Il referendum si avvicina e vengono al pettine molti nodi. Venerdì scorso sono scesi in campo, con una lettera a il manifesto motivata da una impostazione “garantista” alcuni avvocati per il sì. È una presa di posizione seria, assunta da persone serie, che stimo e con le quali il confronto proseguirà a partire da martedì prossimo, qualunque sia l’esito del referendum (che non segnerà, in nessun caso, la fine della storia). Ma è una posizione che considero sbagliata e pericolosa. Ci tengo a motivarlo proprio per la stima che ho nei confronti di chi l’ha assunta. Mi limito a tre punti.
Primo. Si dice che il principio della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri «trova nella sinistra garantista e progressista suoi storici sostenitori». È vero, ed è un sostegno che risale ad assai prima del processo (tendenzialmente) accusatorio e della modifica dell’art. 111 della Costituzione sul “giusto processo”. È una posizione sostenuta, tra gli altri, esponenti storici di Magistratura democratica come Marco Ramat e Amos Pignatelli e da Luigi Ferrajoli, il più autorevole filosofo del diritto vivente del Paese, sin da quando era magistrato. In verità le posizioni sul punto erano – e sono – piuttosto articolate a partire da quella esposta in sede di Assemblea Costituente, il 27 novembre 1947, da Piero Calamandrei, secondo cui «il pubblico ministero è un magistrato, il quale ha l’obbligo di cercare la verità, anche se la verità giova all’imputato. Egli appartiene all’ordine giudiziario; egli respira la stessa aria di imparzialità che respira il giudice. Questa è l’unità della magistratura che noi abbiamo voluto difendere: l’unità che deriva da una comune cultura, da un comune concorso, da una comune coscienza di magistrato che non deve servire nessun altro padrone se non la legge». E – aggiungo – c’è, tra gli insoddisfatti dell’assetto attuale (nei quali mi annovero), chi sostiene che sarebbe assai più opportuno, nel disegnare lo status dei protagonisti del processo penale, procedere per commistioni (anche con gli avvocati) piuttosto che per separazioni. Ma non è questo, oggi, il problema ché, pur ammettendo, per semplificare, che la separazione delle carriere sia, di per sé, un valore, ciò non basta a chiudere il problema. Davvero, infatti, per realizzarla, è necessario modificare la Costituzione e prevedere due Consigli superiori separati (che esalteranno il corporativismo delle categorie, forse il peggior male di tutte le burocrazie, incluse quelle giudiziarie) e un’Alta Corte disciplinare nella quale i controllori della correttezza dei magistrati apparterranno indifferentemente all’una e all’altra categoria e potrà addirittura accadere, seppur in casi residuali, che a valutare l’operato di giudici in sede disciplinare ci siano, tra i magistrati, solo dei pubblici ministeri (eventualità remota ma compatibile con l’ultima parte dell’ultimo comma dell’articolo 4 della riforma, che si limita a richiedere che la legge ordinaria «assicuri che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegio» disciplinare)? È doveroso dubitarne – e trarne conseguenze coerenti – posto che, qui, non si tratta di un dibattito dottrinale ma del sostegno o del rifiuto di questa separazione delle carriere.
Secondo. Lamentano gli amici avvocati che vengano sbandierate «prospettive di sottoposizione del pubblico ministero al Governo che non trovano fondamento nel testo della riforma». Anche qui, è vero: non c’è nella riforma costituzionale alcuna norma che preveda una sottoposizione o anche solo un collegamento con il Governo. Ma negare l’esistenza di questa prospettiva è, a dir poco, ingenuo. Non per indebite attribuzioni ai promotori della riforma di retropensieri in tal senso, ma per una considerazione che ha a che fare con la democrazia e i suoi fondamenti. Il pubblico ministero – lo sappiamo tutti – ha dei poteri enormi e terribili, il cui esercizio può essere razionalizzato, guidato e contenuto attraverso un confronto tra i diversi operatori del processo, un governo (magari differenziato ma non divergente) dei magistrati che fissi degli standard deontologici riconosciuti, la promozione diffusa di una cultura non – come erroneamente si dice – della giurisdizione, ma dei suoi presupposti. Ciò non accadrà in un corpo di meno di 2000 funzionari inamovibili, dotati di una organizzazione inevitabilmente gerarchica e con un autogoverno del tutto autoreferenziale. E, conseguentemente, la richiesta che qualcuno risponda del suo operato diventerà non un fuor d’opera ma un’esigenza democratica. Ma, se così sarà, chi potrà rispondere se non il ministro (e con lui il Governo)?
Terzo. Non è tutto. C’è un altro argomento, davvero insuperabile. Il sì al referendum degli avvocati con cui sto idealmente dialogando non ha nulla a che vedere con un appoggio alle politiche penali di stampo autoritario di questo Governo. Lo so bene, anche perché le abbiamo spesso contrastato insieme. Ma non bastano le intenzioni. È vero che in ogni operazione politica (in verità soprattutto in quelle di opposizione…) ci possono assere dei compagni di strada eterogenei (e magari impresentabili) e che ciò non consente di confondere le argomentazioni degli uni e degli altri e di inficiare i buoni motivi di alcuni. Ma non è questa la situazione attuale. Il Governo – questo Governo che emana un decreto sicurezza ogni due o tre mesi e che produce in tal modo una crescita abnorme del carcere soprattutto per barbari, marginali e ribelli – non è un semplice “compagno di strada”. È, al contrario, l’autore di questa riforma, il suo capofila, colui che scriverà nei prossimi mesi le leggi attuative (senza alcun confronto, come ha dimostrato nella redazione della modifica costituzionale) e che le gestirà – secondo le sue esplicite affermazioni – per ottenere una magistratura che “remi nella stessa direzione del Governo” e che si astenga da decisioni e provvedimenti ad esso sgraditi. In questo contesto, può anche darsi che la posizione teorica sulla preferibilità della separazione delle carriere sia corretta ma mi ricorda tanto quella del manzoniano don Ferrante intento a sostenere che la peste non era “né sostanza né accidente”. Forse in linea di principio aveva ragione ma se ne ammalò e ne morì. Io preferirei – per la giustizia – un esito diverso: non per mantenere lo status quo ma per cambiare davvero all’insegna del garantismo (cosa oggi assai difficile, ma destinata ad esserlo ancor di più in caso di vittoria del Sì).
