Manovra 2026: verso un’economia di guerra

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Con 216 voti favorevoli, 126 contrari e tre astenuti, la Camera ha approvato la legge di bilancio per il 2026. Il Governo la presenta come una manovra “seria e responsabile”, mentre le opposizioni la definiscono un “disastro”. Per andare oltre le formule è necessario attenersi ai contenuti e ai dati, così come emergono dai documenti ufficiali e dalle misure approvate.

Il primo elemento da considerare è l’impatto macroeconomico della manovra. La stessa documentazione governativa certifica che l’effetto della stessa sulla crescita sarà nullo. Nel Documento di Economia e Finanza (DEF) viene esplicitamente indicato che il contributo al PIL sarà pari a zero nel 2026. Questo dato, di per sé, qualifica l’intero impianto della legge di bilancio. Non si tratta di una previsione pessimistica dell’opposizione, ma di una valutazione interna allo stesso esecutivo. In un contesto di stagnazione prolungata, con un’economia che cresce meno della media europea e con una produttività ferma da anni, la scelta di varare una manovra priva di qualsiasi effetto espansivo equivale a rinunciare a intervenire sui nodi strutturali del sistema. Gli investimenti pubblici, che dovrebbero rappresentare la leva principale di una politica anticiclica, risultano complessivamente in calo. Non emergono misure capaci di incidere sulla domanda interna, sui salari, sull’innovazione o sulla riconversione produttiva. Un dato problematico, se si considera per di più la politica dei dazi rilanciata da Trump, che colpisce l’altra gamba della domanda aggregata, vale a dire le esportazioni.

La dimensione complessiva della manovra è pari a 22 miliardi di euro. Le coperture sono costruite attraverso tre canali principali. Il primo è rappresentato dai tagli ai ministeri, per circa 8 miliardi, di cui 2,3 immediatamente operativi. Si tratta di riduzioni lineari calcolate sulla base delle giacenze di cassa, cioè delle risorse non ancora spese dai dicasteri. Il criterio adottato non tiene conto dello stato di avanzamento dei progetti, dei vincoli esistenti o della rilevanza strategica delle spese. È una scelta di natura esclusivamente contabile, che ha prodotto forti tensioni all’interno della maggioranza di governo. Diversi ministri si sono trovati a dover ridimensionare o sospendere programmi già avviati, senza una valutazione politica preventiva. Il secondo canale di copertura è un accordo con il sistema bancario. Dopo anni in cui gli istituti di credito hanno beneficiato di extraprofitti rilevanti (il totale cumulato è di oltre 112 miliardi nel triennio 2022-2024), determinati dall’aumento dei tassi di interesse e dall’ampio differenziale tra quelli applicati ai mutui e quelli riconosciuti sui depositi, il Governo chiede un piccolo “sacrificio” al settore (l’Irap, principale fonte di finanziamento del sistema sanitario, passa dal 4,65% al 6,65%). Il terzo canale è la quinta edizione della rottamazione delle cartelle esattoriali. Viene consentito il pagamento dei debiti fiscali in nove anni, senza acconto. Ancora una volta si sceglie di intervenire attraverso un condono di fatto, che premia chi non ha versato regolarmente e indebolisce ulteriormente la credibilità del sistema fiscale.

Sul piano della politica fiscale, la manovra interviene in modo limitato e temporaneo. La principale misura riguarda l’Irpef, con la riduzione dell’aliquota dal 35 al 33 per cento per i redditi compresi tra 28mila e 50mila euro. Il beneficio massimo, pari a 440 euro annui, spetterà comunque ai redditi più vicini ai 50 mila euro. L’intervento è sterilizzato per i redditi superiori ai 200mila euro, ma resta comunque circoscritto. Per i lavoratori dipendenti del settore privato con redditi fino a 28mila euro, gli aumenti contrattuali vengono tassati al 5 per cento, ma solo per il biennio 2025-2026. Non è prevista alcuna riforma strutturale dell’imposta sul reddito, né una revisione degli scaglioni in grado di contrastare l’effetto dell’inflazione. Il fiscal drag, cioè l’aumento occulto della pressione fiscale dovuto alla crescita nominale dei redditi che li spinge in scaglioni più elevati, resta interamente in vigore. Le stime indicano che questo meccanismo sottrae complessivamente circa 25 miliardi a lavoratori e pensionati. Gli interventi contenuti nella manovra non compensano questa dinamica e finiscono per essere neutralizzati nel giro di pochi mesi.

L’impatto sui redditi da lavoro e sulle pensioni conferma questa impostazione. Le pensioni minime aumentano di circa 20 euro al mese, una cifra marginale che non incide sul potere d’acquisto in un contesto di inflazione cumulata elevata. Parallelamente, per la maggior parte dei lavoratori scatta l’innalzamento dell’età pensionabile determinato dall’adeguamento automatico all’aspettativa di vita. Sono esclusi solo i lavori gravosi e usuranti. L’effetto complessivo è restrittivo: l’aumento delle prestazioni è minimo, mentre l’intervento strutturale va nella direzione di un ulteriore allungamento della vita lavorativa. Anche in questo caso, la manovra interviene con misure simboliche e lascia intatti i meccanismi che producono risparmi di spesa nel medio periodo.

Un altro capitolo riguarda le politiche per le famiglie. Al centro, come da molti anni a questa parte, ci sono i “bonus”. Il governo presenta un insieme di misure eterogenee, spesso definite come “pacchetto famiglie”. La misura più pubblicizzata è l’esclusione della prima casa dal calcolo dell’ISEE, ma solo entro un valore catastale di circa 92mila euro. L’intervento può facilitare l’accesso ad alcune prestazioni sociali, ma non affronta il problema centrale dei redditi bassi e della precarietà lavorativa. A questa misura si affianca un contributo per i genitori separati in difficoltà abitativa, di natura settoriale. Viene aumentato da 40 a 60 euro mensili il bonus per le madri lavoratrici con almeno due figli e un ISEE fino a 40mila euro. È confermata l’estensione del congedo parentale facoltativo con indennità all’80 per cento per tre mesi e viene potenziato il congedo per la malattia dei figli. Sul fronte del welfare aziendale, la soglia esentasse dei buoni pasto sale da 8 a 10 euro. Nel complesso, si tratta dei soliti interventi frammentati, privi di una visione organica, certamente non di rilancio del welfare universalistico, nello spirito della Costituzione. Non passa la detrazione per i libri di testo, una misura universale che avrebbe inciso direttamente sulla spesa delle famiglie. Nessuna delle misure previste interviene sui livelli salariali o sulla qualità dell’occupazione femminile.

Il capitolo più consistente della manovra riguarda la spesa militare. Per il 2026 sono previsti stanziamenti che sfiorano i 34 miliardi di euro, con un incremento di circa 12 miliardi nel triennio. Si tratta del consolidamento di una tendenza che, nell’ultimo decennio, ha portato i fondi destinati alla Difesa ad aumentare di oltre il 45 per cento. La manovra non si limita a finanziare le spese correnti, ma include misure volte a rafforzare l’industria bellica nazionale e il commercio di armi. Un emendamento specifico qualifica come di interesse strategico nazionale le infrastrutture e i progetti legati alla produzione, all’ampliamento e allo sviluppo dei sistemi d’arma, demandando a decreti ministeriali l’individuazione delle aree e delle opere coinvolte. Secondo alcune analisi, l’impegno complessivo potrebbe arrivare a circa 130 miliardi di euro in quindici anni. Le spese per la sicurezza in senso più ampio, comprese quelle rilevanti per i parametri NATO, restano in parte fuori dal computo, rendendo difficile una valutazione complessiva dell’onere effettivo. Le principali beneficiarie di questa impostazione sono le grandi aziende della difesa e i loro azionisti. Secondo un’analisi di Vertical Research Partners, nel 2025 gli azionisti europei del settore incasseranno circa 5 miliardi di dollari. Tra i gruppi coinvolti figurano Bae Systems, Babcock International, Thales, Dassault Aviation, Rheinmetall, Hensoldt, Saab e l’italiana Leonardo. Quest’ultima, nei primi nove mesi del 2025, ha registrato ricavi per 13,4 miliardi di euro, con un aumento superiore all’11 per cento, e profitti netti in crescita di quasi il 30 per cento. I principali azionisti di queste società sono grandi fondi di investimento internazionali, come BlackRock e Vanguard. L’aumento delle quotazioni azionarie è trainato in larga misura dalle scelte di spesa pubblica e dalle prospettive di riarmo europeo, che funzionano come un moltiplicatore finanziario indipendente dalla produzione effettiva.

Nel complesso, la legge di bilancio per il 2026 si caratterizza per l’assenza di una strategia di crescita e di redistribuzione. Non aumenta gli investimenti, non rafforza i redditi, non interviene sulle disuguaglianze. È finanziata da tagli lineari, condoni e misure temporanee. Al contrario, consolida l’aumento della spesa militare e orienta risorse significative verso il settore della difesa e dell’industria bellica. Una manovra “europea”, se con questo termine intendiamo la sottomissione al vincolo esterno (austerità) e all’economia di guerra.

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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