Il terzo escluso: i popoli, privati del diritto all’autodeterminazione

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Avrei dovuto scrivere questo articolo nei giorni scorsi, per celebrare – si fa per dire – i quattro anni di guerra nel cuore dell’Ucraina. Avrei voluto cominciare col dire che quella guerra ha tolto il tappo: è perché c’è stata l’Ucraina che dopo c’è stato tutto il resto. Il problema è che tutto il resto si complica ogni giorno di più e l’immaginazione terrificante di Don&Ben oltrepassa la mia capacità di scrivere, di leggere, di riflettere. Il tappo è saltato e dinanzi a noi non c’è un semplice tubo che perde, ma un mondo che sostituisce consapevolmente la civiltà con la barbarie.

In queste ore ho anche ascoltato un curioso audio di qualche settimana fa, in cui Trump farneticava qualcosa su un arco di trionfo gigantesco da costruire a Washington. Il dottor Stranamore, che bombarda anche l’Iran, mentre a Gaza si sperimenta la nuova forma della pace tardomoderna: non smettere la violenza ma spegnere semplicemente le telecamere. Come se la storia fosse questione di spettacoli, non di genocidi. La storia. In quell’audio, Trump ce l’aveva con la Francia: non si spiegava come sia possibile che Parigi abbia un arco di trionfo così grande, troppo grande. Mentre l’unica capitale del mondo è Washington e allora bisogna costruire un arco di trionfo più grande e più bello di quello di Parigi. Mentre il mondo brucia per mano sua, la sua fissazione è avercelo più lungo di tutti. Fosse solo una dissonanza cognitiva, sarebbe niente. È una dissonanza complessiva, umana. Una completa dissociazione dalle proprie azioni, dal dolore sterminato che in quelle stesse ore ne è conseguenza, dalle conseguenze potenziali e dunque dall’immaginazione di ciò che accadrà. Che cosa ha la Francia in più degli Stati uniti, per giustificare la grandeur del suo arco di trionfo? Eccolo il punto decisivo: «l’unica cosa che hanno è la storia. Sapete, il 1860 è qualcosa che dico sempre essere l’unica cosa con cui non si può competere». Ora – fermo restando che non dormo più la notte cercando di capire a cosa si riferisca quando cita il 1860 – la questione è precisamente questa. Trump vuole disperatamente passare alla storia. Solo che la sua “invidia della storia” (nient’altro che una variazione sul tema dell’“invidia del pene”) comporta un’evidente trasformazione della storia della civilizzazione – con tutte le luci e le ombre che le appartengono – nella storia della barbarie.

Adesso tocca all’Iran, dunque. Dove, certamente, un regime intollerante e violento opprime giovani e donne. Personalmente non ho rimpianti per quel regime che crolla. Il che però, per prima cosa, non vuol dire esser sollevato per la morte del tiranno. Anche questo appartiene alla nuova storia della barbarie. Fino a pochi anni fa si contribuiva a deporre i tiranni – oltretutto legittimi –, non si uccidevano certo alla luce del sole e con orgogliosa ostentazione. La storia della civilizzazione aveva appreso una lezione a proprie spese: che le democrazie che si esportano falliscono. La storia della barbarie ricomincia proprio rovesciando quelle poche certezze acquistate a così caro prezzo. Oggi il nemico si uccide e poco importa che sia Caino o Abele, se sia casa sua e non casa nostra. Lo sceriffo del mondo uccide dove vuole e così riscrive la storia e giustifica il suo desiderio dell’arco di trionfo.

Ora, io rivendico il diritto di dire che la guerra in Ucraina deve finire senza fare sconti o simpatizzare per Putin. Rivendico il diritto di dire che non ho rimpianti per il regime iraniano che crolla senza per questo assolvere o minimizzare la barbarie di Trump. E non lo faccio per non prendere posizione, ma esattamente per il contrario. Perché, se dovessi indicare un tratto fondamentale di questa storia della barbarie che si sta riscrivendo, direi che consiste nel fatto che ormai il nostro giudizio nei confronti degli eventi storici è puramente geopolitico: come se tutto si riducesse a un conflitto tra due potenze contrapposte e non ci fosse niente altro.

Certo, c’è anche questo. Che la guerra all’Iran appartenga al più vasto regolamento di conti con la Cina, non c’è dubbio. Come è indubbio che destabilizzare il Medioriente vuol dire rafforzare Israele e costringere forzatamente l’Europa ad acquistare le proprie risorse energetiche dagli Stati uniti, e a caro prezzo. Tutto vero ed è necessario ricordarlo, anche per sfuggire alla propaganda totalitaria del regime americano. Ma ho come l’impressione che tutto questo non può più bastare. Perché mentre noi discorriamo di una genealogia delle cause facendo riferimento agli Stati, ai potenti, ai flussi finanziari e produttivi, c’è dell’altro. Il terzo escluso.

Io non condanno Trump perché sto con Khamenei, non critico la campagna ucraina perché sto con Putin. Tra la storia della civilizzazione e la storia della barbarie c’è qualcosa in comune, ed è che nessuna delle due coincide con la storia delle vittime. Io sto con le vittime, per questo mi oppongo disperatamente alle guerre e ai suoi coriferi. Eccoli, i terzi esclusi: gli oppressi, le vittime. Come se non sapessimo che in guerra a morire non sono soprattutto i soldati, ma gli innocenti, gli ignari, i poveri, i capitati lì per caso. Sottratti alla vita dalla logica della potenza che celebriamo ogni giorno in televisione e sui social con i nostri raziocinanti argomenti geopolitici. Per bandire la guerra dalla storia dobbiamo forse cominciare a bandire gli esperti geopolitici dalle nostre discussioni. E ricominciare dall’unica cosa che dovrebbe contare. La storia delle vittime che la guerra miete e la storia geopolitica dimentica, rimuove, sceglie di non vedere per celebrare Trump e condannare Putin. O viceversa, non importa.

Ecco quello che avrei voluto dire per l’Ucraina e che vale anche per l’Iran. Chi oppone alla storia della barbarie di Trump la storia dei potenti che a lui si contrappongono continua a guardare verso l’alto. Mentre è in basso che accade la storia che ci interessa. Dove, non visti, i bambini vengono bombardati dalla crudeltà di Trump; i palestinesi vengono sterminati nel silenzio del mondo; le donne ucraine vengono lasciate congelare perché si bombardano le centrali elettriche.

C’è stato un tempo – come sembra distante pur essendo recentissimo – in cui alle vittime davamo non solo uno sguardo, ma la dignità di un nome politico: erano i popoli ed a loro e soltanto a loro toccava decidere della propria sorte. Il postulato dell’autodeterminazione dei popoli. Poco importa che fosse solo un’invenzione: non importava che esistessero davvero ma che potessero miracolosamente decidere da sé, autodeterminarsi. Oggi non ne parla più nessuno. A decidere in nome delle vittime sono coloro che le perseguitano e le condannano alla guerra: Trump, Putin, Netanyahu, Khamenei, si chiami come si chiami. Tutti accumunati dal paternalismo che ha preso il posto dell’autodeterminazione. Non è in fondo proprio questo disprezzo per l’autodeterminazione l’essenza dell’imperialismo? I potenti sono tali perché decidono per coloro che sacrificano. E alle vittime non spetta più la dignità di avere un nome politico, di poter decidere per sé. Espulsi dalla storia sia da coloro che vincono sia da quelli che perdono, sia da quelli che ci stanno simpatici sia da quelli che odiamo.

Sotto i giganteschi archi di trionfo che si stanno costruendo ci sono moltitudini di esseri umani arresi al loro misero destino, costretti a combattere le guerre che gli altri decidono e che loro subiscono. A noi non resta che volgere finalmente lo sguardo verso il basso, non avere occhi che per ciò che non si vede più, cancellato dalla storia della potenza e da quella della barbarie. Non lo so se c’è ancora un modo per scrivere la storia degli oppressi, sperando che prima o poi qualcuno abbia voglia finalmente di leggerla. Una meravigliosa canzone di Ivano Fossati recita: «Solo un grande scrittore fa muovere insieme i vivi e i morti e solo un grande dio può accudire i disperati in un posto così». Io non sono un grande scrittore e non credo in un grande dio. Ma riconosco che questo mondo è diventato un posto così, in cui accudire i disperati è l’unico compito necessario e impossibile che ci è rimasto. Se solo volgiamo lo sguardo in basso, opponiamo la storia delle vittime a quella della potenza e della barbarie.

In homepage: Pablo Picasso, Guernica, 1937, olio su tela, Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia

 

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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5 Comments on “Il terzo escluso: i popoli, privati del diritto all’autodeterminazione”

  1. Bellissimo articolo. Ma “volgere lo sguardo in basso” è un’espressione che non mi piace, mi sembra fuorviante. Se volgo lo sguardo in basso evidentemente sono più in alto. E apparentemente è così: per esempio rispetto ai migranti finiti in fondo al mediterraneo durante una delle tante traversate della disperazione, o dei “clandestini” chiusi dentro i cpr e sballottati a piacimento del ministero dell’interno. E infatti non li vediamo: nessuno si commuove più per gli Aylan addormentati per sempre nella culla del mare. Nessuno si scandalizza per i brandelli di corpi deposti dalle onde sulle nostre coste. E’ diventato persino normale bombardare scuole e ospedali. E tuttavia è pura illusione. Il mondo è uno e Trump va in bagno come me e come l’ultimo dei migranti. Può sentirsi dio in terra ma è solo un ignorante arricchito. Può sentirsi padrone della vita e della morte di milioni di persone, ma non è padrone neanche della sua di vita. Certamente i libri di storia parleranno di lui: una fotografia in più nell’album di macellai e stronzi già ampiamente ricco. In ogni caso non devo alzare lo sguardo per vedere lui, né abbassarlo per vedere le vittime: mi basta guardare dritto davanti a me. Si tratta solo di scegliere da che parte stare e se avessimo un minimo di sale in zucca la scelta sarebbe obbligata, non solo per senso di giustizia, ma perché quando i diritti non sono più universali potenziali vittime lo siamo tutti.

    1. Caro Roberto, grazie per la tua lettura e per il tuo commento. Quanto all’espressione che segnali, hai ragione tu: è fuorviante e rischia di rafforzare ciò che vorrebbe criticare. dunque grazie anche per la giusta segnalazione.

  2. Sono d’accordo quasi su tutto. Sono d’accordo sull’autodeterminazione dei popoli. Che se si vogliono realmente aiutare a liberarsi dei rispettivi tiranni l’ultimo sistema da prendere in considerazione è la guerra con cambio di regime incorporato. In ogni paese sotto regime dispotico c’è una resistenza civile (anche nel senso contrario di incivile) che andrebbe sostenuta con la diplomazia, il diritto internazionale, il sostegno economico e altre cose. Non sono invece completamente d’accordo di mettere sullo stesso piano Trump, Putin, Netanyahu, Khamenei. Putin e Khamenei sono stati costretti alla guerra, anche se questo non li riabilita. Di Trump e Netanyahu invece io penso tutto il male possibile e immaginabile. Per me Stati Uniti e Israele sono il cancro del mondo. Sono pressoché sempre loro a iniziare guerre e diffondere fame e disperazione per il loro delirio di onnipotenza. Mi sbaglierò ma sono convinto che senza di loro il mondo sarebbe migliore. Senza di loro l’autodeterminazione dei popoli sarebbe cosa meno complicata.
    Sono d’accordissimo invece che “accudire i disperati è l’unico compito necessario e impossibile che ci è rimasto”. Anzi rafforzo l’idea dicendo che è proprio questo il SENSO DELLA VITA… forse mi vien facile perché anch’io non credo ci sia un grande dio che mai lo farà.

    1. Caro Stefano, grazie per ciò che scrivi. No, ovviamente non sono affatto la stessa cosa, ma il senso non era tanto renderli uguali, quanto far notare come parteggiando per l’uno o per l’altro rischiamo di non vedere comunque gli oppressi, presi come siamo dalle nostre riflessioni geopolitiche. Dunque voleva essere nient’altro che un artificio narrativo, sono certo che mi perdonerai. Un caro saluto!

      1. Non ha niente da farsi perdonare, sono io che non ho capito l'”artificio narrativo”.
        Grazie invece per le interessanti analisi e gli spunti di riflessione che propone nei suoi articoli. Ne approfitto per ribadire un concetto del quale sono pervicacemente convinto: alla fine il compito più alto di ogni essere umano dovrebbe essere quello di alleviare ogni sofferenza: degli uomini, degli animali, della Terra.

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