Ritengo da tempo, e in buona compagnia, che l’attenzione alla Sacra Scrittura sia un presupposto culturale importante, che, al di là degli aspetti confessionali, ci pone di fronte a una serie di Libri che esprimono linguaggi vari, articolati, ricchi di simboliche, significati, prospettive di riflessione: nel senso autentico della laicità un patrimonio testuale su cui convenire, anche senza nessuna prospettiva di fede religiosa. Nella comunicazione tra le diversità di lettura, avremmo buoni elementi per destrutturare i fondamentalismi.
Questa stessa Scrittura la Chiesa Cattolica la articola in un tempo, quello della liturgia, in cui far procedere di pari passo la storia di tutte e tutti con una Parola che talvolta, credetemi, è estremamente eloquente per quel determinato tempo storico in cui la si ascolta. Di anno in anno la liturgia civile del Natale si arricchisce di luci e splendori, ma siamo consapevoli di quanto poco riesca a incidere sulla necessità concreta di realizzare consapevolezze e speranze. Il senso di smarrimento continua ad aumentare. Penso che nemmeno le signorie del mondo sappiano in quale direzione procedere, se non riguardo ai loro interessi privati, che sembrano imposti con logiche invincibili, forse nell’illusione che il sistema mondo si possa tutelare per aree di privilegio. Lo sappiamo che ciò non è possibile: come lo sa chi incarna tali padronati. Si va a fondo tutti insieme, si tratta solo di capire e decidere chi lo farà prima o dopo. Non mi dilungo, le analisi sono quelle: conflitti, crisi culturale e quindi etica, collasso dell’ecosistema.
Le liturgie religiose non sembrano più adeguate di quelle laiche a portare sostegno e consiglio. La crisi strutturale delle Chiese è sempre più evidente; anche l’identità di fede soffre della mancanza di riferimenti, quando non si radica nella volontà di cercare. Come per altre realtà associative, storiche e del pensiero, idee e ideali non ci mancano, ma non sembrano realmente praticabili e in grado di arrestare le dinamiche di predominio del Nulla. Eppure, siamo qui: affetti, passioni, amori. Relazioni. Non ci si può sottrarre alla vita. Non si può neanche pensare di chiudersi in aree protette, virtuali e non. Quantomeno, prima o poi dovremo uscirne, la realtà ci tirerà fuori. Dobbiamo, con convinzione, mettere in comune le teorie, le prassi, le determinazioni e le lotte che hanno ancora la virtualità del coraggio, della giustizia e quindi del futuro. Lo sappiamo bene che ne abbiamo ancora: con le radici comuni dell’umanesimo, la creatività, la fantasia, la determinazione a non arrendersi.
In questa chiave vorrei riflettere sul testo per la liturgia del giorno di Natale, quello dell’inizio del Vangelo di Giovanni. Un brano occasione di un errore comune ai più: quello di pensare che la Bibbia sia un testo filosofico. Ci si può fare filosofia, ma non lo è. Peraltro In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Giovanni 1,1) sembra proprio un incipit molto teorico. Se però assumiamo il termine originale Logos, meglio traducibile con Parola, la prospettiva diviene molto diversa. Il logos è l’intelligenza umana, da cogliere nel suo significato più immediato, quello della relazione. È lo strumento con cui conosciamo, riflettiamo, analizziamo, ma soprattutto ci mettiamo in comunicazione, creiamo relazione. Con quel che ci circonda, con chi ci vive accanto. È l’intelligenza del comunicare: siamo quel che siamo per le relazioni che ci intessono. Del resto, esistiamo come risultato fattivo proprio di una relazione: quella tra chi ci ha generati, nei vari modi in cui ciò avviene, nella dimensione biologica e in quella educativa ed affettiva. Affermare che le persone, non solo quelle divine (la Trinità è l’icona di un Dio plurimo in sé stesso/a, comunione di persone), sono esse stesse delle parole viventi, è una idea che ha il suo valore. Soprattutto da un punto di vista storico. Se le persone sono esprimibili attraverso le parole, negare queste ultime corrisponde a un processo per cui si negano le libertà, in primis quella di esprimersi con l’unico vincolo della responsabilità per quanto si afferma. La soppressione dei linguaggi, e delle culture che li tessono, è andata di pari passo o ha preceduto immediatamente quella degli esseri umani, soprattutto di coloro che possiedono parole di dissenso.
Si leggono molti libri, ma non tutti ti raggiungono con la stessa forza. Bebelplatz. La notte dei libri bruciati, di Fabio Stassi, Sellerio editore, l’ho scoperto per caso: girovagando in libreria, ho notato la copertina, ho letto i risvolti. Tra l’altro, era nel settore dei libri gialli (che io leggo di rado): anche se non lo è. Stassi, scrittore e bibliotecario di rango (dirige adesso la biblioteca della Sapienza di Roma), si mette sulle tracce dei luoghi fisici, delle circostanze e, soprattutto, di autori e autrici dei libri messi al rogo dai nazisti nella Germania del 1933, a pochi mesi dall’avvento del Cancelliere Hitler (che Bertold Brecht – anch’esso vedrà le sue pagine in cenere – definiva L’imbianchino) all’inizio dello stesso anno. Di là a pochissimo si procederà all’eliminazione dei malati psichiatrici, degli irregolari di vario tipo e delle diversità divergenti e dissidenti, svuotando gli ospedali tedeschi. Ricordiamo che non solo i cittadini di fede e cultura ebraica conobbero la strada orrenda dei Lager: persone omoaffettive, nomadi, avversari politici e personaggi del dissenso rientrarono nelle categorie di non adeguatezza ai parametrici etnici e sociali del nazismo, erano parole non consonanti a quelle del regime. In parallelo alla lettura del libro di Stassi, ho avuto modo di assistere allo spettacolo scritto e interpretato da Stefano Massini sul Mein Kampf, il libro che l’Imbianchino scrisse all’inizio della sua ascesa al potere. Anche questo testo teatrale fa riferimento ai roghi del pensiero: ciò avrebbe dovuto far subito capire ai contemporanei del nazismo che cosa si stava preparando. Non fu così.
Possiamo quindi riflettere sul logos in questa accezione: la Parola umana a cui si attenta continuamente, nel far corrispondere la necessarietà della libertà di essere, all’esistenza stessa. In un tempo in cui le parole si strumentalizzano facilmente, la parola che si concretizza in Cristo e nel suo Vangelo afferma che l’umano si esprime in maniera degna solo attraverso l’amore. In quanto tale parola anche Gesù soffre il rifiuto violento. Al contrario spesso di quella umana, la sua è parola di attenzione, di cura, di attiva accoglienza pure di ciò che le è diverso e magari ostile. È l’inizio di un umanesimo radicale, tessuto non di una filosofia meramente speculativa, ma di vita e di ciò che la vita stessa significa se riflette su sé stessa: In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv 1,4).
Negli intrecci di parole e dei significati, tipici del Vangelo di Giovanni, non si temono le parole dense di senso, come verità, luce, vita, amore: il volto di Dio e quindi dell’umano si riconosce attraverso le condizioni e le realtà della vita stessa. Chi nega la vita, annienta la vita in sé stesso: chi la promuove, la costituisce invincibile in sé. Gesù Cristo rappresenta l’umano che non teme di ridurre sé stesso a nulla pur di non consentire l’annientamento della vita e della parola di verità che la attesta. Una consapevolezza delle fragilità degli esseri umani, di quanto essi siano preziosi, nel gorgo della violenza della storia. Questa è la storia del Cristo: E la Parola avvenne nella carne e pose la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14)
Nella comprensione della necessità di esserci, di (av)venire in questa storia, essere nella carne è conoscere la fragilità della tessitura umana, il vincolo leggero tra biologia e psicologia, il duro contrasto tra animo e corporeità, tra volontà e impotenza. Se si accetta che Gesù esprima pienamente il Divino, è un Dio che si pone senza volontà di erigere strutture di dominio, rimane nella logica dell’erranza, va nomade dove lo si accetta: non si fa circoscrivere o possedere, non ama certo il palazzo che certifica il Potere. È un viaggiatore leggero, per citare il grande Alex Langer: può transitare senza farsi arrestare alle frontiere, un carico lieve lo rende veloce e imprevedibile, difficilmente tracciabile per rapidità e piccolezza (come afferma la fisica, una particella non è determinabile se è minima e veloce). Un contrasto forte e duro ai padronati e alle sovranità, al concetto di supremazia e di classificazione di razza, alla negazione dei differenti e delle differenze, nel dono fragile della parola che confuta quella apparentemente invincibile della forza e della violenza.
La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta (Gv 1,5). La forza che non piega quel che è vero: la violenza che non ha il potere di cancellare le identità tessute di vita, ordite in amore. L’uomo che nasce nella fragilità del bambino è l’uomo che sulla croce morendo donerà vita, nel paradosso dell’esistere, trasceso mentre cercano di togliertelo. La memoria della sua esistenza sarà matrice delle culture della solidarietà, della ragione degli sconfitti, della forza di chi non la vuole usare contro altri.
Non ci resta che questo poco. La speranza che l’esserci – accanto ai piccoli, i violentati, gli umiliati – sia ancora la prospettiva in cui costruire politiche per molti aspetti invincibili, perché radicate in quel che è vero. Perché anche i sogni sono cose vere, se scaturiscono dalla com/passione, che sola ci lega alla realtà di chi vive con noi questo frammento di storia. Ci resta il tutto. Quello delle culture che per fedeltà e in amore per quel che è umano non hanno mai smesso di pensare quel che sarà, di desiderare il futuro.
