«La persona è più santa della terra,
anche quando si tratta di una terra santa»
(E. Levinas)
Chi mi conosce sa quanto io sia niente più che un moderato che ha sbagliato epoca. Fosse per me farei sempre come Woody Allen in Amore e Guerra: alla resistenza passiva preferirei di gran lunga la fuga attiva. Ma non c’è niente di peggio, per una persona senza troppo coraggio, che trovarsi dentro un subbuglio come quello che viviamo oggi. Un subbuglio nel quale – a quanto pare – persino le posizioni più caute e meno radicali vengono subito accusate di essere estremiste, violente, rozze, pericolose. Così, nato per calpestare quieti giardini borghesi, mi sono ritrovato scaraventato dentro prati inselvatichiti e guardato con sospetto come un radicale senza troppo senso politico, quando non addirittura come un potenziale terrorista. Ma proprio per questo non ho forse più molto da perdere. Se persino essere un anonimo moderato di provincia è diventato sovversivo, tanto vale scrivere con chiarezza tutta la verità. Che vuol dire, nel caso del subbuglio che stiamo vivendo e dell’evento genocidiario di Gaza, avere il coraggio di porre il problema dei problemi, quello che è davvero uno dei tabù dei discorsi politici di moda. Che non è affatto Netanyahu, ma è lo Stato di Israele.
In un certo senso, non c’è nulla di più rassicurante che pensare che Netanyahu sia un’eccezione e tolto lui tutto torni alla normalità delle cose e alla giustizia che manca. Dunque il recente spostamento di larga parte dell’opinione pubblica su posizioni critiche nei confronti del premier israeliano, dopo averlo difeso contro ogni evidenza per tutti questi mesi, è probabilmente inevitabile e da guardare con favore. Ma non per questo è meno pericoloso. Perché il messaggio che si sta cercando di far passare sottotraccia è: Netanyahu è un criminale di guerra fuori controllo e la crisi di Gaza che stiamo vivendo è l’effetto di un delirio personale, non di un progetto politico. Essendo io nient’altro che un moderato, non è che non capisca questo giudizio. Mi pare evidente che Gaza sia ormai una questione etica, non politica. Affamare, uccidere, costringere centinaia di migliaia di persone a scegliere tra l’inferno e la deportazione forzata è anzi la fine della politica e anche del diritto di guerra, dispositivo con cui l’occidente moderno ha cercato di controllare la crudeltà degli uomini introducendo dei limiti razionali, il primo e il più importante dei quali è la distinzione tra civili e militari. In questa vendetta generalizzata persino la guerra appare quasi un atto di civiltà.
La domanda da farsi è dunque questa: Netanyahu rappresenta un’eccezione? Per rispondere bisogna saper distinguere tra l’attuale “questione di Gaza” e la più generale “questione palestinese”. L’eccezione tragica di Netanyahu consiste nel fatto che ha trasformato Gaza da problema politico a questione etica e personalmente l’unico gesto in cui negli ultimi tempi ho ritrovato la dignità della coscienza europea è stata la condanna di Netanyahu da parte della Corte penale internazionale. Mentre la questione di Gaza ha a che fare con l’etica del rispetto universale e della dignità umana fondamentale, la questione palestinese è tutta politica. Per questo diffido di ogni tentativo che rimuove il conflitto politico e si limita a una generica condanna di Netanyahu. Come se prima dell’orrore del 7 ottobre (devo ripeterlo? orrore) e della vendetta assurda che ha provocato non ci fosse nulla. E infatti la politica è ciò che manca quando la storia viene dimenticata. Se la questione di Gaza è etica, la questione palestinese è politica. È a questo nervo scoperto del mondo che dobbiamo buona parte delle crisi e delle violenze degli ultimi decenni. Non abbiamo mai voluto o potuto affrontarla davvero. Adesso, non è difficile prevedere che i traumi di questi mesi accenderanno per decenni ulteriori violenze. Fermiamo Netanyahu il prima possibile, ma non illudiamoci che con la sua eventuale caduta tutto torni al suo posto. L’incommensurabilità etica di Gaza richiede uno sforzo di pacificazione politica del tutto nuovo.
Siamo giunti al cuore del mio ragionamento: se la questione etica di Gaza riporta a Netanyahu, la questione politica della Palestina riporta a Israele. Può esserci pacificazione se non si pone un limite al sovranismo identitario dello Stato israeliano? So bene che appena fatta questa domanda, come un riflesso condizionato, mi giungeranno accuse di antisionismo, se non di antisemitismo. Ma queste accuse servono solo ad avvelenare i pozzi del discorso e a lasciare intatto il tabù di Israele. Preparando, in questo modo, altre stragi che saranno legittimate dalla violenza genocidaria vissuta in questi mesi. Se non vogliamo che l’orrore di Gaza si ripeta, dobbiamo finalmente risolvere la questione politica, non quella etica. Fare i conti con il senso stesso dello Stato di Israele, per capire se la sua traiettoria persecutoria sia, per così dire, uno sviluppo contingente che è diventato predominante a un certo punto della storia (diciamo intorno al 1967) o se questa traiettoria persecutoria nei confronti dei popoli che occupavano già quelle terre sia una tentazione ontologica: un vizio di forma che accompagna Israele fin dalla sua nascita. Io non ho una risposta, ma quel su cui insisto è la necessità di porci la domanda senza essere tacciati per “antisemiti che si travestono da antisionisti”, formula rituale che serve a tacitare l’intelligenza e a offendere tutti quelli che, semplicemente, hanno un cuore che batte e si commuove per tutti gli esseri umani che abitano quelle terre. Ho però alcune osservazioni da fare, sperando che si apra un dibattito senza corti circuiti ideologici e offese reciproche.
La prima considerazione è che il sionismo non coincide con la nascita dello Stato d’Israele. Il sionismo è stato per tanti decenni una visione filosofica e religiosa prima ancora di essere un tentativo di legittimazione di uno Stato. Come è noto, si è trasformato definitivamente in un progetto di sovranità politica a seguito della Shoah. Per motivi che richiedono il rispetto di tutti, dunque. Ma c’era, dentro il sionismo, anche una forte componente etica, che è utile rileggere col senno dell’adesso. Perché il popolo ebraico avrebbe dovuto istituzionalizzarsi in uno Stato? Lo spiegava bene un sionista moderato come Levinas: era necessario uno Stato per risolvere la contraddizione per la quale l’ebraismo era l’unica religione della Legge che non aveva un luogo dove queste leggi diventassero diritti. Una contraddizione morale, dunque: che parte dall’idea per cui vi è un nesso stretto tra ebraismo e giustizia. Del resto l’ebraismo è religione del patto, della Legge e dei comandamenti. Esseri giusti è l’unico modo per non tradire quel patto: è proprio per questo che essere ebrei ed essere giusti finiscono col coincidere. Un nesso così stretto da legittimare o delegittimare l’esistenza stessa dello Stato d’Israele. È per questo che nel novembre del 1967 (una data assai significativa), Levinas – durante un dialogo con un altro grande intellettuale ebreo del secolo scorso, André Neher – può permettersi di pronunciare parole che oggi sarebbero probabilmente censurate anche qui in Italia, coperte di insulti, accusate di essere in bocca a quelli della formula di prima: gli “antisemiti che si travestono da antisionisti”. Conviene leggere un tratto di questo dialogo, che suona oggi così profetico: «Levinas: ricordo che lei ha detto una volta: “perisca la comunità ebrea. Perisca lo Stato d’Israele se questa comunità deve essere ingiusta, se questo Stato deve essere ingiusto”. Néher: Lo confermo. Ma sono certo che la giustizia è dalla parte d’Israele. Levinas: Israele non può né deve essere un persecutore. Non ha mai provato la minima interrogazione, il minimo dubbio dentro la coscienza? Ascolti ancora gli 800 mila arabi privati della loro casa! E per un arabo essere privato della propria casa è essere privato di tutto. Lei ha detto: “Perisca Israele, se Israele è ingiusto”». (Dialogo tra André Néher e Emmanuel Levinas del 12 novembre 1967). Levinas si chiuderà successivamente in silenzio, non esprimendosi più direttamente sul caso di Israele (per chi volesse approfondire, rimando a un bell’articolo recente di Giusy Mantarro sulla rivista filosofica “Shift”). Il messaggio è però forte e chiaro: non è che Israele deve morire, ma che Israele può vivere solo se è uno Stato giusto, se rispetta i comandi di giustizia che sono alla base del patto che ha dato luogo al suo popolo. Un surplus di responsabilità accompagna le aspettative della nascita dello Stato di Israele. Ma forse è proprio questo il punto. La supposta superiorità morale dello Stato di Israele – il suo legame intrinseco con il cuore etico dell’esperienza ebraica – si è rovesciata in ciò a cui assistiamo con sconcerto da decenni e che sembra deflagrato da qualche mese.
Che significa tutto questo adesso? Per me alcune cose assai significative. Per esempio riconoscere che ogni antisionismo è oggi tutto sommato antistorico: non ha alcun senso fare della battaglia per la causa palestinese un’occasione per rivendicare che Israele lasci le terre che ha avute assegnate (legittimamente anche se violentemente, non mi pare che si possa mettere in discussione nessuna delle due cose) alla fine della seconda guerra mondiale. Per conto mio lo slogan “dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” mi reca l’inquietudine di pensare che gli oppressi di oggi possano diventare gli oppressori di domani, tanto quanto gli oppressori di oggi sono stati gli oppressi di ieri. D’altronde, l’ho scritto subito che sono solo un moderato nato in tempi sbagliati. La prima conseguenza di tutto ciò è chiara: rivendico non solo il diritto ma anche il dovere di discutere seriamente sui confini di Israele, senza accettare i discorsi contraffatti della propaganda che fa il gioco di Israele, che considera una sconfitta tornare ai confini che la comunità internazionale gli aveva assegnato.
La seconda conseguenza è legata alla formula passpartout: “due popoli, due stati”. Bellissima formula, ma temo del tutto inadatta ormai a rispondere politicamente all’eredità della violenza che ha segnato quella terra di rabbia e voglia di vendette. Ma anche qui, bisogna dirsi cose scomode. Per esempio che l’arretratezza democratica dei Palestinesi è legata soprattutto al fatto che non gli abbiamo mai concesso di costruire uno Stato vero e proprio: troppo facile pretendere democrazia mentre non concediamo la libertà di svilupparsi istituzionalmente e di autodeterminarsi, dal momento che vogliamo controllarli e soprattutto non permettere loro alcun “uso legittimo della forza”. Al contempo, credo che sia ineludibile chiedersi se non si possa, dopo tutti questi decenni, contestare proprio quel principio che Levinas esalta: non sarà forse la nozione di Stato giusto a fornire gli argomenti morali per legittimare l’ingiustizia? Uno stato giusto non è che uno stato etico: reca con sé una serie di vizi, storture e violenze che non sono tollerabili all’interno di una democrazia liberale. E dunque mi pare che prima di tutto bisogna che la comunità internazionale si chieda quale sia lo statuto della laicità di Israele: uno stato che si presume di essere giusto non potrà mai essere davvero laico.
So bene che molti diranno: Israele è già uno Stato laico e i suoi cittadini non sono soltanto ebrei, ma anche palestinesi. Argomento che ricorre incessantemente per dire per dire che Israele rappresenta le democrazie occidentali contro i barbari palestinesi. Ma che è vero solo in parte, perché quella laicità non si è sedimentata in una Costituzione, perché di fatto Israele si autocomprende ancora come “Stato giusto”, perché infine se così fosse allora non ci sarebbe da difendersi dai palestinesi perseguitandoli, ma si dovrebbe semplicemente estendere loro la cittadinanza. Temo che solo una democrazia costituzionale possa salvaguardare la laicità di uno stato non riducendola a un vuoto artificio della retorica politica.
Sempre Levinas ha scritto – due anni prima del dialogo sopra menzionato – un meraviglioso e breve commento talmudico, dal titolo: Terra promessa o terra permessa. Che accade quando la terra promessa da Dio è abitata da altri e non è più possibile abitarla? Quando la terra promessa non è una terra permessa? Accade quel che stiamo osservando: che dio si trasforma per l’ennesima volta in una scusa per usare violenza agli altri uomini. Un piccolo dio, non il Dio cui fa riferimento Levinas e tanta tradizione ebraica (come il dio delle crociate non c’entra nulla col Dio dei vangeli e il dio dei terroristi non c’entra nulla con l’Islam). Solo una secolarizzazione seria ci restituirà la possibilità che quella terra non sia l’epicentro crudele di un mondo che è ancora cartografato dalle sue guerre di religione. Ma che cos’è a questo punto uno stato davvero laico? È uno Stato in cui «il diritto morale degli indigenti è più forte del diritto morale d’un Dio universale». Compito impossibile? Può darsi. Ma è l’unica necessità politica per cui adoprarci, se non vogliamo davvero credere che tolto Netanyahu tutto sarà definitivamente risolto.

Cambierei il titolo: Israele e Palestina: il problema è (solo in piccola parte) Netanyahu.
La parte preponderante del problema e lo Stato di Israele. Uno Stato che nel 2018 si è definito “Israele Stato-Nazione degli Ebrei” è, a mio avviso, uno Stato che ha ratificato la sua essenza razzista e colonialista. Possono coesistere “legittimità e violenza” riguardo la nascita dello Stato di Israele? Per me assolutamente no. Il peccato originale di tutta questa drammatica (per usare un eufemismo) vicenda è aver dato legittimità all’assegnazione delle terre palestinesi ad Israele. Dove sta la legittimità di togliere la terra ad un popolo per darla ad un altro? Se è legittima una simile soluzione non si rischia di legittimare anche la violenza che ha portato all’attuazione di questa soluzione? Infine , se accettiamo il discorso della “Terra promessa” siamo all’assurdo più estremo e ci infiliamo in un angolo senza via d’uscita. Eppure sarebbe tutto così semplice: far rispettare ad Israele tutte le risoluzioni Onu che dal 1948 Israele disattende con nonchalance. Non succede perchè evidentemente ogni discorso filosofico su Stato laico, confessionale, etico, giusto etc sono solo diversivi per sviare da altri e ben più cogenti interessi.
Mi sembra che questo articolo renda il discorso più complicato del necessario. Israele è uno stato laico, quindi la religione ebraica dovrebbe essere tenuta fuori dal discorso. Sta dentro a causa di quello che è il vero problema cruciale: Israele come stato degli Ebrei è una “democrazia etnica” (la definizione è del sociologo ebreo israeliano Sammy Smooha). Il sionismo è l’ultimo dei nazionalismi etnici di stampo romantico. Altri stati nati dalla stessa ideologia (tra i quali l’Italia) si sono evoluti da una identità etnica ad una amministrativa, ma Israele non ha compiuto questo passo. La religione serve allo stato perché fornisce il criterio per identificare l’appartenenza etnica del cittadino. Va da sé che oggi lo stato etnico è moralmente inaccettabile, ed è quello che preclude la soluzione del problema palestinese.