato. Perché tutti sappiamo quanto l’Occidente abbia anche bullizzato il mondo, pur presentandosi come il grande difensore del diritto (e del diritto internazionale in modo particolare).
Ecco, è questa la tesi cui volevo arrivare. Le parole di Trump e Netanyahu sono una finestra su un passaggio di civiltà epocale. E servono finalmente a fare chiarezza di ciò in cui consiste tale passaggio. Non semplicemente la fine dell’Occidente e dei suoi ideali – come ho appena scritto la storia dell’occidente non è che la successione di tentativi costanti di sabotare se stesso – ma la fine della necessità di provare a nascondere il primato della forza attraverso le parole del diritto. In termini definitivi: il passaggio di epoca che viviamo è la fine dell’ipocrisia dell’Occidente. Trump e Netanyahu – nella notte dell’attacco all’Iran – svelano di noi stessi ciò che siamo senza più provare alcuna vergogna di esserlo. Sarebbe bastato leggere Hobbes per capire che non c’è nulla di più autodistruttivo che una civiltà che si fonda sulla pura forza (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2025/06/17/bombardare-teheran-ovvero-il-suicidio-delloccidente/). A questo punto temo che le sue parole non riguardassero solo un’epoca ormai passata, ma fossero una profezia sul futuro che ci attende e che saremo costretti a osservare.
E infine: Gaza muore. Anche se non fa più parte dello spettacolo. E io sento di doverne fare memoria ogni volta che scrivo di cose che la sceneggiatura prevede, come la guerra in Iran. Gaza muore. E noi non possiamo più raccontarlo, ma possiamo almeno ricordarlo.
