Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).
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Oggi la nazionale italiana di calcio giocherà contro Israele. È un incontro che si sarebbe dovuto evitare. Invece, mentre gli organismi internazionali tacciono, il Governo italiano organizza la repressione delle proteste e fa passare i contestatori per antisemiti. Ciò stravolgendo la storia e proclamandosi difensore dell’antisemitismo proprio mentre inneggia al razzismo più puro, alla superiorità di una razza su un’altra.
I protagonisti delle elezioni marchigiane sono tre: una destra a cui viene perdonato tutto; un centro sinistra i cui elettori lo votano con l’entusiasmo di una persona costretta a un matrimonio forzato; un astensionismo di metà del corpo elettorale che, quando consapevole, è il solo dato positivo. E tutto concorre a una lezione: nelle Marche come nel resto d’Italia, la crisi del centro sinistra riguarda la cultura politica e non le elezioni politiche.
L’omicidio di Charlie Kirk è barbaro come quello, tre mesi fa, della deputata democratica Melissa Hortman. Ma la reazione scomposta di Trump e dei suoi imitatori svela la loro vera finalità: dichiarare come unica violenza legittima la propria e perseguitare tutto ciò che vi si oppone anche a parole, forzando così le regole della democrazia e instaurando un nuovo fascismo.
Nel loro recente incontro Xi JinPing e Putin, rappresentanti del nuovo ordine mondiale, si sono intrattenuti nientemeno che sul tema dell’immortalità. È la metafora di un mondo che cambia per restare uguale. La crisi dell’Occidente lascia in eredità ai nuovi potenti una fiducia illimitata nella tecnica e un’idea di società diseguale. Eppure, almeno la sinistra dovrebbe proporsi l’abolizione della povertà più che della morte.
In Italia il dibattito, nel centro sinistra, è egemonizzato dal significato dell’espressione “campo largo”, dalle immagini di Giani che nuota in piscina o ripara strade con la pala, dalle smanie di rimanere in pista di Emiliano e di Vendola. Certi amori fanno giri immensi e poi ritornano. Ma, poi, non stracciamoci le vesti per l’astensionismo…
Ricordando la Shoah, abbiamo insegnato ai nostri figli, che “è accaduto, quindi può accadere di nuovo”. Salvo poi, quando l’esercito di Israele uccide donne in fila per un tozzo di pane e mira ai testicoli di bimbi inermi, rivendicare che “non sono permessi paragoni”. È la cultura dello scarto che legittima gli uomini a fare ciò che la natura non si sognerebbe mai di fare: scartare, scacciare, sottrarre vita, torturare, uccidere.
Srebrenica e Gaza, dove l’Onu e il diritto internazionale sono morti, devono toccarci nel profondo. La sinistra ha sempre diffidato dell’universalismo. E con buone ragioni. Ma ora che esso e le sue istituzioni sono morte, nessuno può fermare la violenza indiscriminata dei nazionalisti. Davvero possiamo continuare a diffidare dell’universalismo, mentre siamo circondati dai nazionalismi?
L’Occidente, gli Stati Uniti, l’Europa attraversano una crisi che li rende irriconoscibili. Il loro sistema di vita è totalmente cambiato, il loro potere è diminuito, la loro influenza nel mondo è in gran parte venuta meno ma essi continuano a rivendicare di essere uguali a se stessi. Come se la storia si fosse fermata.
L’uso della violenza ha sempre prodotto odio e vendetta. Per superarle Hobbes segnalò la necessità di affidarsi al diritto. Per secoli l’Occidente ha finto di farlo. Ogg Trump e Netanyahu gettano anche il velo dell’ipocrisia. Senza vergogna. Ma dimenticando che non c’è nulla di più autodistruttivo di una civiltà che si fonda sulla pura forza.
Israele e l’Occidente, che si sono costruiti la bomba atomica, si sentono minacciati da una bomba che non c’è. E bombardano (o accettano che si bombardi) l’Iran, uccidendo donne e bambini: naturalmente per salvarli dal regime degli ayatollah. Continuiamo così, alimentando il terrorismo, reazione inevitabile di chi ha perduto tutto. Continuiamo così, suicidiamo l’Occidente. Ma sentendoci vittime, mi raccomando.