Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).
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Mario Draghi è tornato. Camuffato da Keynes e trasformato in apostolo del rafforzamento della competitività europea realizzata con una forte iniezione di soldi pubblici. Ma è solo apparenza. La realtà è il progetto di investire nell’industria bellica assecondando la deriva verso un mondo dominato da poli autosufficienti dal punto di vista energetico e tecnologico, nonché armati fino ai denti.
A Cernobbio Giorgia Meloni ha sottolineato che «i soldi sono pochi e non si possono buttare». Meglio darli alle imprese e finanziare la spesa per armamenti. La guerra rende e Confindustria applaude. Intanto i poveri assoluti sono 5,7 milioni. Ai massimi da 10 anni a questa parte. Ma spesa sociale, sanità e istruzione possono attendere. Comunque, a Cernobbio è bene non turbare le orecchie sensibili dell’uditorio.
A sentire Giorgia Meloni, il nostro Paese è quasi un’eccezione, un’isola felice, nel panorama incerto e preoccupante dell’economia europea. Occupazione che cresce, PIL a gonfie vele, borsa che macina affari. In realtà la situazione è florida per i ricchi e per le banche ma la povertà è in costante aumento: i poveri assoluti sono 5milioni e 752mila e la persone “in difficoltà economica” sono più di 13milioni.
Al primo e vero banco di prova con i provvedimenti di bilancio, il Governo Meloni si rivela alla stregua di un qualsiasi governo tecnico. Prima le regole di bilancio (e i vincoli europei), poi le persone. E quel poco che c’è da spendere si spende per alleggerire le tasse a chi può pagarle e per non disturbare chi vive di profitti. Per non dire del rafforzamento della vituperata legge Fornero…
Perché in Italia lo spread è tornato a salire? Perché i mercati temono per i nostri conti pubblici e, per prestarci soldi, vogliono maggiori interessi. La questione, peraltro, è strutturale e per allentare la tensione sui mercati e far respirare i paesi più indebitati occorrerebbe trasformare i titoli acquistati nell’ambito del quantitative easing in obbligazioni irredimibili. Titoli senza scadenza e a tasso zero. Ma l’Europa non ci sente.
L’80% del denaro in circolazione è privo di corrispondenti riserve ed è, in realtà, credito delle banche (e debito per chi lo riceve). Ma le banche fanno credito per fare profitti, non per sostenere l’economia. E così si favorisce chi ha mezzi, si producono ulteriori disuguaglianze e si creano crisi ricorrenti. Occorre dunque – sostiene Enrico Grazzini in un recente libro – cambiare l’architettura del sistema monetario.
La situazione economica non è buona. Se andrà bene quest’anno avremo una crescita di poco sopra lo zero, ed è possibile che si vada direttamente in recessione. Ma il Governo, intento a magnificare piccoli interventi sparsi qua e là, sembra non accorgersene e cancella (o depotenzia) il reddito di cittadinanza e il superbonus edilizio, cioè le due misure che hanno maggiormente trainato la domanda interna.
Grazie al rialzo dei tassi, i profitti delle banche sono lievitati. Nel primo trimestre di quest’anno le 5 banche più importanti hanno accresciuto del 57,6% il proprio “margine di interesse”. Giusto, dunque, tassarle, nonostante i malumori della borsa. Ma se ciò servirà soprattutto a consentire di abbassare le tasse sui redditi più elevati sarà solo un trasferimento di risorse all’interno del segmento medio-alto della società.
I primi provvedimenti del Governo in materia economica hanno un segno univoco: meno Stato, meno tasse per le imprese e per chi fa profitti, mano tesa agli evasori, crociata contro il reddito di base, bocciatura del salario minimo. Lo scollamento con i bisogni reali del Paese è drammatico. Nemmeno i governi tecnici di Monti e Draghi avevano osato tanto.
Un recente libro dello storico e ricercatore svizzero Daniele Ganser (“Le guerre illegali della NATO”) apre una falla nella narrazione mainstream – che riguarda anche la guerra in Ucraina – secondo cui il regno dei cattivi è sempre l’altro da sé. Dove il “sé”, manco a dirlo, è l’insieme degli Stati che compongono, per convenzione, il cosiddetto Occidente, dall’Europa al Pacifico.