Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).
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La censura da parte del ministero dell’istruzione e del merito del corso di formazione per insegnanti “La scuola non si arruola”, ispirato ai valori della pace ha avuto due importanti effetti: il rilancio delle manifestazioni contro la guerra e una pubblicità insperata per gli organizzatori del corso. La politica insiste nel preparare la guerra ma, per fortuna, l’attrazione per le armi appartiene più alla classe politica che ai cittadini.
La proposta di aggirare il veto degli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza dell’ONU affidando all’Assemblea generale il compito di mandare i caschi blu a Gaza è ambivalente. Suggerisce una valida strategia per rilanciare il ruolo dell’ONU, ma non tiene conto degli effetti perversi di un intervento militare e dell’esistenza di altre iniziative, rigorosamente nonviolente, più idonee per fermare i crimini israeliani.
La discussa definizione di antisemitismo dell’IHRA bolla come antisemita qualsiasi paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti, stabilendo a priori che Israele non può macchiarsi di un genocidio. Ma quest’ultimo è una categoria, non un nome proprio riferibile a un unico evento. E se rinunciamo alle categorie, rinunciamo a pensare.
Ho fatto un sogno. Una carovana di camion con generi alimentari entrava a Gaza. Qualcuno, tra i soldati di guardia, aveva disobbedito all’ordine di impedirlo. I generali, pazzi di rabbia, ordinavano di sparare. Ma i soldati si ribellavano, deponevano le armi, correvano a fraternizzare con il nemico… Un sogno, certo. La realtà è ben diversa. Ma – come altre volte nella storia – sono molti i soldati che rifiutano di combattere.
Nel bel mezzo delle tensioni internazionali su guerre e dazi, tra divisioni e litigi nella maggioranza, la presidente del Consiglio rilancia la riforma del premierato: per dare stabilità – afferma – al sistema e restituire ai cittadini il potere di scegliere da chi saranno governati. Non è così: la riforma produrrebbe, al contrario, una torsione plebiscitaria, incompatibile con una forma di governo democratica.
C’era una volta lo Stato patrimoniale. Poi arrivò Kant ad ammonire che «nessuno Stato indipendente può venire acquisito da un altro Stato tramite eredità, scambio, vendita o dono». Così siamo diventati moderni e la politica si è, almeno parzialmente, autonomizzata dall’economia. Oggi stiamo facendo il cammino a ritroso e c’è chi pensa di comprare la Groenlandia e non solo… Forse, qualche antidoto esiste.
I post-fascisti al governo nel Paese vogliono stravolgere i fondamenti della Repubblica democratica. E, viste le difficoltà di introdurre il premierato, pensano a una modifica in senso ulteriormente maggioritario della legge elettorale. Impressionanti le analogie con l’avvento del fascismo e attualissimi gli interventi di Piero Gobetti su “Rivoluzione liberale”, tra il 1923 e il 1925, in difesa del sistema proporzionale.
L’impropria previsione della gestazione per altri come reato universale ha fatto percepire tale pratica come una cosa “di sinistra”, da rivendicare in nome della libertà femminile, come se non si trattasse, invece, di una forma di sfruttamento di donne per lo più fragili. Ma sarebbe davvero un fatto paradossale se la sinistra lasciasse alla destra più oscurantista la bandiera della lotta contro la mercificazione delle donne.
Tutti dichiarano di volere la pace: anche i governi che continuano a fornire armi a Israele; anche Netanyahu mentre autorizza l’assassinio del leader di Herzbollah; anche Zelensky, che fa coincidere la pace con la “vittoria”. Là dove ciascuno invoca la “pace giusta” si continua a combattere a oltranza. E il fanatismo dei “buoni” non è meno pericoloso di quello dei “cattivi”. Perseguiamo, almeno, la pace secondo il diritto!
L’informazione su Gaza è oltre l’immaginabile, oltre la decenza, oltre ogni deontologia professionale. Un caso da manuale di genocidio è finito in un cono d’ombra, tra falsità, silenzi, manipolazioni, distorsioni aberranti. Lo documenta, da ultimo, il libro “Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani, che, in polemica, con questo modo di informare ha lasciato, nel gennaio scorso, “la Repubblica”.