Il suicidio annunciato dell’Unione Europea: come evitarlo?

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In Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi rovescia uno dei dogmi più resistenti del dibattito pubblico italiano: l’idea che la crisi dell’Unione Europea sia il prodotto di fattori esterni, di insufficienze nazionali, di un’incompiuta integrazione. Al contrario, la tesi di fondo è netta e senza appello: “La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa”. E l’Italia è il paese che ne ha pagato il prezzo più alto.

Il punto di rottura è l’euro, presentato come la frontiera più avanzata dell’integrazione europea e rivelatosi invece, nella lettura dell’autore, l’atto fondativo dell’eurosuicidio. Una moneta senza Stato, priva di un bilancio federale, slegata da una sovranità democratica, ma caricata nel tempo di un valore simbolico che trascende l’economia. L’euro diventa così un feticcio religioso-politico, un surrogato ideologico intoccabile, sottratto a ogni verifica empirica dei suoi effetti reali.

Guzzi smonta una per una le promesse mancate della moneta unica. Non ha ridotto le divergenze tra i paesi membri, non ha rappresentato un reale competitore del dollaro, non ha avvicinato le performance economiche degli Stati aderenti. Al contrario, ha cristallizzato le asimmetrie, rafforzando il ruolo del paese egemone, la Germania, che per oltre vent’anni ha imposto una strategia mercantilista fondata sul drenaggio di domanda dagli altri paesi dell’area euro, rifiutandosi di svolgere il ruolo di vera locomotiva continentale.

In questo quadro, l’Italia si è ritrovata disarmata. Privata della leva della svalutazione monetaria e di quella del tasso d’interesse, ha potuto competere solo attraverso la svalutazione interna: compressione dei salari, precarizzazione del lavoro, riduzione dei diritti. Si è caricato tutto su una merce particolare che sta in tutte le altre merci: la forza-lavoro, diventata unica variabile di aggiustamento. Una dinamica che colpisce operai e classi popolari e che spiega, con l’esplosione delle disuguaglianze, il rallentamento della produttività, la stagnazione della crescita, la deindustrializzazione.

Non si tratta, come spesso si racconta, di un vizio nazionale. Prima dello SME e dell’euro, l’Italia svalutava non per “imbrogliare”, ma per compensare il gioco scorretto tedesco fondato sulla deflazione salariale. L’ingresso nella moneta unica ha invece imposto lo smantellamento, a prezzo di saldo, di un sistema misto pubblico-privato che aveva costituito per decenni un esempio virtuoso. Il risultato è un’economia “non-morta”, assuefatta al proprio declino. Il paradosso è che, mentre si celebravano i benefici simbolici dell’integrazione – l’Erasmus come moneta di scambio emotiva – il paese diventava campione di avanzi primari, laboratorio politico dell’austerità. Spendiamo meno di quanto incassiamo, eppure il debito pubblico è esploso. Una traiettoria iniziata con il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981 e aggravata dalla gabbia europea.

La crisi europea, del resto, non è solo italiana. I numeri parlano chiaro: nel 1992 il Pil europeo rappresentava oltre il 27% di quello mondiale, oggi appena il 16%. La carenza strutturale di investimenti ha prodotto un ritardo crescente rispetto agli Stati Uniti, soprattutto nei settori ad alta tecnologia e nell’intelligenza artificiale, dove il continente è sostanzialmente scomparso, schiacciato tra Usa e Cina. La guerra in Ucraina e le risposte delle classi dirigenti europee hanno accelerato una tendenza già in atto, spingendo l’area economica verso una vera e propria eutanasia. Qui Guzzi compie un passaggio decisivo: il feticcio dell’euro non è solo economico, è antropologico e ideologico. Ma dietro questa costruzione simbolica agiscono interessi materiali ben definiti. L’Unione Europea appare come la forma storica assunta dal neoliberismo nel continente, lo strumento attraverso cui si è smantellata la costituzione materiale del paese senza passare dal conflitto democratico. Il “vincolo esterno” come soluzione autoritaria al carattere sociale della Costituzione del 1948. Non stupisce allora che, mentre l’Europa declina, i ricchi diventino sempre più ricchi.

La parte finale del libro prova ad aprire uno spiraglio. Uscire unilateralmente dall’euro avrebbe costi elevati; il no-euro a prescindere rischia di essere speculare al dogmatismo europeista. L’alternativa indicata è una fine concordata della moneta unica, un processo negoziato che coinvolga Francia e Germania, oggi entrambe colpite da difficoltà strutturali: Berlino in recessione dopo la perdita di risorse energetiche e mercati, Parigi gravata da deficit esteri crescenti. L’Italia dovrebbe farsi trovare pronta con un piano B valutario, industriale ed energetico.

E tuttavia, come accade in molti lavori di questo tipo, si avverte uno scarto tra la diagnosi e la terapia. L’analisi del declino è rigorosa e convincente; il “come salvarci” resta affidato a variabili non controllabili, a decisioni collettive tra nazioni rivali, a una rivoluzione culturale e antropologica che richiede tempi lunghi e rotture storiche profonde. Lo stesso autore ne è consapevole: senza una presa di coscienza collettiva, senza un immenso lavoro di pensiero capace di demistificare la narrazione accomodante sull’euro, nessuna soluzione tecnica sarà sufficiente. A meno che la guerra in Ucraina – che non è solo una guerra per i confini dello spazio ex sovietico – non produca esiti clamorosi, ben oltre il ripiegamento europeo sull’economia di guerra. Ma questa, come si dice, è tutta un’altra storia.

 

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica", "Alernative per il socialismo". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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One Comment on “Il suicidio annunciato dell’Unione Europea: come evitarlo?”

  1. il piu della gente crede che tornare alla lira voglia dire tornare a 30 anni fa con salari decenti, costo della vita abbordabile, pensioni favolose. anche perche ai quei tempi Italia era la Cina d Europa, e la Cina “non esisteva”. oggi non lo sarebbe piu.

    l impoverimento delle classi medie é un fenomeno globale in Occidente. non c entra nulla euro o UE. cé in UK e altrove. in Turchia la lira ogni anno svaluta del 30%.

    il giorno dopo in cui torna la lira, ci svegliamo malissimo: risparmi/immobili crollano subito del 30%. mutui decollano al 15% o piu. inflazione al 30% , stipendi giu di conseguenza. uno scenario insostenibile.

    i vincoli di bilancio UE, motivo di insofferenza verso la UE e “causa” del nostro impoverimento, in verita sono la nostra salvezza dal fallimento. gli anni 80-90 con debito pubblico esplosivo non possono tornare, perche quei debiti oggi sono da pagare. la BCE ha 1/3 del nostro debito, senza il suo aiuto saremmo in Venezuela da anni.

    Solo in Italia: gli evasori stanno tranquilli, tanto arriva il condono, mica la prigione. i pensionati all estero con pensione in parte regalata (calcolata col retributivo) “evadono” legalmente. Mettici pure le baby pensioni (altra invenzione italiana). E molto altro.

    UE in tutto questo non c entra: sono storture italiane che fanno decollare il debito.
    UE ha molti problemi da risolvere, é vero. ma non bisogna confonderli con quelli esclusivamente italiani che dobbiamo risolvere noi.

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