Maurizio Pagliassotti, scrittore, reporter, promotore culturale, ha scritto, per Einaudi, "La guerra invisibile" (2023) e, per Bollati Boringhieri, "Ancora dodici chilometri" (2019), entrambi sul tema delle rotte migratorie di massa. Ha scritto diversi libri anche sulla condizione sociale e politica di Torino, città in cui è nato. Tiene un seminario presso l'Università per stranieri di Siena inerente la rotta dei Balcani.
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Nella campagna referendaria per il Sì si è superato ogni limite. I migranti sono stati deumanizzati e trasformati in oggetti, in strumento per colpire i giudici e le regole. Il messaggio è: “migranti delinquenti liberati da giudici politicizzati”. Ma che valore può avere una riforma che ha come fondamenta l’odio, il razzismo, il culto del nemico alle porte e del traditore della patria in casa?
La destra odierna non sarebbe niente senza i migranti. Sono il nemico perfetto, costruito ad arte: come la pubblicità fa desiderare aggeggi inutili, così la propaganda politica crea il bisogno della sicurezza e demonizza i migranti. Ma attenzione, essi sono il prototipo su cui si sta sperimentando fino a che punto si possono comprimere razionalità, libertà e democrazia. Per tutti.
Bianco, benestante, ambientalista: sono, insieme, il titolo e le parole guida dell’ultimo libro di Fabio Balocco in cui la gioia del contatto con la natura si alterna al tormento malinconico per i disastri prodotti dalla mano dell’uomo. Ottima lettura anche per non ambientalisti: purché amino fare qualche passeggiata e dubitino di alcuni aspetti del mondo contemporaneo, sopratutto da un punto di vista economico-ecologico
Una volta si chiamava respingimento o espulsione. Oggi c’è un nuovo termine, remigrazione, per indicare il ritorno, coatto e di massa, dei migranti nei paesi d’origine. Come se migrare fosse una scelta e non una necessità. È il nuovo razzismo, componente essenziale del fascismo, ma proprio anche di pezzi della sinistra.
C’è chi vuole resuscitare, sulla collina torinese, una tangenziale accantonata qualche anno fa per manifesta inutilità e insostenibilità economica e ambientale. La prospettiva è sempre la stessa: nuove strade, ponti, gallerie, tangenziali. Possibile che nessuno si chieda cosa sarà di questa infrastruttura nel 2050 quando il trasporto su gomma di massa sarà solo il ricordo di persone ormai anziane?
C’è un principio della politica secondo cui anche le cose culturalmente o politicamente più inaccettabili diventano possibili, o addirittura legge, se somministrate in piccole dosi crescenti. È ciò che dice la foto in cui esseri umani in catene vengono caricati su un aereo e trasportati chissà dove. Chi lo avrebbe mai pensato? Ma, se è accaduto, perché non provare a fare altrettanto con i valori di uguaglianza e solidarietà?
I portoricani hanno votato in maniera crescente per Trump. È un segnale. Sempre più, in occidente, i poveri odiano i poveri e scelgono i propri Trump, i ricchi, i forti. La ragione sta nell’impoverimento determinato dalla fine dell’industria manifatturiera e dal ritiro della mano pubblica. Siamo proprio sicuri che si debba proseguire per questa strada?
Il declino dell’auto è irreversibile. Il distacco delle nuove generazioni dallo strumento di trasporto per eccellenza dei loro padri è evidente e crescente. E, poi, il sistema della mobilità è in rapida trasformazione. Possiamo, dunque, gioire per il tramonto di un mezzo inquinante e impattante? Forse, ma intanto stiamo pagando costi elevati. Senza che sia chiaro in cambio di che cosa, anche sul piano ambientale.
Venerdì pomeriggio è mancato Silvano Giai, compagno di Nicoletta Dosio, simbolo di una valle in lotta. Con Nicoletta ha gestito per decenni “La Credenza”, trattoria e associazione culturale di Bussoleno, luogo di riferimento e di accoglienza per i no Tav di tutt’Italia (e non solo). Lascia “un vuoto che anche al trapano resiste”.
Di fronte alla morte di un bracciante sfruttato e lasciato morire nelle campagne di Latina, non bastano le lacrime di circostanza. Bisognerebbe ripensare tutto e magari fare in mondo che i migranti restino nei loro paesi (come chiede la destra, e non solo) ma a condizione di restituirgli tutte le loro cose: le risorse naturali, il petrolio, l’oro, i diamanti, i legni pregiati, il gas, il coltan. Solo così, forse, capiremmo.