Ciò che sta accadendo in California rappresenta, al più alto livello finora raggiunto, la prova di quanto la Costituzione democratica più antica del mondo mostri fragilità tali da permettere a un presidente, determinato ad approfittarne, di realizzare con facilità una profonda torsione antidemocratica del sistema, fino ad arrivare all’uso della forza militare contro i propri cittadini, che nelle piazze protestano contro i suoi abusi di potere. Così gli Stati Uniti, che – scatenando guerre nel mondo – si professavano fino a ieri esportatori di democrazia, sembrano oggi presentare tutte le caratteristiche di un sistema fortemente autoritario. Per arrivare a ciò a Trump è bastato sfruttare fino in fondo le tante pieghe antidemocratiche di una Carta costituzionale che non pone limiti al presidente, se non quello di elargire la grazia a seguito di un impeachment.
Dopo aver usurpato, senza alcuna efficace reazione istituzionale, le prerogative parlamentari della penna e della borsa – con buona pace dei famosi checks and balances costituzionali, che sulla Carta avrebbero dovuto impedire i suoi straripamenti di potere (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/03/26/stati-uniti-cera-una-volta-il-bilanciamento-dei-poteri/) – Trump fa ora uso di una debordante e pericolosissima prerogativa di spada per combattere l’ultimo baluardo volto a contenere i suoi abusi: la protesta di piazza. Se il Congresso non vuole e non può rivendicare le prerogative costituzionali di cui Trump si è appropriato, a nulla sono per altro verso serviti gli ordini delle Corti di giustizia, che hanno cercato di contenere gli attacchi del presidente e della sua amministrazione alle libertà civili, imponendo il rientro dei tanti migranti deportati senza quel giusto processo che sarebbe spettato loro in forza del XIV emendamento della Costituzione. Violato è stato l’ordine del giudice federale di distretto che ha imposto il rientro dal CECOT, carcere salvadoregno noto per le sue efferate violazioni dei diritti umani, di 140 Venezuelani sospettati – non si sa in forza di cosa – di far parte dell’organizzazione criminosa Tren de Aragua. A lungo violato è stato l’ordine della Corte Suprema di facilitazione del rimpatrio di Kilmar Abrego Garcia da quello stesso carcere in cui – riconosciutamente per errore – era stato inviato. Altrettanto violato è stato l’ordine del giudice federale di distretto di Boston di non inviare in luoghi che non siano i paesi di origine dei deportati i migranti senza dar loro la possibilità di opporsi, con il risultato che 8 migranti – di cui 7 non di origine africana – sono ora a Djibuti, bloccati e ammalati insieme ai loro carcerieri in condizioni igieniche e logistiche disastrose. In ognuna di queste ipotesi è stato ventilato dal giudiziario l’esercizio di un’azione penale per criminal contempt of Court contro l’amministrazione Trump, senza tuttavia – per le ragioni già analizzate in passato (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/03/26/stati-uniti-cera-una-volta-il-bilanciamento-dei-poteri/) – che tale minaccia possa effettivamente concretizzarsi.
La questione migranti è così diventata il terreno privilegiato di Donald Trump per affermare con forza il suo potere assoluto, svincolato da ogni limite e controllo. A tal fine ha dichiarato deportabili a suo piacimento migranti irregolari in luoghi ad alto rischio e senza che essi vi abbiano un men che minimo contatto, come la Libia o il Sud Sudan; ha fatto uso di leggi come l’Alien Enemies Act, che consente la deportazione di stranieri senza processo in tempo di guerra senza che vi sia una guerra in corso e ha interpretato in maniera estremamente controversa altre normative che gli attribuirebbero la possibilità di togliere, a chi non è cittadino, il diritto di far valere le sue ragioni contro la deportazione cui è sottoposto; ha poi rinchiuso in centri detentivi (privatamente gestiti) intere famiglie, convocandole con l’inganno presso i giudici per l’immigrazione; ha consentito che perfino una bimba di tre anni fosse catturata e posta in detenzione dagli agenti della Immigration and Customs Enforcement, mentre si trovava all’interno di un palazzo di giustizia a San Francisco. La sua amministrazione è poi riuscita ad ottenere dall’Internal Revenue Service – che sarebbe vincolato alla riservatezza – i privatissimi indirizzi dei migranti, che, pur essendo irregolari, pagano però le tasse, al fine di deportarli.
Di fronte a tutto ciò e all’assenza di un’efficace resistenza istituzionale allo sconfinamento di poteri del presidente ha fatto da contrappeso, in forme diverse, la resistenza sociale. Inizialmente si è trattato di una giudice di contea in Wisconsin che, seguendo le regole interne della sua Corte, non ha collaborato con gli agenti che intendevano deportare un imputato presentatosi a giudizio di fronte a lei. Poi è stata la volta di un sindaco e di una parlamentare federale che hanno protestato per l’uso illegittimo di un centro detentivo privato per migranti in New Jersey. In entrambi i casi la reazione di Trump non si è fatta attendere: alla legittima opposizione dei singoli rappresentanti delle istituzioni democratiche statunitensi ai soprusi dell’amministrazione federale, quest’ultima ha risposto con gli arresti dei medesimi (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/05/13/stati-uniti-arrestati-per-dissenso/) e con l’esercizio nei loro confronti dell’azione penale per reati federali inesistenti. Quando poi, come nello scorso week end, la resistenza sociale è diventata di massa, sfociando come a Los Angeles in proteste di piazza – arrabbiate, ma ancora in grande misura pacifiche – Trump ha alzato il livello dello scontro dispiegando, contro il volere del governatore Newsom, addirittura la guardia nazionale all’uopo federalizzata. Mai si era arrivati a tanto e l’ultima volta in cui un presidente aveva assunto il comando della guardia nazionale statale federalizzandola – senza che la richiesta provenisse dal governatore – risale a 60 anni fa, quando Lyndon Johnson dovette difendere i neri desegregati da un attacco ai loro diritti civili in Alabama. Tempi da guerra civile al contrario, si direbbe, laddove oggi il presidente usa la forza militare non a favore, ma contro, i diritti dei più deboli e più in generale non a favore dell’applicazione del diritto, ma a favore della sua violazione. L’uso di 2000 agenti della guardia nazionale da parte di Trump nel contesto di proteste iniziate in maniera del tutto pacifica – e, come da molti messo in rilevo, tali da destare meno allarme di quanto normalmente accade a seguito di eventi sportivi – cui dopo poco ne ha aggiunti altri 2000 fino ad arrivare al dispiegamento addirittura di 700 marines, non è altro infatti che la manifestazione del desiderio di creare le condizioni per un vero scontro di piazza, capace di mettere preventivamente fine ad ogni tentativo di impedire al presidente di assumere il potere assoluto.
È la fine dello Stato di diritto, laddove l’illegittima proclamazione della federalizzazione della guardia nazionale¹, così come la forzatura delle norme sull’ingaggio dei marines², serve non solo a reprimere il dissenso in relazione alle politiche migratorie del Governo, ma anche e soprattutto a spezzare l’ultima resistenza, quella sociale, nei confronti più in generale di qualunque illegalità dell’operato governativo.
L’impiego della forza militare per le strade della California, che potrebbe perfino tradursi a breve nell’invocazione da parte di Trump dell’Insurrection Act³ – con il conseguente dispiegamento delle forze armate nazionali non solo a scopi difensivi, ma anche aggressivi (ciò che in fondo era il desiderio di Trump già ai tempi delle proteste del Black Lives Matter movement, quando aveva domandato perché non fosse semplicemente possibile sparare ai manifestanti) – rappresenta insomma l’avvertimento nei confronti di chiunque intenda opporsi alle sue politiche, in qualunque campo esse si dispieghino.
È questo il significato ultimo di un tale anticipato uso della forza militare da parte dell’amministrazione in carica, che determina la definitiva trasformazione di quel che restava della democrazia statunitense in una brutale autocrazia e dello Stato di diritto in uno Stato di polizia.
Note:
(1) L’impiego della guardia nazionale ordinato da Trump è avvenuto in base a una chiara forzatura della sezione 12406 del titolo 10 dello U.S. Code, che lo permette – sempre tramite ordine del governatore – solo in caso di invasione degli Stati Uniti o di suo pericolo, di ribellione contro l’autorità del Governo o di suo pericolo, o quando il presidente non riesce ad eseguire le leggi del paese con le forze regolari.
(2) Possibile in forza del Posse Comitatus Act, una legge del 1878, solo se il presidente invoca l’Insurrection Act.
(3) Si tratta di una legge del 1792, assai poco utilizzata, che permette però in circostanze pericolosamente vaghe l’impiego delle forze armate nel territorio nazionale su ordine del presidente, lasciando al buon senso di quest’ultimo stabilire quando sia il caso di usare la forza bruta contro i propri cittadini (https://www.brennancenter.org/our-work/research-reports/insurrection-act-explained).
