Alla canna del gas

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Quest’anno gli auguri per un anno migliore sono stati immediatamente soffocati dalla notizia che luce e gas ci costeranno fino al 30% in più rispetto al 2024. Come nel 2022-2023, c’entrano la guerra e la speculazione. Si chiudono gli ultimi rubinetti del gas russo che passa per il territorio ucraino, il resto lo fanno gli scommettitori della borsa di Amsterdam, dai cui prezzi dipendono le nostre bollette. Ma c’era bisogno di arrivare a Capodanno per scoprire che il 1° gennaio sarebbero scaduti i contratti di transito del metano tra Kiev e Mosca? Che poi, a non volerne il rinnovo non è stato mica Putin, ma il nostro alleato Zelensky. E non solo per fare un dispetto all’inquilino del Cremlino. Anzi, non proprio. Piuttosto si è trattato di un regalo agli americani, nella speranza che Trump si convinca a non abbandonare l’Ucraina al suo destino. Perché un regalo a Washington? La risposta la possiamo trovare nelle dichiarazioni che il Governo italiano ha rilasciato sulla questione, ancor prima di aver digerito il cenone di San Silvestro: «Compreremo più gas dagli Usa». Un messaggio ossequiente al miliardario degli alberghi di lusso, che, guarda caso, proprio a ridosso di Natale aveva minacciato l’Unione Europea di imporre dazi draconiani alle sue esportazioni se i paesi membri non avessero aumentato le importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti. Si sa, Trump è ossessionato – giustamente, potremmo dire – dagli squilibri della bilancia commerciale a stelle e strisce e nel suo mirino ci sono soprattutto gli esportatori netti del Vecchio Continente. Italia compresa.

A Roma, tuttavia, tutto il dibattito sulla legge di bilancio, che è andato avanti fino alla vigilia di Capodanno, ci ha riservato di tutto, tranne che un’adeguata attenzione a ciò che di lì a poco sarebbe accaduto sul versante dei costi dell’energia. Come ogni anno, insieme a quisquiglie di natura procedurale, abbiamo sentito parlare di “cuneo fiscale”, di bonus, di “tagli delle tasse alle imprese” e di altri ammennicoli, ma dei rischi per l’economia e per le classi popolari derivanti da una nuova, peraltro annunciata, crisi energetica, niente. E niente si è previsto per addolcirne le ricadute sui bilanci delle famiglie del popolo e delle piccole e medie imprese, già in difficoltà per la domanda interna insufficiente. In compenso, si fa per dire, la spesa militare è stata portata a 32 miliardi di euro. Il livello più alto da quando è nata la Repubblica. E il motivo non è che Putin si sta organizzando per un’operazione Barbarossa all’incontrario. Anche in questo caso ci sono i diktat americani. Trump è stato chiaro dopo la sua rielezione: molti paesi Nato non raggiungono nemmeno il 2% del Pil in quanto a spese per armamenti. O si supera questa soglia, fino ad arrivare al 5%, o gli Stati Uniti valuteranno un clamoroso disimpegno dal Trattato Nord-Atlantico. Non lo faranno, figuriamoci. La Nato è cosa loro. Ma, tra armi e materie prime, vogliono che l’Europa porti un po’ di soldi all’economia Usa. E hanno le loro ragioni. Il mondo è in fermento. La globalizzazione guidata dal dollaro fa sentire qualche scricchiolio e gli americani non possono fungere in eterno da domanda di ultima istanza per tutte le merci che vengono prodotte in Europa, gonfiando oltre ogni limite il loro deficit con l’estero.

Ma torniamo in Italia. Più spese militari e ritorno dei vincoli europei hanno significato per il bilancio statale meno soldi per gli enti locali, rifinanziamento inadeguato di sanità e istruzione, innalzamento – per adesso volontario – dell’età pensionabile, nessuna misura significativa di sostegno al reddito per le classi popolari, ora, come abbiamo visto, esposte anche al rincaro dei prezzi di luce e gas. Come in tutte le manovre che si rispettano c’è però l’ennesimo taglio delle tasse alle imprese e a chi può pagarle. Efficaci le parole della Cgil al riguardo: «Mentre lavoratori dipendenti e pensionati hanno pagato, a causa del drenaggio fiscale (aumento del prelievo fiscale a causa dell’inflazione), un maggior gettito Irpef di ben 17 miliardi nel 2024, alle imprese che hanno aumentato a dismisura i profitti vengono anche questa volta abbassate le imposte». Misure che fanno il paio con l’ennesimo colpo inferto alla progressività del fisco, stante la riduzione a tre delle aliquote Irpef.

Siamo sempre lì: le risorse sono poche e quelle che ci sono devono andare alle imprese che, come si sa, “creano il lavoro”. Mantra neoliberista che sentiamo da anni, indipendentemente da chi occupa i palazzi del governo. Intanto, la crisi del settore industriale si fa sempre più minacciosa. Non solo Stellantis, ma anche i distretti direttamente collegati alla “manifattura allargata tedesca”. Siamo solo all’inizio. La Germania è stata travolta dalle scellerate scelte geopolitiche dell’Unione Europea. Costi dell’energia e restringimento del mercato cinese (si metta pure la concorrenza cinese nel settore automotive) hanno mandato in crisi i principali colossi industriali del paese, dalla Volkswagen alla Bosch, con decine di migliaia operai che ora rischiano il posto di lavoro. Per l’Italia questo è un problema. Ma, a quanto pare, non per il Governo, che appare sempre più vittima della sua stessa propaganda. Eppure le statistiche parlano chiaro. Usiamo le parole di Confindustria, riferite agli indicatori macroeconomici dell’anno appena trascorso: «ripartenza debole» (la crescita per quest’anno è stimata tra lo 0,5 e lo 0,8%), «investimenti deboli», «consumi fiacchi», «export in calo». Ma aggiungiamo pure “salari reali in calo” (-6,9% per cento rispetto al periodo pre-pandemia). E la produzione industriale? Un crollo di oltre il 4% su base annua. Crescono solo i servizi, nei quali non c’è però il terziario avanzato (informatica, robotica, comunicazioni). E questo spiega il perché dell’aumento dell’occupazione – quello sbandierato dalla Meloni e dalla sua corte – che è generalmente occupazione precaria e sottopagata. Si chiama processo di deindustrializzazione, che non è un fenomeno recentissimo, ma che adesso sta subendo una preoccupante accelerazione. Ma di tutto questo, nel confronto politico nazionale, c’è ben poco. E quasi niente c’è nelle strategie – si fa per dire – di politica economica del Governo.

«Nave sanza nocchiere in gran tempesta», avrebbe detto il Poeta. Un Paese che tiene gli occhi chiusi su un futuro che si annuncia gravido di insidie, insomma. Ammorbato da narrazioni fuorvianti, su migranti, sicurezza, questioni di costume. Diciamola tutta: la gran parte dei problemi fin qui esaminati traggono origine dalla postura geopolitica sbagliata dei governi europei e della stessa Unione, ormai rifondata sul binomio armi/austerità, che ha rinunciato quasi completamente a un suo ruolo autonomo sul grande scacchiere internazionale dei commerci e del trasferimento di conoscenze in ambito tecnologico. La condanna dell’operazione russa in Ucraina non necessariamente doveva accompagnarsi alla distruzione del rapporto funzionale tra industria estrattiva siberiana e manifattura europea. Ciò che, in prospettiva, avrebbe fatto dell’Europa una protagonista della nuova stagione multipolare del mondo. Ma sia chi governa, sia chi sta all’opposizione (con qualche timida eccezione) non può smarcarsi più di tanto dagli schemi imposti dall’altra parte dell’Oceano. È il ruolo che spetta alle amministrazioni coloniali. Il sovranismo ce lo giochiamo soltanto contro i dannati della terra che provano a raggiungere le nostre coste.

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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