Sul fatto che l’astensionismo sia il grande problema della nostra epoca elettorale sembrano esserci pochi dubbi. Non è un caso che in ogni appuntamento elettorale non manchi mai il riferimento drammatico all’eccezionalità del fenomeno. Con un paio di postille spesso non dette, però.
La prima postilla riguarda il fatto che una cosa è stigmatizzare la faccenda dopo aver perso le elezioni, un’altra cosa è farlo dopo averle vinte. Diciamolo più chiaramente: la sensazione è che l’analisi dell’astensionismo sia molto ondivaga. Per chi perde è il punto centrale, perché funziona quasi da alibi e in fondo minimizza la vittoria dell’antagonista, almeno moralmente. Per chi vince è un problema a cui far fronte, ma senza troppa fretta: intanto abbiamo vinto e ci godiamo la maggioranza, anche se maggioranza propriamente non è. Si direbbe meccanismo quasi fisiologico, da denunciare ma senza scandalizzarsi troppo. Può essere che sia così, in effetti. Ma a me resta il sospetto che se l’astensionismo è uno scandalo on demand, allora forse non viene davvero creduto uno scandalo in sé. Preoccupa solo quando ci riguarda. La seconda postilla è che sulla sensibilità nei confronti del numero più ampio possibile degli elettori si dovrebbe giocare uno dei pochi punti chiari di distinzione tra la destra e la sinistra. Alla destra l’americanizzazione della democrazia è un processo che sta bene, tutto sommato. Perché, banalmente, meno sono gli elettori più controllo potranno esercitare le élites che detengono il potere e la ricchezza, e che rappresentano necessariamente la minoranza del corpo elettorale. Invece per la sinistra dovrebbe essere un motivo di preoccupazione molto più vivido: le classi sociali a cui essa dovrebbe rivolgersi (bei tempi) diffidano della politica e non hanno il senso preciso di quanto i propri interessi possano essere garantiti dalle scelte elettorali. Esercitano sfiducia, non controllo.
La democrazia rappresentativa è da sempre attraversata da questa tentazione: se configurarsi come pratica elitaria o come pratica popolare. È molto più spesso un campo di battaglia del conflitto tra oligarchie e popolo che la rappresentazione della loro alleanza. Diciamo pure che la democrazia è più un ideale regolativo che un dato di realtà, e il realismo della democrazia è sempre stato un vantaggio per il successo della destra. La sua natura paradossale sta in fondo tutta qui: come sia possibile che la maggioranza degli elettori finisca per eleggere dei rappresentanti che sono quasi sempre espressione degli interessi di una minoranza.
Ora, è proprio questo il tema su cui vorrei interrogarmi brevemente. Ponendo una domanda che ha il sapore della provocazione: ma siamo sicuri che il partito principale del centro sinistra italiano sia davvero preoccupato per il progressivo incremento dell’astensionismo? I motivi per cui pongo tale provocazione sono molteplici.
Innanzitutto perché mi sono un poco stufato di sentire evocare l’astensionismo come uno stato di eccezione, che però si ripete ogni volta, seppur con variazioni che dipendono dal genere di competizione elettorale e da contingenze varie. La verità è che continuare a pensare all’astensionismo come un evento eccezionale è l’alibi migliore per non prenderlo mai sul serio. Basta studiare i grafici per osservare come il progressivo declino della partecipazione risale addirittura al secolo scorso e, soprattutto, che la china si è estremizzata negli ultimi quindici anni. E qui la mia provocazione diventa esplicita: non so se il PD sia un progetto che nasceva con l’idea di ravvivare la partecipazione democratica, ma certo la storia dei suoi effetti dice tutto il contrario. La sua epoca coincide con l’epoca dell’aggravarsi dell’astensionismo. Se il centro sinistra volesse davvero prender sul serio la faccenda, dovrebbe innanzitutto smetterla di stupirsi ogni volta e, forse, prendere in considerazione che alcuni suoi principi fondativi sono una delle cause strutturali della questione. A partire, certamente, dalla tendenza a preferire leggi elettorali che polarizzino l’offerta elettorale, selezionando e diminuendo i concorrenti. Il PD è il primo partito che in Italia ha barattato la propria identità con la volontà di essere un semplice contenitore. Con risultati grotteschi anche quando vince (come vedremo tra poco con un esempio recente). Ma c’è anche la progressiva personalizzazione della politica: che il PD non ha ha subìto, ma fortemente voluto, specie nei primi anni della sua formazione. Infine, c’è la cosiddetta vocazione maggioritaria. Quella per cui tutta la contesa elettorale e il senso stesso della politica sono state ridotte alla competizione sul potere, senza che questa competizione recasse con sé davvero delle alternative agli occhi dei poveri elettori.
Polarizzazione, personalizzazione, vocazione maggioritaria. Se davvero sono tre principi costitutivi del PD, allora l’unico modo per affrontare sul serio l’astensionismo è affrontare se stesso. Per dirla in modo raffinato e colto: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se l’obiettivo è ridurre il numero dei cittadini che si astengono, allora è necessario ripensare alla base la propria organizzazione politica e anche i principi che la tengono (più o meno) a galla. Se invece l’obiettivo è riprodurre se stessi e il proprio potere, allora temo che l’astensionismo non sia tutto sommato così malvisto né a destra né a sinistra.
Spero che il lettore mi perdoni, infine, un piccolo apologo personale. Io ho votato in Toscana. Dove c’è un grande vincitore e un grande sconfitto. Il grande sconfitto è il generalissimo Vannacci. Che è in assoluto tra gli esemplari umani che temo di più. Nei suoi confronti provo un’avversione che non è solo politica, ma antropologica: credo che davvero, e per fortuna, non abbiamo nulla in comune. Però, con una battuta, a Vannacci posso rimproverare tutto a parte l’incoerenza. Il suo mondo capovolto non mi piace per nulla, ma non c’è alcun dubbio quale sia e cosa succederebbe se mai Vannacci prendesse sul serio il potere. Ho l’impressione che Vannacci rappresenti all’ennesima potenza una immediata coerenza che appartiene oggi ai partiti di destra. Che non hanno alcun pudore nel promettere ciò che promettono e, poi, nel realizzare ciò che promettono (nei limiti sempre più esigui che ancora pone la Costituzione). Di Vannacci penso davvero il peggio e sono anche certo che lo farà.
Il grande vincitore è invece Giani. Ora, chi è Giani? Per me è un meme: Giani fa cose. Nelle ultime settimane l’ho visto nell’ordine: giocare (piuttosto bene) a basket, suonare (molto male) un tamburo, nuotare in una piscina nuova, cantare oscenamente e in pubblico una canzone di Celentano, giocare a bocce con degli anziani, e chi più ne ha più ne metta. Attenzione, mica è colpa sua. La scelta dei suoi grandi consiglieri è di ridurre al minimo la sostanza politica per lasciare in evidenza esclusivamente la volatilità di una comunicazione fatta di inaugurazioni e reels sui social. Sono certo che sto benedetto uomo avrà anche un pensiero, un’idea di mondo, una tradizione politica cui si riferisce e che vuole portare avanti. Che sappia governare, non ho alcun dubbio e non mi pare affatto poco (sappiamo come sono finiti quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno e in effetti pensavano che bastasse saper maneggiare un apriscatole per trasformare la politica: sono finiti con Giani, appunto). Ma che cosa voglia fare col potere che sa gestire così bene, non l’ho ancora capito. Giani è l’esempio di una generazione politica che ha occupato i ruoli apicali della classe dirigente del PD è che mi pare riproduca stancamente un vuoto culturale e politico che non può che essere una delle cause dell’astensionismo di sinistra. Per dirne una: i toscani si ricorderanno del suo predecessore, Enrico Rossi. Uomo per nulla simpatico e con risultati politici molto discutibili. Ma di lui sapevamo da che tradizione politica venisse, non solo quale bocciofila avesse inaugurato recentemente.
Ecco, la mia provocazione si conclude accentuandosi. Se io fossi quello che non sono, cioè un elettore disincantato, de-ideologizzato, con un’istruzione minima e tante altre cose a cui pensare nell’affanno della vita quotidiana, probabilmente sarebbe più semplice votare una destra che dice di fare il peggio e poi lo fa, piuttosto che un centro sinistra che non si sa che dice e infatti poi non si sa che fa. In Toscana per fortuna gli anticorpi sono ancora forti e numerosi, ma la Toscana non è lo specchio di questo Paese. E, se vogliamo davvero evitare Vannacci, non credo basti Giani che fa cose. Sono quindici anni che l’astensionismo è un dato rilevante e ancora nessuno ha davvero capito che non è che un sintomo. L’astensionismo non è un problema, il problema siamo noi.

Il piddì dovrebbe dissolversi dopo aver fatto atto di contrizione per aver portato a termine nel modo peggiore l’opera di distruzione della rappresentanza politica di massa delle classi sociali non privilegiate
a esser sincero, non ho capito molto di questo articolo.
l autore individua la personalizzazione come uno dei 3 problemi del PD.
peró poi lui stesso parla di Giani in termini esclusivamente personali, “gioca bene a tennis, suona”, e pure di Rossi “uomo molto poco simpatico”, ecc. .
da come scrive pare molto contento che abbia vinto una persona che incredibilmente, lo scrive lui, “non sa cosa intenda fare”. cioé ha votato, o avrebbe votato, una persona PD che non ha un programma e non sa dove andare.
non mette una parola dei contenuti politici di Giani, peró “non ho alcun dubbio che sappia governare”.
che é un po come mettere come pilota di un aereo su cui si siede, un pilota che non si sa dove voglia andare…
fuor di metafora, come si faccia a votare chi non ha un programma politico, lo sa evidentemente solo lui.
oppure poteva votare Vannacci, che peraltro ha un seggio in EUropa che non lascerá mai per una poltrona di serie C, ma che nella tradizione tutta italiana usa la propria immagine in qualsiasi elezione per tirar su voti (stavolta non ha funzionato).
oppure, come la MAGGIOR PARTE dei cittadini Toscani, che sono tradizionalmente molto attenti alla politica, in un contesto politico del genere, avrebbe potuto non votare.
Gentile Gianpi, le chiedo davvero scusa. Non ho alcun dubbio che la responsabilità sia tutta mia. Perché se lei alla fine della lettura di questo articolo mi accusa: di aver personalizzato la figura di Giani (senza comprendere il tono grottesco delle mie parole), di non aver sottolineato la debolezza dei suoi contenuti politici ma anzi di sottovalutarla, di aver minimizzato la scelta delle tante persone che hanno scelto di non votare… evidentemente mi devo essere spiegato proprio male male, perché mi pareva di aver detto con sufficiente chiarezza (e un bel pò di sarcasmo) esattamente il contrario. Dunque non mi resta che chiederle scusa, se le cose che scrivo vengono intese al rovescio, non devo essere stato proprio bravo 😜
Poche ore fa Michele Serra, che proprio uno sprovveduto non è, affermava che l'”opinione pubblica” (nel senso originario dell’espressione) è, nel nostro Paese, una minoranza e che probabilmente è quella che va a votare. Vale a dire va a votare chi è consapevole della situazione in cui si sta vivendo. Ecco qui un limite grave dei “progressisti” italiani di ogni sfumatura: continuare a credersi migliori di quelli che non fanno come loro. Mi chiedo come sia possibile che a Serra non venga in mente che in quella maggioranza che si rifiuta di votare ci siano persone che (quanto o più di lui, che è un privilegiato) comprendono il mondo in cui vivono e che stomacati dalla inconsistenza della proposta politica della cosiddetta sinistra decidono di usare l’arma del non-voto. La prova che i nostri politici siano proprio mediocri ce la dà il loro ritenere di aver vinto le elezioni anche se a votare è andato meno del cinquanta per cento della popolazione. Mi pare che l’articolo lo dica con chiarezza. Il silenzio degli elettori è la inevitabile conseguenza dell’aver espulso dal discorso politico l’ambito della speranza in una società migliore, raggiungibile in tempi umani: questo è il peccato capitale della cosiddetta sinistra. La destra, più furbescamente, fa suo il discorso del rancore, che è una passione triste ma pur sempre un sentimento forte.
Il problema siamo noi. Anche quando dimentichiamo di citare chi si impegna per dare maggior rappresentanza alla cittadinanza. Come è successo in Toscana: la lista Toscana Rossa (Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Possibile, più varie realtà associative dei territori e semplici attivist*) ha raccolto in poco tempo e in piena estate, 10mila firme (chi è già in consiglio non deve raccogliere nulla) per presentare una lista a sostegno di Antonella Bundu candidata alla presidenza. Se non ci fosse stato questo sforzo i candidati sarebbero stati solo due (perfetto bipolarismo), mentre la volta scorsa erano ben sette.
Contro ogni previsione la lista e Antonella Bundu hanno preso circa il 5%, nonostante il solito spauracchio del voto utile, puntualmente sbandierato, nonostante l’allargamento del csx anche al M5S ed AVS, che in precedenza erano in opposizione. E’ un problema la legge elettorale toscana, ma anche la narrazione.
Per risolvee il problema di Labate basta spiegargli che la sedicente sinistra è di destra per il semplice motivo che quando è al potere fa cose di destra.
Parte degli elettori chi non vanno a votare non ci va semplicemente perché vorrebbe votare a asinistra ma non trova nessuna forza politica che lo è e che quindi può rappresentarla.
Caro collega Labate
Scusa ma perché attardarsi su considerazioni naif cioè assai ingenue quando è sin troppo evidente che tutti i partiti hanno optato x il maggioritario per poter governare con una minoranza degli aventi diritto al voto … Quindi meno clienti da comprare … Questo ha portato al trionfo del “fascismo democratico”
astensionismo: se ciò che fanno i politici (non so se posso dire la politica) non soddisfa è chiaro “che vado a votare?”. recupero degli elettori: come sopra, se non si dimostra che essere eletti porta a cambiamenti che accontentino chi vota… interessi e politica: interessi di chi? e quindi politici per chi? maggioritario: è più semplice da gestire, tutto o niente, immediatamente. ma la politica non dovrebbe essere , anche, la capacità di mediare fra punti di vista differenti in modo da trovare cosa si può promuovere di comune? forse chi se ne intende dovrebbe sforzarsi di trovare nuove metodologie. se non si sa d’essere parte d’una forza che promuove solo i propri interessi, e quindi ristretta, si può pensare che, idealmente, si faccia politica, in concreto, per l’interesse generale e non quello di una parte? credo d’essere stato abbastanza confuso…