Il premier canadese e il cartello del fruttivendolo

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Sono trascorsi alcuni giorni dall’ineccepibile discorso (https://vll.staging.19.coop/materiali/2026/01/23/se-non-siedi-al-tavolo-sei-nel-menu-lintervento-del-premier-canadese-a-davos/) che il premier canadese Carney ha pronunciato a Davos e che ha così tanto colpito l’opinione pubblica. Avverto subito il lettore: l’oggetto di questo articolo non è tanto quel discorso, quanto precisamente ciò che è avvenuto subito dopo, in questi pochi giorni trascorsi. Ma prima di cominciare, val la pena ricostruire il contesto e il protagonista di quel discorso.

Il contesto è noto. Il Word Economic Forum di Davos. Non proprio un Parlamento democratico oppure la sede di un’istituzione del diritto internazionale. A Davos ci vanno solo gli invitati. I potenti, i giornalisti selezionati, i capitalisti globalizzati. Non tutti possono avere accesso ai luoghi in cui capitalismo e politica si scambiano i propri segreti e dove i giornalisti sono ingaggiati per proteggerli, questi segreti. Che poi sono segreti di Pulcinella: che tutti conoscono e nessuno può dire apertamente. Una festa a invito, questo è stato il capitalismo globalizzato: tanto c’era da mangiare, pochi sono stati gli eletti. Due piccole notazioni, prima di passare oltre. La prima è del tutto teorica: è noto che il neoliberismo nasce innanzitutto – nei suoi manifesti programmatici – come una teoria e pratica del management. Una precisa messa in ordine totalitaria dell’organizzazione del ciclo produttivo (e riproduttivo) che cercasse in tutti i modi di operare per spostare definitivamente e compiutamente la sovranità dalle imperfette classi dirigenti elette democraticamente alle élites economiche, le sole in grado di governare il ciclo sociale rendendolo perfettamente aderente all’accelerazione del capitale. È in questo modo che la retorica della governance sostituisce la fatica del governo: gli ospedali sono amministrati da manager, nelle scuole i presidi non esistono più, nelle università i rettori ricevono un potere di amministrazione così ampio da neutralizzare ogni rappresentanza e autogoverno. Questo culto del management è ancora pienamente tra noi, anche in versioni ideologiche apparentemente progressiste. Siamo rassegnati al fatto che qualcuno deve comandare e, al massimo, auspichiamo che vi sia qualcuno che ci comandi bene. Anche questo è uno dei segnali di resa incondizionata del lessico democratico al totalitarismo economico. La seconda notazione è un semplice esempio, che serve a capire meglio i termini di questo ultra-elitismo che domina l’evento di Davos. Uno dei suoi presidenti è Larry Fink, fondatore e amministratore delegato di BlackRock. Che non è una multinazionale qualsiasi, ma una delle imprese che ha letteralmente in mano il processo di finanziarizzazione del mondo. Se mi si permette la battuta un po’ blasfema, dal punto di vista del potere reale Fink sta a Trump come Gesù sta a San Pietro.

In questo contesto ha parlato Carney. Che è anch’egli un personaggio niente male. Economista, cresciuto a pane e neoliberismo, la politica è solo il suo ultimo recente approdo. Con una carriera non troppo dissimile da miti italiani – penso a Mario Draghi, principalmente – ha assunto ruoli apicali per Goldman Sachs prima di essere per sette anni il primo governatore straniero della Banca d’Inghilterra. Come si può definire in una parola questa sua lunga carriera che l’ha portato infine e di gran fretta a diventare primo ministro di un governo conservatore? Semplice: un manager. Uno straordinario figlio di Davos e della sua distopia originaria: il rovesciamento del potere di tutti nel potere di pochi. Anzi di pochissimi. Evitiamo dunque di farne l’ennesimo idolo della sinistra, potremmo rimanere anche più delusi del solito. Sia ben chiaro, tutte queste premesse non servono affatto a minimizzare il discorso pronunciato a Davos, ma anzi ad esaltarne il coraggio, perlomeno. Un lupo che entra nella tana dei lupi e dice loro – non con un sussurro, ma con una schiettezza che inquieta – quel segreto che tutti sanno e che nessuno deve pronunciare: che sono soltanto lupi, non manager filosofi o politici che hanno governato il mondo con la forza del diritto internazionale e delle leggi, ma solo della (propria) convenienza.

Ma perché dunque un politico che appartiene così intensamente alla stirpe dei potenti ha messo via l’arte della menzogna e della dissimulazione e ha improvvisamente deciso di vuotare il sacco e dire la verità? E in che consiste questa verità che Carney ha scelto di confessare davanti ai suoi colleghi? La risposta alla prima domanda è semplice quanto preoccupante. Anche la menzogna è sospesa nell’eccezionalità del tempo che stiamo vivendo. Perché «siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione», suggerisce Carney. Non possiamo più illuderci di stare dove siamo stati e allo stesso tempo non abbiamo la minima idea di dove stiamo andando. Colpisce la nettezza di quest’affermazione, specie se confrontata con i tentennamenti – a cui ci siamo abituati – di coloro che continuano a credere che il problema sia Trump e non l’occidente che l’ha prodotto. Ma è la risposta alla seconda domanda quella che mi incuriosisce di più. La verità che Carney esibisce dentro la tana dei lupi è che tutto ciò in cui abbiamo creduto finora era falso. O meglio, che nessuno ha mai davvero creduto a ciò che a tutti è convenuto, cioè al fatto che l’ordine precedente fosse davvero giusto: «Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero».

È proprio a questo punto che il discorso del premier canadese fa un paragone che diventa quasi un giudizio storico (o un indizio di come i posteri giudicheranno questi nostri anni). Egli ricorda di quando Havel – per spiegare perché il comunismo non crollasse – faceva l’esempio del fruttivendolo che ogni mattina metteva un cartello sulla vetrina con su scritto: “proletari di tutto il mondo, unitevi”. Non ci credeva, nessuno ci credeva più. Ma il potere della menzogna era tale per cui nessuno osava smettere di recitare. Ecco l’esortazione di Carney: «è tempo che imprese e nazioni tolgano i loro cartelli». Ora, dovremmo subito sospettare del fatto che per il premier canadese i soggetti capaci di rompere il sortilegio della menzogna non somigliano affatto ai fruttivendoli di Havel e nemmeno ai cittadini di una democrazia. Curiosamente, l’apologo raccontato da Havel si trova contenuto in un libro dal titolo emblematico: Il potere dei senza potere. Le imprese e le nazioni – coloro a cui Carney rivolge i suoi appelli e le sue speranze – non mi pare appartengano all’elenco dei senza potere. Le imprese e le nazioni sono piuttosto i soggetti che hanno sviluppato in forma egemonica quell’ordine del discorso contenuto nel cartello che noi – non il fruttivendolo di Havel – dovremmo togliere.

Ciò non toglie che questo accostamento è così provocatorio da suggerire una tesi per nulla banale. Che ciò a cui stiamo assistendo è per il capitalismo (per una sua specifica versione che ha dominato per ottant’anni) ciò che è stato per il comunismo il 1989. Anche noi abbiamo dunque un cartello da togliere, su cui c’è stato scritto, per esempio: “capitalisti di tutto il mondo, unitevi”. Il crollo della globalizzazione vale per gli assetti mondiali esattamente come per la fine del comunismo. Una tempesta che spazza via definitivamente ciò che fino a poco tempo fa tutti noi eravamo disponibili a prendere per vero, anche se nessuno ci credeva più veramente. Che ci siano elementi di affinità tra queste due fasi storiche non c’è dubbio. Per esempio, come è già avvenuto per il comunismo, anche il capitalismo globalizzato non sta finendo per via di qualche nemico esterno, ma per implosione. Sia Trump sia Carney sono due esponenti autorevoli di questo capitalismo che distruggono o riconoscono essere ormai distrutto. E del resto è proprio questa la sensazione che molti di noi provano: l’Occidente si è suicidato, squarciando il velo della sua ipocrisia. In fin dei conti, sia la spietatezza situazionista di Trump sia la lucidità razionale di Carney hanno lo stesso effetto: dichiarare senza più censure il suicidio dell’Occidente. Sono due facce della stessa medaglia, della stessa implosione.

Ma c’è un elemento di discontinuità che non possiamo tacere: il fruttivendolo di Havel, quando ha smesso di riporre la sua speranza nel comunismo reale, ha affisso il giorno dopo – in tutta fretta e senza troppe discussioni – il cartello che inneggiava al capitalismo. La fine di un mondo è stata l’occasione per la sua conquista da parte della nostra civiltà. Non è stata una frattura, è stata una transizione repentina e un poco presuntuosa. Ecco, sono proprio quei cartelli che inneggiavano al capitalismo che adesso dobbiamo trovare il coraggio di togliere. Solo che a sostituirli non abbiamo più nessun progetto, nessuna speranza, nessuna destinazione. Siamo nel mezzo di una rottura, è vero. Ma temo che persino Carney non abbia capito fino a che punto lo siamo. Non sono sicuro che siano “le imprese e le Nazioni” quelli che ci porteranno fuori di qui, non sono sicuro che esse siano davvero interessate ad affiggere l’unico cartello di cui abbiamo bisogno: “democratici di tutto il mondo, unitevi” (con tutti i limiti storici dell’esperienza democratica moderna e con la consapevolezza che oggi il capitalismo ha individuato proprio nella democrazia il nemico da abbattere).

Nel frattempo, sono passati un po’ di giorni. È servito dire la verità nella tana dei lupi? Io mi limito a raccontare due cose che sono avvenute in questi giorni. La prima riguarda il commento che – sempre da Davos – ha fornito Christine Lagarde a proposito delle dichiarazioni di Carney: «Non siamo al punto di rottura, ma serve pensare alternative». Sappiamo chi è colei che parla e quali responsabilità storiche, morali e politiche abbia rispetto alla contraffazione dell’Unione europea. Queste sue parole ci ricordano una volta di più l’abisso dentro cui l’Europa è sprofondata. E forse ci suggeriscono una legge che vale non solo per la politica: che vivere nella verità è cosa così ardua e faticosa che, quando facciamo esperienza di istanti in cui tutto appare chiaro ed evidente, subito dopo siamo tentati di normalizzare le cose, tornare al punto di prima, minimizzare, negare. Lagarde rappresenta il realismo della menzogna contro il coraggio della verità che, per un attimo e nel posto sbagliato, si era manifestato nel discorso di Carney. La seconda cosa è nota a tutti. Mentre Lagarde torna indietro e nega che siamo giunti al punto di rottura, negli Stati Uniti un corpo di polizia governativo terrorizza e uccide persone inermi, con l’appoggio incondizionato del Presidente. Il punto di rottura dell’Occidente è ormai così evidente che la violenza esportata per decenni è adesso introiettata: la guerra contro gli altri è diventata guerra con se stessi. Come tutte le guerre di fine impero, anche la guerra civile americana appare come la mossa disperata di chi pensa che l’unico modo rimasto per controllare la violenza che noi abbiamo seminato per il mondo sia quello di estenderne il contagio. Non risparmiare più nessuno, nemmeno noi stessi. Tutti sappiamo come andrà a finire. Tutti sappiamo che negli Stati Uniti d’America, allo stato attuale, è lecito prevedere che non vi saranno più elezioni libere, per come le abbiamo conosciute finora. Tutti lo sappiamo, ma nessuno lo dice. La banchiera di Bruxelles svolge la stessa funzione del fruttivendolo di Havel. Affigge il suo cartello, fa finta di niente. Mentre intorno a lei nulla rimane intatto e tutto crolla. Il potere della menzogna è tornato immediatamente ad essere più forte di quello della verità.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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One Comment on “Il premier canadese e il cartello del fruttivendolo”

  1. Nel frattempo qualcosa di inaspettato x i più sta accadendo: tali e tante sono state le mazzate di Trump che i BRICS stanno abbandonando il dollaro come moneta unica negli scambi commerciali globali ed indebolendo così il potere dello stato capitalistico più feroce.
    Staremo a vedere che succederà .
    Speranza

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