Cosa sarebbe la destra senza i migranti?

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Cosa sarebbe la destra odierna senza i migranti? Senza un nemico perfetto su cui costruire uno storytelling – vedi alla voce narrazione o ideologia – che ha alla base un nemico perfetto, facile da gestire, debole. Non sarebbe niente.

Il piano iper reale dove domina questa feroce guerra ai deboli è ovunque, fatto di immagini continue, che entrano subdolamente nell’inconscio del cittadino medio, quello che ha paura del futuro dei nipoti e non sa con chi prendersela. Mica vuoi dire che la colpa della povertà incipiente che avvelena la società è degli scandalosamente ricchi? Meglio sorvolare – la sinistra odierna ancora paciocca con la teoria della percolatura della ricchezza, architrave neo liberista – o più semplicemente meglio dire che la colpa è dei nuovi poveri in arrivo da lontano: la destra. “Tornate a casa vostra, abbiamo già i nostri”, fa dire Irene Nemirowsky a un suo personaggio nello straordinario I cani e i lupi (Adelphi), quadro feroce sulla condizione umana quando miseria e ignoranza dominano. I poveri, si sa, odiano i poveri quando gli viene inculcato.

Nel libro del lontano 2009 Geopolitca delle emozioni (Garzanti), Dominique Moisi, divide l’umanità in tre categorie: chi vive nella speranza, paesi in forte crescita economica e demografica, chi nell’umiliazione, Russia, chi nella paura, il cosiddetto occidente. Chi vive nella speranza è sostanzialmente la linfa dell’umanità, è giovane e vuole muoversi. All’opposto gli umiliati e gli impauriti sono paralizzati dal torpore e vedono la speranza come una minaccia: si barricano, ciechi di fronte ai loro problemi e alla ricerca di facili soluzioni.

Lungo la rotta dei Balcani, che ho percorso interamente, ho visto quanto la speranza sia nemica del nostro mondo. Il migrante è infatti una preziosa merce che alimenta paura: di fatto gli Stati hanno appaltato alle organizzazioni criminali la migrazione, rendendo impossibile il movimento delle persone per motivi economici – i vari decreti flussi alimentano a loro volta ogni tipo di malaffare nei paesi d’origine e sono spesso farseschi. Una volta entrato in Europa il migrante si trasforma in altre due merci: carne da cannone per tutti quelli che finiscono nei lavoretti del terzo settore e agricoltura (industria molto meno, ma quella la stiamo facendo fuori tutta e in allegria da almeno tre decenni) e combustibile per retorica della sicurezza. Le due condizioni spesso sono collegate.

La stazione ferroviaria di Porta Nuova a Torino e tutte le altre delle maggiori città “turistiche” d’Italia sono delle caserme: ci sono militari ovunque, guardie private, si vedono passeggiare armi di ogni foggia, ci sono dei varchi che rappresentano bene delle frontiere, a Roma Termini hanno messo perfino i blindati. Un cittadino normale, non ottenebrato dalla propaganda, culturalmente non debole, in questi luoghi dovrebbe sentirsi minacciato dalla presenza di un apparato poliziesco così manifesto, non protetto. Se ci sono tutte queste armi in giro significa che c’è una guerra in corso. Jean Baudrillard, e non solo lui, sosteneva che la realtà non esiste più, esiste solo la iper realtà: in essa i migranti sono la parte per il tutto, il cuore della retorica, la sineddoche con cui raccontare la realtà. Il singolo gesto violento, l’ubriacone, quello che urla, quello che piscia, il vicino di casa che cucina alle tre del mattino sono la categoria. Spiegano la realtà intera e alimentano l’ideologia della repressione, della patria, del confine, della remigrazione: che presto dilagherà in Italia con Vannacci.

I quartieri periferici di Torino, quelli che oggi vengono raccontati – sempre nel solco della iper realtà – come terre di nessuno in mano al degrado, solo 50 anni fa erano luoghi esponenzialmente più violenti e pericolosi: si sparava regolarmente e la criminalità dominava il territorio pistola in pugno. Basta leggere i giornali dell’epoca per comprendere quanto i problemi di oggi siano in confronto a quei tempi molto più leggeri. Ma d’altronde il ministro Nordio è riuscito a dire che stanno tornando le Brigate Rosse dopo quanto è successo a Torino durante la marcia per Askatasuna: la realtà non esiste più, e nemmeno il senso del ridicolo.

È questa la logica della frontiera: al confine tra Bosnia e Croazia, Serbia – Ungheria, Grecia – Turchia, opera questa orribile organizzazione paramilitare che si chiama Frontex, è il nostro Ice in versione sobria: li ho visti da vicino e ne ho avuto paura io, che sono un cittadino italiano con un super passaporto e una super carta di credito. Frontex fa esperimenti sul punto di resistenza contro i migranti in arrivo, e ha capito che l’opinione pubblica è assuefatta alla violenza contro queste persone. Non solo, ha capito, ben prima di Trump che anche in Europa il diritto è stato sostituito dalla “sicurezza”. La sinistra che parla di “sicurezza” come cardine della società ha perso la bussola, è destra: è il diritto su cui deve essere fondata una società. Buona parte degli uomini e delle donne in movimento lungo le rotte ha pieno diritto a entrare in Europa: diritto morale, in virtù della orribili guerre civili che abbiamo alimentato nei loro paesi, nonché giuridico. I minori, ad esempio, vengono bellamente rimbalzati anche tre o quattro frontiere alla volta: presi in Austria senza documenti a volte vengono spediti in Bosnia. L’ho visto con i miei occhi.

Al diminuire del diritto aumenta l’insicurezza, non il contrario. I boschi della Croazia, un esempio a caso, sono luoghi dove il diritto è annientato: e così i vari confini esterni, ma basta raggiungere la frontiera tra Italia e Francia per vedere ogni sera l’osceno spettacolo della democrazia che affonda tra metri di neve, al buio, al freddo, dove ancora oggi dopo dieci anni facciamo passare a piedi uomini, donne e bambini che in Europa ci sono già. I volontari gli danno scarponi e giacca a vento e quelli partono, di notte. È incredibile e inaccettabile. Perché nessun politico va alla frontiera italo francese, tra Claviere e Monginevro, la sera, a documentare uno scandalo che si perpetua? Perché non è un luogo dell’iper reale, è solo la disgustosa realtà.

Dicono: questo chiede il popolo, la spietatezza. Ma è così? No, non lo è: esattamente come la pubblicità fa desiderare aggeggi inutili, così la propaganda politica crea il bisogno della sicurezza da questo esercito di invasori che non rappresenta nessun pericolo al di là della normale incidenza statistica. La bubbola secondo cui nelle carceri italiane ci sono solo stranieri è uguale a quella degli anni 60 secondo dietro le sbarre c’erano solo meridionali. Fango era e fango rimane.

Uno però potrebbe dire che dei migranti non gliene importa nulla, chi se ne frega. Ma loro sono il prototipo su cui si stanno conducendo sperimentazioni per comprendere fino a che punto si possono comprimere la razionalità, la libertà, e la democrazia: e questo vale per tutti. Peggiore sarà la condizione dei nuovi italiani, anche irregolari, che inopinatamente chiamiamo “migranti”, peggiore sarà la vita degli italiani, anche quelli per bene. I meccanismi repressivi notoriamente vengono sperimentati su minoranze indifese per capire quale livello di resistenza esista nella società: vedendo cosa sta succedendo, sentendo i commenti nei bar di questi poveri italiani intronati dalla propaganda della paura, è facile constatare che il cerchio è in fase di allargamento violento.

Gli autori

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore, reporter, promotore culturale, ha scritto, per Einaudi, "La guerra invisibile" (2023) e, per Bollati Boringhieri, "Ancora dodici chilometri" (2019), entrambi sul tema delle rotte migratorie di massa. Ha scritto diversi libri anche sulla condizione sociale e politica di Torino, città in cui è nato. Tiene un seminario presso l'Università per stranieri di Siena inerente la rotta dei Balcani.

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3 Comments on “Cosa sarebbe la destra senza i migranti?”

  1. Una sintesi lucida, completa e (giustamente) spietata sulla realtà nella quale siamo immersi.
    Faccio girare il pezzo. Grazie

  2. purtroppo il problema vero è un altro. Siamo una società che vuole risposte semplici a problemi complessi. E’ l’immaturità sociale italiana all’origine del disastro in cui siamo immersi, per cui vince la risposta semplice della destra di dare la colpa ai migranti e perde la risposta complessa della sinistra di dare la colpa ai ricchi

  3. Girando in città, nei quartieri “degradati” della periferia Nord di Torino, mi imbatto con gli italiani che ci vivono, vecchi, pensionati, casalinghe, operai ecc.tutti incazzati con gli stranieri per i motivi ormai noti. Ogni volta lo stupore mi colpisce di come siano stati condizionati dalla narrazione straniero=nemico. Purtroppo è vero, non c’è una narrazione contraria a quella delle destre, non c’è coraggio sfida, (la realtà è questa). Ma la realtà è un divenire, un procedere, invece di adeguarsi ad essa bisogna sforzarsi per cambiarla.

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