Il Governo ha presentato in Senato, il 22 ottobre, il disegno di legge di bilancio per il 2026. Una manovra da 18 miliardi, annunciata con enfasi come “realistica” e “responsabile”. Dietro queste parole, però, si nasconde la sostanza di un’operazione di continuità con le politiche di austerità che da anni svuotano lo Stato sociale e rendono strutturale l’impoverimento del lavoro. E meno male che Meloni, per scalare il governo del Paese e piazzarsi a Palazzo Chigi, aveva per anni tuonato contro l’Europa dei burocrati, delle banche, delle oligarchie. Una volta, nel 2015, aveva dichiarato: «Tutti abbiamo avuto il sogno dell’Europa unita. Ora ci troviamo in mano a una banda di usurai». Altri tempi. Ora con Bruxelles – e con Washington – è tutta un’alta musica. Sdolcinata, romantica.
Una manovra da 18 miliardi, dunque, in gran parte costruita su tagli alla spesa pubblica e su entrate una tantum. I tecnici del Ministero dell’Economia parlano di “politica fiscale prudente”, gli editorialisti della stampa mainstream di “realismo contabile”. In realtà, siamo davanti all’ennesima manovra di riduzione, non di espansione. Di quei 18 miliardi, circa 10 derivano da tagli a ministeri e amministrazioni locali (sindaci e amministratori locali sono in rivolta), e solo una minima parte, del tutto insufficiente, è destinata a interventi di carattere redistributivo. La verità è che il Governo, stretto tra la nuova governance economica europea e l’obbligo del rientro dal debito, ha scelto la via più comoda e più regressiva (l’altra sarebbe stata quella di colpire i grandi patrimoni): quella del sacrificio dei diritti sociali. L’obiettivo dichiarato è mantenere il deficit al 3,7% del Pil, in discesa rispetto al 4,3% del 2025, e proseguire lungo la traiettoria di rientro del debito, oggi vicino al 139%. In realtà, si tratta di una scelta politica ben precisa: il contenimento della spesa pubblica come bussola, anche a costo di sacrificare welfare, salari e investimenti sociali. È la logica del rigore, tornata a dominare dopo la parentesi pandemica e la sospensione del Patto di stabilità. Salvo che per le armi. Per missili, cannoni, carri armati, non ci sono vincoli di bilancio.
Ma entriamo nel merito. Il taglio del cuneo fiscale viene prorogato, ma è una misura temporanea e regressiva (se lo Stato si sostituisce ai datori di lavoro, e agli stessi lavoratori, nel pagamento delle tasse, da qualche altra parte dovrà pure trovarle le risorse mancanti…). I benefici, in ogni caso, già modesti per i redditi più bassi, vengono assorbiti dall’inflazione e dall’aumento del costo della vita. Le nuove aliquote Irpef (da quattro a tre scaglioni, riduzione dell’aliquota dal 35% al 33% sullo scaglione di reddito tra 28.000 e 50.000 euro, applicabile ai contribuenti con redditi fino a 200.000 euro), promettono vantaggi irrisori: secondo le simulazioni dello stesso Ministero dell’economia, un lavoratore con reddito annuo di 15.000 euro guadagnerà circa 3 euro in più al mese, uno con 25.000 euro circa 15 euro, mentre solo chi si colloca tra i 40.000 e i 50.000 euro potrà contare su un incremento di 20 o 25 euro. In sostanza, pochi spiccioli per i ceti popolari, un’elemosina per il ceto medio, e un risparmio fiscale più visibile per i redditi medio-alti.
Il lavoro rimane il grande assente. Non c’è un piano per ridurre la precarietà, non una misura strutturale per invertire la tendenza alla frammentazione contrattuale. Oggi il 16,5% dei lavoratori in Italia è a tempo determinato, contro una media Ue del 13%. Tra i giovani sotto i 35 anni la percentuale sale oltre il 30%. Le retribuzioni di ingresso sono tra le più basse d’Europa, e la spesa per politiche attive del lavoro è ferma allo 0,3% del PIL, contro lo 0,8% della Germania e lo 0,9% della Francia. Il salario medio reale è tornato ai livelli di vent’anni fa, mentre i profitti delle imprese sono aumentati del 35% dal 2021. Numeri che, evidentemente, al Governo e alla Meloni non dicono nulla.
Sul terreno sociale, la manovra mostra con ancora maggiore evidenza la sua fragilità. La povertà assoluta nel Paese ha raggiunto cifre mai toccate prima: 5,7 milioni di persone, tra cui 1,3 milioni di minori, vale a dire un aumento del 23% rispetto al 2019. Eppure, di fronte a un’emergenza di tale portata, le risorse destinate all’inclusione sociale vengono ridotte, non rafforzate. Nella bozza della legge di Bilancio, l’assegno di inclusione (Adi) registra sì un incremento di circa 380 milioni di euro aggiuntivi nel 2026, ma si tratta di un miglioramento solo apparente. Quei fondi vengono infatti recuperati altrove, colpendo l’altra parte dello strumento: i percorsi personalizzati di attivazione sociale e lavorativa. L’articolo 38 della bozza prevede infatti un taglio al “Fondo povertà” di 267 milioni per il 2026, riducendo di quasi due terzi — il 65% — la cosiddetta “quota servizi”, che nel Piano nazionale sociale approvato in primavera ammontava a 417 milioni. E la forbice non si chiuderà con un solo esercizio: nel 2027 il taglio salirà a 347 milioni, mentre nell’arco di un decennio, tra il 2026 e il 2035, saranno sottratti complessivamente 1,65 miliardi di euro agli Ambiti territoriali sociali e ai Comuni, privandoli di una parte decisiva delle risorse necessarie a costruire percorsi di inclusione, formazione e reinserimento. Dopo aver ridotto di oltre la metà la platea dei beneficiari del reddito di inclusione – con il 40% dei poveri esclusi dal nuovo perimetro dell’Adi – l’esecutivo colpisce ora anche l’infrastruttura dei servizi. Una strategia miope, priva di visione e incapace di incidere sulle radici strutturali dell’esclusione sociale, ma anche su alcune cause della stagnazione, da ricercare nella bassa domanda. Intanto, la disuguaglianza cresce: il 10% più ricco della popolazione possiede il 50% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero si divide appena il 10%. Ma anche questo dato, alla Meloni e al Governo, evidentemente non dice nulla.
E la sanità? Il finanziamento del Fondo sanitario nazionale aumenta di soli due miliardi, un’elemosina di fronte ai 15 che servirebbero per riportare la spesa al livello pre-pandemico in rapporto al Pil, mentre il personale continua a diminuire: in cinque anni si sono persi oltre 25 mila operatori tra medici e infermieri. Risultato: le liste d’attesa si allungano, i pronto soccorso collassano, la sanità privata prospera.
Sul fronte delle spese militari, però, la musica cambia decisamente ritmo. La manovra 2026 conferma la scelta di incrementare progressivamente i fondi destinati alla Difesa, in linea con gli impegni assunti in sede NATO e con la strategia di rafforzamento dell’apparato bellico nazionale. Secondo i documenti allegati al disegno di legge, nel 2026 la spesa militare crescerà di circa 3,5 miliardi di euro rispetto al 2025, con ulteriori aumenti già programmati di 7 miliardi nel 2027 e 15 miliardi nel 2028. L’obiettivo dichiarato è portare il livello complessivo di spesa al 5% del Pil nei prossimi anni, come chiede Trump. Una traiettoria che stride con la condizione di un welfare impoverito e di servizi pubblici in affanno, perché le risorse aggiuntive per la Difesa vengono di fatto compensate da tagli o sottofinanziamenti in altri comparti cruciali come la sanità, l’istruzione e le politiche sociali, come si è visto. Non solo. Per queste spese il Governo non esclude di chiedere prestiti all’Europa, nell’ambito del programma denominato Safe, un Pnrr delle armi, con una dotazione di 150 miliardi di euro. Il “debito buono”.
Il quadro macroeconomico di contorno nel frattempo non dà segnali di miglioramento. Anzi. La crescita prevista per il 2026 è dello 0,7%, in linea con il rallentamento europeo. Economia ferma, insomma. Il Governo dice di voler affidare la ripresa al settore privato e ai fondi europei, ma senza un disegno di politica industriale, e senza giustizia sociale, è evidente che non si va da nessuna parte. Austerità per il popolo e soldi ai fabbricanti di armi non fanno sviluppo, non creano economia del benessere.
