Un referendum tutto politico

Il referendum sulla giustizia ha poco a che fare con la fiducia nei magistrati, l’efficienza della giurisdizione e le garanzie del processo. La posta in gioco è il permanere di un potere di governo soggetto a regole che valgono per tutti (anche a tutela di chi dissente) o la sua sostituzione con un potere assoluto, legittimato dal consenso elettorale a fare quello che crede senza limiti e controlli. Difficile avere dei dubbi.

Manovra 2026: verso un’economia di guerra

La legge di bilancio per il 2026 si caratterizza per l’assenza di una strategia di crescita e di redistribuzione. Non aumenta gli investimenti, non rafforza i redditi, non interviene sulle disuguaglianze. È finanziata da tagli lineari, condoni, misure temporanee. Consolida l’aumento della spesa militare e orienta risorse significative verso il settore della difesa e dell’industria bellica in un’ottica di economia di guerra.

A scuola in tuta mimetica: come ti educo alla guerra

Secondo tutte le rilevazioni, gli italiani, votanti e non votanti, sono in gran maggioranza contrari alla guerra, a cui, invece, il Governo si sta preparando. Di qui la campagna governativa di “rieducazione” del popolo con l’intento di affermare una nuova cultura, nazionalista, virile, guerresca, a partire dalla scuola, indottrinando anche i bambini delle elementari, tra l’altro invitandoli alle esposizioni di arsenali bellici nelle piazze.

La data del referendum: impedire un colpo di mano del Governo

Secondo una corretta interpretazione della Costituzione, il referendum sulla riforma della giustizia non può essere fissato prima del 22 marzo. Ma il Governo teme che una campagna elettorale adeguata smonti la sua narrativa trionfalistica della riforma e propone di anticiparlo. Uno dei modi per impedirlo è costituire un comitato promotore del referendum da parte dei cittadini che lanci la prevista raccolta di firme.

L’imam Mohamed Shahin, noi, il maccartismo

L’imam della moschea torinese di San Salvario, Mohamed Shahin, da più di 20 anni in Italia, protagonista del dialogo interreligioso e profondamente impegnato nel contesto sociale, è stato colpito da un provvedimento di espulsione. La sua colpa? Essere punto di riferimento della mobilitazione in favore della Palestina. È un nuovo maccartismo prodromico al fascismo.

Cop 30, a Belém nulla di fatto

Il cambiamento climatico sta mandando il nostro pianeta alla deriva. Eppure nessun passo avanti si è fatto alla Cop 30 di Belém in Brasile. Di ciò portano gravi responsabilità gli Stati Uniti di Donald Trump, impegnato, tra gli applausi dei suoi cortigiani, nella lotta a favore, e non contro, i cambiamenti climatici. Ancora risuona il suo invito scellerato a estrarre sempre più gas e petrolio. Intanto il mondo ha altre preoccupazioni: il riarmo e le guerre.

Giustizia. L’Egitto è vicino

I princìpi proclamati nella Costituzione egiziana in tema di giustizia sono assai simili ai nostri. Eppure in Egitto Giulio Regeni è stato arrestato in segreto, torturato e ucciso e i suoi assassini sono al riparo da ogni indagine. Ciò è possibile perché le norme sull’organizzazione della magistratura non ne garantiscono l’indipendenza. Come accadrà in Italia se il referendum di primavera confermerà la riforma approvata dal Parlamento.

Se la scuola non si arruola

La censura da parte del ministero dell’istruzione e del merito del corso di formazione per insegnanti “La scuola non si arruola”, ispirato ai valori della pace ha avuto due importanti effetti: il rilancio delle manifestazioni contro la guerra e una pubblicità insperata per gli organizzatori del corso. La politica insiste nel preparare la guerra ma, per fortuna, l’attrazione per le armi appartiene più alla classe politica che ai cittadini.

La riforma della giustizia: le parole e la realtà

La riforma della giustizia varata dal Senato non ha nulla a che fare con la razionalizzazione e lo sveltimento dei processi e con la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri (di fatto già esistente). È, piuttosto, il rovesciamento del progetto costituzionale del “potere diviso” e del controllo di legalità anche sull’esercizio dei poteri pubblici. È questa, aldilà delle suggestioni, la posta in gioco del prossimo referendum.

Manovra 2026: armi e austerità

Dimenticate le promesse elettorali e le invettive di un tempo, oggi il Governo indossa l’elmetto e sacrifica welfare e salari. La manovra, da 18 miliardi di euro, è, infatti, in gran parte costruita su tagli alla spesa pubblica e su entrate una tantum. È la logica del rigore, tornata a dominare dopo la parentesi pandemica e la sospensione del Patto di stabilità. Salvo che per le armi. Per i missili, i cannoni, i carri armati, non ci sono vincoli di bilancio.