Il referendum e il compito che ci attende

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Tutti ricordiamo l’invito di Che Guevara ad essere duri senza perdere la tenerezza. Ecco, molto più modestamente vorrei suggerire che il nostro modo di reagire al risultato referendario deve assolutamente tenere insieme lucidità ed entusiasmo. Se infatti la lucidità serve solo a decostruire quel raro entusiasmo che finalmente attraversiamo, finirà per essere esercizio di cinismo e per avere come contraccolpo una sorta di disincanto finale. Ma se l’entusiasmo non si accompagna a una forma di vigilanza razionale dei processi, si rischia per l’ennesima volta di ripetere gli stessi errori. Dunque in questi giorni è necessario innanzitutto manifestare senza inibizione la propria soddisfazione politica. Per vari motivi, sia soggettivi sia oggettivi.

Soggettivamente, la soddisfazione politica è un’esperienza inversamente proporzionale rispetto al procedere delle generazioni. La memoria degli anziani è puntellata di ricordi di vittorie politiche che hanno portato a grandi conquiste. La memoria della mia generazione fa già molta più fatica a ricordare qualche evento di vera felicità politica (qualche vittoria insperata contro Berlusconi che poi ha avuto esiti deludenti, qualche referendum il cui esito è stato poi ignorato dalla politica). La memoria delle nuove generazioni non sa letteralmente cosa sia la felicità politica. Esperienza soggettiva che però è rappresentazione dell’essenza della militanza di sinistra: percepire che eventi politici danno luogo a forme concrete di emancipazione e non sono invece pretesti per regressioni sociali, politiche, civili. Oggettivamente, perché tutti sappiamo che l’effetto politico più dirompente di questo risultato non è solo di aver inibito una pessima riforma della giustizia, ma di aver probabilmente bloccato una intera stagione di controriforme, a partire dall’autonomia differenziata e dal premierato.

Ma, senza perdere questa necessità della festa, bisogna cominciare a osservare quanto successo più lucidamente possibile. E per farlo bisogna partire da molto lontano, almeno dalla fine del Governo Draghi e dall’inizio di questa legislatura. Perché torno così indietro? Essenzialmente per ricordare due aspetti che hanno fortemente condizionato la natura di questa maggioranza di governo.

Primo aspetto: Fratelli d’Italia è stato soprattutto un partito interlocutorio. Solo d’improvviso è diventato il partito di maggioranza relativa, grazie a un fatto ben preciso: l’essere stato l’unico partito parlamentare a porsi fuori dalla maggioranza che appoggiava il Governo Draghi. Il suo consenso è stato così dovuto più a una mossa tattica che a un progetto strategico. Stando fuori da quel governo – che ha rappresentato agli occhi degli italiani l’emblema di una politica politicante che ignorava i bisogni reali dei cittadini e soprattutto non rappresentava più nessuno (se non i vincoli dettati dalla UE) – Meloni ha avuto buon gioco nel porsi come l’ultimo baluardo contro l’abuso di potere della politica dei partiti contro il popolo che avrebbe dovuto essere da essi rappresentato. Tutti termini piuttosto vaghi che dovrebbero essere spiegati meglio, ma ci capiamo, credo: è stato facile guadagnare consenso agitando la propria coerenza rappresentativa, contro l’incoerenza rappresentativa cui si sono condannati tutti gli altri partiti scegliendo di appoggiare Draghi.

Secondo aspetto: Il Governo Meloni non ha vinto le elezioni solo per merito proprio, ma soprattutto per merito di Letta. Il quale ha deciso letteralmente di ritirarsi dalla partita prima che cominciasse, scegliendo di non allearsi con il M5S e, così facendo, consegnando una vittoria schiacciante alla destra soprattutto in termini di maggioranza parlamentare, più che in termini di voti assoluti. Nel 2022, il centro destra ha infatti preso circa 12 milioni di voti, mentre il centro sinistra ne ha presi più di 7 milioni e il M5S più di 4. Se si sommano questi ultimi, il distacco è assai risicato, poco più di cinquecentomila voti. Con un’affluenza del 63 per cento dei votanti. Perché ricordo questo aspetto? Molto facile, perché salta subito agli occhi che, con un’affluenza poco più alta rispetto all’ultimo referendum, i voti del centro destra sembrano coincidere precisamente con coloro che hanno dato la loro preferenza al sì. È ovvio che la sovrapposizione non è perfetta, ma alcune considerazioni si possono trarre. Innanzitutto che il centro destra – nonostante governi da anni e pur avendo finalmente interrotto la sua crescita – non ha perduto troppi consensi in termini di voti singoli. Dunque interpretare questo referendum come la fine della Meloni – come pure hanno frettolosamente e con troppo ottimismo fatto molti politici della parte avversa e molti analisti – mi pare davvero fuori luogo. Segna certamente un punto d’arresto, non ancora un’inversione radicale di rotta. Il motivo più plateale di questa battuta d’arresto ha invece a che vedere con la genealogia populista del consenso a Fratelli d’Italia. Come abbiamo osservato, è stata soprattutto la natura anti-politica – unico partito contro l’eccesso di politicismo che accomunava tutti gli altri partiti – a far vincere le elezioni del 2022 a Meloni. La sostanza della riforma della giustizia su cui siamo stati chiamati a votare rappresenta alla perfezione l’eterogenesi del Governo Meloni, che ha ricevuto il suo mandato sfruttando il sentimento dell’antipolitica ma che, nel corso di questi anni, ha governato in modo del tutto politicista. Fino alla follia di una riforma costituzionale che non solo non risolveva nessuna criticità del sistema giustizia, ma che addirittura si presentava in maniera plateale come una resa dei conti nei confronti dei giudici e un tentativo di metterli sotto tutela da parte della politica.

Che sollievo poterne parlare al passato! La Meloni ha dimenticato il principio stesso che ha permesso il suo trionfo, finendo col rappresentare al massimo livello (cioè colta nel tentativo di estendere il proprio potere contro ogni limite consentito dall’architettura costituzionale) la tracotanza dei politici. E, con una battuta, se c’è una casta di cui gli italiani diffidano più che dei magistrati, sono proprio i politici. Mi pare questo il senso più lineare di tutta questa vicenda. Non un raffinato esercizio di tecnicismi costituzionali da parte della maggioranza degli italiani, ma un naturale istinto di autodifesa di fronte alla tracotanza dei politici che quella riforma rappresentava. Sarebbe probabilmente bastato presentare una riforma della giustizia semplicemente più cauta, una sistemazione neutra della separazione delle carriere che di fatto già c’è, senza il doppio binario tra il sorteggio dei magistrati e quello della parte laica che era chiaramente un dispositivo pensato per sottrarre la politica al controllo del potere giudiziario e, anzi, rovesciare i rapporti di forza tra questi due poteri dello Stato. Una irricevibile svolta autoritaria il cui sospetto è diventata una certezza persino agli occhi dei più ingenui, unendo i puntini delle conseguenze della riforma costituzionale a tutte le manovre di contesto: l’ammiccamento al trumpismo, la legittimazione sempre più evidente delle diseguaglianze sociali, il tentativo di imporre altre riforme che eliminano tutti i meccanismi di limite nei confronti del potere esecutivo, e via dicendo. Del resto, è al massimo del proprio consenso che le oligarchie crollano. Perché si sentono impunite e infallibili. E il crollo può essere repentino e totale. Può esserlo, non lo è ancora, anche solo considerando che l’equivalenza tra i 12 milioni di voti del 2022 e lo stesso numero di voti che hanno preferito adesso il sì. La crisi del centro destra non è, così, un’evidenza del presente, ma un compito del futuro.

Questo mi pare il deposito politico che l’esito del referendum ci consegna in eredità. Sta all’opposizione coltivare questo compito e non illudersi che sia un’evidenza. Empiricamente, mi pare che il compito si possa ridurre a una faccenda elementare: non far scappare quei due milioni di voti che si sono aggiunti agli undici milioni e passa di elettori che nel 2022 avevano politicamente preferito il centro sinistra e il M5S. E che hanno scelto di uscire per un’istante dall’invisibilità autoinflitta dell’astensionismo non per un atto di fede nei confronti dei partiti di centro sinistra, ma per fiducia nei confronti della capillare (e molto civile) campagna dell’associazionismo diffuso e della società civile e per sfiducia nei confronti dell’irricevibile svolta autoritaria del governo.

Il mistero dei due milioni. Potrebbe essere il titolo del nuovo romanzo giallo che l’opposizione deve essere in grado di scrivere e, auspicabilmente, di risolvere. Non lasciando che, con la stessa velocità con cui si sono manifestati, essi possano di nuovo nascondersi nel sottobosco dell’astensionismo. Trasformando un dato referendario in una fiducia politica che è ben al di là dall’essere acquisita. I segnali, devo confessarlo, non mi sembrano incoraggianti. Faccio solo due esempi. A urne ancora aperte ho ascoltato una dichiarazione dell’ineffabile Fratojanni. Il quale ha detto più o meno che «ormai siamo maggioranza del Paese». A urne aperte. Con un risultato come quello che c’è stato. Cioè l’unico pensiero sensato che gli è venuto è stato quello di appropriarsi dei due milioni di voti. Non ringraziarli, non riconoscerne l’alterità e impegnarsi per esserne all’altezza. Niente di tutto questo. Siccome quei due milioni di votanti hanno espresso la loro preferenza per il no, è evidente che noi – non loro, ma noi: il centro sinistra che finora li ha fatti scappare – siamo la maggioranza del Paese. Se c’è un modo per perdere la potenzialità di questi due milioni di voti, è strumentalizzarli. Precisamente quello che ha fatto Fratojanni: costringerli forzatamente ad essere rappresentati da coloro a cui non hanno mai voluto dare alcuna rappresentanza. E di questo passo, continueranno a non darla, la delega di rappresentanza. Altro esempio. Sempre a urne aperte, la prima cosa che è venuta in mente a Giuseppe Conte è di candidarsi alle primarie, contro la Schlein. Come se decenni in cui il centro sinistra ha cercato di coprirsi gli occhi dinanzi alle carenze programmatiche e culturali attraverso un’infinita discussione sui nomi e sui capi non fossero serviti assolutamente a nulla. Siamo di nuovo e sempre al punto di partenza: gruppi di potere che si contendono il potere e non mostrano alcuno sforzo per chiarirsi tra loro rispetto all’idea di società che rappresentano e che vogliono. Un vuoto di politica riempito dalla saturazione di improbabili personaggi politici.

Un referendum richiede, per sua natura, di schierarsi a favore o contro qualcosa. È molto più semplice fare una campagna elettorale avendo un oggetto polemico contro cui dirigersi. Ma è dall’era berlusconiana che il centro sinistra non sa fare altro e finisce per semplificare la complessità di un’elezione politica nella logica binaria propria degli appuntamento referendari: pensare di convincere gli elettori a votarli perché bisogna andare contro una minaccia imminente e più grave. La politica del male minore. Che non è la risposta, piuttosto è la genesi della sua crisi, come è ormai ovvio. Bisognerebbe avvisare Fratojanni e Conte e tanti altri. Il mistero dei due milioni di voti non si risolve certo impossessandosene e proponendo un’ennesima scena in cui l’unico motivo per votarli è evitare il peggio; trasformare le prossime elezioni politiche in un appuntamento simil-referendario in cui l’unico motivo per votare centro sinistra è battere le destre. Che noia dover ripetere ancora tutto questo.

Torniamo così a quanto scritto all’inizio: solo se diamo alle nuove generazioni la possibilità di percepire che le conseguenze di eventi politici ed elettorali sono forme concrete di emancipazione e non solo salvezza disperata dalla regressione, allora può darsi che continueranno a frequentare le cabine elettorali. Altrimenti spariranno di nuovo dall’orizzonte della rappresentanza. Questo è il compito che ci consegna il referendum. Un’ennesima occasione per lavorare sui nostri difetti. Chissà se sarà la volta buona.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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