10 marzo 1946: votare ed essere votate

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Il 10 marzo 1946, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74, le donne italiane conquistarono la pienezza del diritto di voto. Nel dettare le norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente, il provvedimento affermava il principio del suffragio universale per le donne e gli uomini che avevano compiuto il 21° anno di età e stabiliva che «sono eleggibili all’Assemblea Costituente i cittadini e cittadine che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25° anno di età». Poco tempo dopo le donne italiane ricevettero il certificato elettorale che permetteva loro di votare al referendum e alle elezioni politiche del 2 giugno. Non si possono dimenticare le parole con cui la giornalista Anna Garofalo ha ricordato quei momenti: «Le schede ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le giriamo fra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore». Il percorso per ricevere questa attestazione di amore da parte dello Stato, peraltro, non era stato facile e soprattutto aveva incontrato un ostacolo quando il traguardo sembrava vicino.

Più di un anno prima, in un’Italia non ancora interamente liberata, il Governo Bonomi aveva compiuto, su richiesta di De Gasperi e di Togliatti, un passo importante, varando il decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1945, n. 23, che estendeva alle donne il diritto di voto. Il decreto, però, aveva un grave limite: non riconosceva alle donne l’elettorato passivo. Potevano, cioè, decidere chi le rappresentava, ma non potevano rappresentare nessuno. Non si è mai potuto stabilire con certezza se si sia trattato di una semplice dimenticanza o se, invece, l’omissione fosse voluta e si volesse davvero evitare che le donne potessero svolgere elevate funzioni istituzionali. Comunque, ci fu subito un notevole impegno delle donne, organizzate nell’Unione Donne Italiane (UDI), nel Centro Italiano Femminile (CIF) e in altre strutture dei partiti antifascisti, per sollecitare che fosse colmata l’inaccettabile lacuna del decreto. Ma non basta: il decreto Bonomi conteneva anche una discriminazione assai grave. Il diritto di voto non era riconosciuto alle prostitute schedate che lavoravano fuori dalle “case” regolamentate dallo Stato, dove era permesso loro di esercitare la professione.

Il diritto di voto alle elezioni amministrative risulta invece riconosciuto sulla base di due provvedimenti: il già citato decreto Bonomi e il decreto 7 gennaio 1946, n. 1, che ricostituiva le amministrazioni comunali su base elettiva. Per serie difficoltà di formalizzare le liste elettorali dopo le distruzioni dovute alla guerra, le prime elezioni amministrative furono scaglionate nel corso del 1946: le prime si svolsero proprio il 10 marzo e riguardarono 436 comuni. Le elezioni proseguirono poi nei mesi di marzo, aprile, ottobre e novembre. Da queste prime elezioni uscirono alcune sindache e molte consigliere comunali.

La data più importante resta, comunque, il 2 giugno, quando in tutto il paese le donne si recarono in massa ai seggi, garantendo in una consultazione di importanza cruciale una complessiva, altissima partecipazione al voto (89,08%). Molto importante fu l’azione dell’UDI, che s’impegnò in una campagna capillare per spiegare alle elettrici la portata di questo diritto appena conquistato. Votarono quasi 13 milioni di donne (in numero assoluto furono più numerose degli uomini che furono circa 12 milioni).

Le donne contribuirono così in modo determinante a liberare l’Italia dalla dannosa monarchia sabauda e alla netta affermazione dei partiti antifascisti nella composizione dell’Assemblea Costituente. Le deputate furono poche: 21 su 556 eletti. Però qualificato e importante fu il ruolo da loro svolto nel dare all’Italia la nuova Costituzione. Riuscirono a trovare modi e punti di incontro per fare fronte comune e per contribuire alla stesura di norme volte a garantire agli italiani e alle italiane eguaglianza dei diritti e pari opportunità.

Gli autori

Maria Chiara Acciarini

Maria Chiara Acciarini è stata insegnante e preside in una scuola media superiore e ha fatto parte della segreteria della CGIL Scuola di Torino. È stata consigliera comunale di Torino e, poi, deputata e senatrice in rappresentanza dei Democratici di Sinistra, che ha lasciato nel 2007. Ha scritto tra l’altro, con Alba Sasso, il libro “Prima di tutto la scuola” (2006).

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