“Gaza non siamo noi”, che il massacro continui

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In questi giorni terribili, nei quali il massacro di Gaza accelera verso esiti ancora più mostruosi, Gaza scompare dai siti dei grandi giornali, dalle aperture dei telegiornali, dalla coscienza mainstream. Non vediamo, non sentiamo, non ce ne curiamo: i dazi, la Groenlandia, le sanzioni alla Russia. Questo ci riguarda, Gaza no. Come non ci riguardano il Sudan, il Myanmar (il terremoto è solo un’eco lontana) o il Congo. E la ragione, come ha scritto con la consueta precisione Paola Caridi, è «il razzismo sostanziale» con cui guardiamo: «non solo non sono bianchi, ma non contano nelle dinamiche politiche internazionali, perché ci sono ‘gli interessi occidentali’ che debbono essere protetti. Anche fuori da un indefinito occidente. Sono massa, sono poveri, sono sfigati, non sono rilevanti. La politica-politica si fa da altre parti». Per tutti questi pezzi di mondo non vale il paradigma ‘un aggredito e un aggressore’, perché ce n’è un altro, sovraordinato: ‘noi e loro’. Il primo paradigma vale solo se l’aggredito siamo noi: se siamo l’aggressore, allora la subentrano ‘lotta al terrorismo’, ‘buoni contro cattivi’. Così è per il diritto umanitario internazionale, prodotto occidentale per occidentali: guai se è il Sudafrica a mettere sotto accusa ‘uno di noi’.

Ciclicamente, questo brutale egoismo a geometria variabile (nel 2001, per dire, Putin era uno dei crociati del bene contro il ‘terrore islamico’) torna a vestirsi di legittimazioni ideologiche, attingendo al pozzo senza fondo dell’invenzione della tradizione. «Solo l’Occidente conosce la Storia», recitano le Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione Valditara-Galli della Loggia. Ed «è attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti», «che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli». Tutto detto in chiaro: il suprematismo occidentale affastella la sua mitologia, dalla Bibbia alle saghe nordiche. Uno schemino puerile, pieno di debolezze ed errori. Antropologi hanno spiegato che il «Ministero dell’Istruzione … esprime ideologie predefinite invece di acquisizioni scientifiche» (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/03/19/la-storia-siamo-noi-il-ministro-e-la-centralita-culturale-delloccidente/), l’Associazione Italiana Studi Cinesi è andata al fondo del problema, chiarendo che «il concetto di “Occidente”, che riflette l’essenzializzazione di una dimensione culturale e temporale specifica, è vago dal punto di vista sia del tempo sia dello spazio. [] Semplificazioni che possono risultare in una mistificazione della realtà storica». Gli storici del Medioevo hanno deplorato, «in un testo destinato a indicazioni (cioè orientamenti, tracce per la programmazione didattica e per il lavoro in classe), la pretesa di inseguire le verità ultime», la Società Italiana di Didattica della Storia ha denunciato il fatto che il documento «subordina la storia a un progetto politico», cancellando «la storia, intesa come ricostruzione scientifica del passato, per sostituirla con un racconto che la storiografia conosce come “biografia della nazione” e che annovera da tempo fra le tradizioni inventate. Questo testo non prescrive di studiare la storia italiana, ma una sua versione mitologizzata».

Come tutte le mitologie, anche quella dell’identità occidentale è pervasiva: non domina solo i discorsi delle destre, ma anche di altri che pensano sé stessi come alternativi. Per esempio, quello di Roberto Vecchioni a Piazza del Popolo, un impressionante rigurgito di razzismo culturale: «Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?». Il cerchio si chiude quando, dallo stesso palco, uno scrittore dice che noi europei «non siamo gente che invade paesi confinanti, non siamo gente che rade al suolo le città, non massacriamo e torturiamo civili con gusto sadico». Ebbene, non è esattamente quello che sta facendo Israele a Gaza?

Ripetiamo, come un atto di fede coloniale, che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, l’unico baluardo di civiltà: la nostra. Che Israele ‘è come noi’, anzi: siamo noi. Anzi, peggio: Israele ci tiene agganciati al treno della storia perché non teme di esercitare la violenza, evidentemente ancora vista come la «levatrice della storia»: «La riprovazione che ci piace muovere a Israele per il suo uso spregiudicato della potenza, mi chiedo, non è forse solo un modo per cercare di nascondere a noi stessi la nostra impotenza? Per cercare di nascondere la rassegnazione da parte nostra, da parte dell’Occidente europeo, a non avere più alcun ruolo nelle faccende del mondo, al fatto di esserci virtualmente ritirati dalla storia?» (e questo è ancora il professor Galli della Loggia: in una sorta di preterintenzionale interpretazione autentica dello spirito delle nuove Indicazioni nazionali).

Siamo dunque proprio noi (con tutta la nostra storia…) che radiamo al suolo l’antica città mediterranea di Gaza, le sue persone, i suoi monumenti, la sua storia (che sarebbe anche la nostra, se solo volessimo vederlo). Ma guai a dirlo, perché ‘noi queste le cose non le facciamo’ anche quando è evidente che le stiamo facendo qui e ora. Cosa potrebbe essere più illuminante di questo clamoroso ritorno del rimosso, compiutosi in piazza di fronte a decine di migliaia di persone? Ci indigniamo per il Manifesto di Ventotene, ma abbiamo costruito un’Europa che è il suo opposto; difendiamo le radici cristiane della nostra civiltà, ma la nostra morale di rapina e guerra è violentemente anticristiana; ci appropriamo di Socrate, ma chiamiamo traditore chi disobbedisce al pensiero unico della guerra e delle armi. Occidentali, non umani: ‘Gaza non siamo noi’. Che il massacro continui.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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3 Comments on ““Gaza non siamo noi”, che il massacro continui”

  1. Inappuntabile, onesto, diretto, terapeutico, uno schiaffo alla coscienza addormentata e complice dell occidente

  2. E’ la storia che si ripete. Chi si ricords del Sudan, della Somalia. dello Yemem. della Siria, della Libia, del Congo, del Libano etc. ? Solo il Papa che parla di guerra mondiale a pezzi. Sono tutte guerre lontane, fra gente inferiore, che ci possono interesssre solo se mettono in pericolo i nostri interessi economici o la nostra geopolitica. Questa e’ la vera cultura dell’Occidente. Tutto il resto sono favole per gonzi.

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