Malgrado le pessime performance dell’economia (siamo ultimi in Europa per crescita economica e primi per il costo dell’energia), la nostra classe politica si ostina a puntare su un modello di approvvigionamento energetico decisamente arretrato basato sulle fonti fossili, che non prevede investimenti importanti per incrementare gli impianti di energia pulita (dai costi sempre meno cari e dalle performance via via migliori), che darebbero frutti immediati e non impattanti sull’ambiente e sul clima. Nel frattempo, si continuano a impegnare ingenti capitali per l’acquisto e la distribuzione di prodotti derivati dal petrolio: quest’anno, per importare i combustibili fossili, abbiamo speso 53 miliardi di euro, con una dipendenza energetica dalle importazioni del 74% contro il 25% della Spagna e il 57% della media europea.
Il riscaldamento globale, causato da tutte le attività antropiche che riversano enormi quantità di anidride carbonica in atmosfera, avanza inesorabilmente mettendo sempre più a rischio una buona vivibilità sul pianeta mentre l’Italia, in controtendenza rispetto all’Europa, ha ancora aumentato le emissioni di gas serra dello 0,2% (Ispra) e nella pianura padana ad aprile sono già stati esauriti i limiti allo smog di tutto il 2026. Per esempio, è fortemente osteggiato lo stop ai motori endo-termici al 2035 e le auto elettriche immatricolate nel 2025 sono solo il 6,2% (media UE 17% ) con i trasporti che divorano sette barili di petrolio al secondo, inquinando alla grande.
È risaputo che per proteggere la qualità dell’aria, la nostra salute e il clima serve semplicemente la volontà politica, e così mentre in Europa si rendono meno stringenti le regole del Green Deal, sotto la spinta delle forze politiche di destra Italia in testa, gli altri paesi dell’Unione si stanno comunque attrezzando per azzerare il prima possibile la propria dipendenza energetica dalle fonti fossili governate da leggi di mercato imprevedibili, esose e con effetti deleteri sia sull’economia, sia sull’inquinamento e il clima del nostro continente. Nel 2024 l’Italia ha installato solo 7,2 GW di nuove rinnovabili (Italy for climate) contro gli 11 della Spagna e i 23 della Germania, che ora sta per adottare un programma con 8 miliardi di ulteriori finanziamenti per ridurre l’emissione di gas climalteranti, evitando 27 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030. Addirittura, in alcune nazioni del Nord Europa tra cui il Regno Unito e la Danimarca, dove gli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili sono diffusi capillarmente, capita a volte che l’energia elettrica vada in sovrapproduzione rispetto alla capacità di trasporto della rete di distribuzione non più adeguata ai consumi attuali, col rischio di mandare in tilt vaste aree del sistema. In questi casi le società sono state costrette, in giornate molto ventose, a fermare le pale eoliche per evitare pericolosi black out, ma gli stop agli impianti sono molto costosi e così, per evitare gli alti costi da spegnimento e alleggerire la rete da esagerati sovraccarichi, si sta valutando di distribuire gratis alle famiglie l’energia in eccesso nelle regioni vicine ai parchi eolici.
La situazione è ben diversa in Italia dove il prezzo dell’elettricità risulta il più oneroso d’Europa e dove tutti i cittadini si trovano decisamente in difficoltà per i costi delle bollette che incidono pesantemente sui bilanci delle famiglie e sugli oneri sostenuti dalle imprese che vedono calare la loro competitività sul mercato internazionale, mettendo a rischio posti di lavoro. Purtuttavia nel nostro paese, purtroppo, esponenti politici, comparti industriali e varie associazioni di categoria continuano a remare contro la transizione Green, criticandone modalità e tempi e intervenendo anche con azioni di lobbying a Bruxelles. Eppure, non mancano imprese attive nella sostenibilità, aziende che adottano pratiche virtuose ma anche remunerative come autoprodurre energia, usare energie rinnovabili e materiali riciclati, ridurre le emissioni, investire nella ricerca e registrare brevetti green. Per loro il Bilancio di Sostenibilità richiesto dall’Europa non è una “palla al piede” ma un fiore all’occhiello che fa ridurre i consumi e quindi le spese, aumentare le assunzioni e ne mette in luce l’immagine positiva di chi rispetta l’ambiente, i territori, i propri lavoratori e le regole, così da instaurare con i propri clienti e stakeholder un rapporto basato sulla reciproca fiducia. D’altronde una ricerca OCSE ha rilevato per le imprese Green, che depositano brevetti in tecnologie verdi, evidenti vantaggi sostenuti da una competitività superiore alle altre con un fatturato molto più alto, 382 milioni di euro ciascuna contro i 41 Mln delle non Green e una maggiore produttività (144.000 € di valore aggiunto per addetto contro 92.000). L’Italia nel 2022 ha presentato quasi 300 brevetti green, ma sono iniziative individuali delle singole società, non supportate da un solido sostegno della politica nazionale.
Tornando alla decarbonizzazione, da noi mancano incentivi importanti alle famiglie per favorire il trasporto pubblico e l’efficientamento delle abitazioni. Al contrario, in città come Oslo e Copenaghen, che hanno praticamente raggiunto con largo anticipo l’obiettivo Net Zero, in cui le emissioni di gas serra in atmosfera bilanciano quelle rimosse, i sussidi statali e locali per l’efficientamento degli edifici e la mobilità dolce sono stati imponenti. E i risultati si vedono. Secondo lo studio annuale di Happy City Index le capitali del Nord Europa sono le più felici al mondo per qualità della vita. Al contrario in Italia, malgrado i fondi del PNRR, peraltro non usati per investimenti ma scialacquati senza un programma organico e di lunga visione, siamo ben lontani dal raggiungere gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile sottoscritto nel 2015 con tutti gli altri Stati aderenti all’Onu e, continuando di questo passo, al 2030 nel nostro paese sarà completato solo il 18% dei gol; il fattore determinante per conseguire gli obiettivi è il fattore istituzionale, che deve essere ispirato da una visione di lungo termine, che rispetta le comunità, coinvolge la cittadinanza, e basa le sue azioni su salde convinzioni etiche che mirano al bene comune del paese.
Chi boicotta il Green Deal, la Transizione Ecologica e la decarbonizzazione punta tutto sul profitto privato immediato, in un’ottica di capitalismo selvaggio e predatore, che scarica tutti i costi conseguenti sulla collettività, in una visione di futuro davvero egoista e arretrata, ma i nodi stanno venendo al pettine e la via verso uno sviluppo sostenibile ambientale, sociale ed economico più equo e rispettoso delle future generazioni e della vita sul pianeta, ben chiara a nazioni come la Spagna premiate da economie in forte ripresa, è ormai tracciata.
