Chi paga il prezzo del riscaldamento globale?

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Il cambiamento climatico, ancorché uscito dalle prime pagine dei giornali, è ormai una realtà tangibile, ma non tutti ne sono responsabili allo stesso modo, né tutti ne subiscono le conseguenze in egual misura. La crisi climatica è anche una crisi di giustizia: tra paesi, tra classi sociali, tra generazioni e comprendere e affrontare queste disuguaglianze è essenziale per costruire politiche climatiche efficaci e dotate di legittimazione popolare. Grazie ai progressi nella scienza del clima la dimensione di questo problema è stata resa evidente in una serie di studi pubblicati negli ultimissimi anni.

Secondo una ricerca pubblicata da Lucas Chancel del World Inequality Lab, nel 2019 il 10% più ricco della popolazione mondiale ha prodotto il 48% delle emissioni globali di gas serra, mentre il 50% più povero ne ha generate solo il 12%. Ancora più impressionante è il dato relativo all’1% più ricco, che da solo è responsabile del 17% delle emissioni globali. Non si tratta solo di consumi diretti: per questa élite globale, oltre il 70% delle emissioni deriva dagli investimenti finanziari, che alimentano settori ad alta intensità di carbonio come i combustibili fossili o l’edilizia. Questa sproporzione si è accentuata negli ultimi trent’anni. Dal 1990 al 2019, l’1% più ricco ha contribuito al 23% della crescita delle emissioni globali, mentre il 50% più povero solo al 16%. E se nel 1990 la maggior parte delle disuguaglianze climatiche era tra paesi, oggi il 63% è dovuto a differenze all’interno dei singoli paesi.

Un recente studio pubblicato su Nature Climate Change ha quantificato l’impatto climatico delle emissioni dei gruppi ad alto reddito nei principali paesi emettitori. Negli Stati Uniti, il 10% più ricco ha contribuito da solo a circa un terzo del riscaldamento globale osservato tra il 1990 e il 2020, mentre in Cina e India il 10% più ricco della popolazione emette da quattro a dieci volte di più della media nazionale. Le emissioni di queste fasce di popolazione nei Paesi del Nord globale hanno aumentato la frequenza di ondate di calore estreme di oltre trenta volte, anche in regioni lontane come l’Amazzonia, il Sud-Est Asiatico e l’Africa subsahariana. In altre parole, le scelte di consumo e investimento di una minoranza benestante nei paesi ricchi hanno effetti concreti e misurabili sulla vita di milioni di persone nei paesi più vulnerabili.

Anche il tempo è un fattore di disuguaglianza. Uno studio di Yang e Suh ha analizzato i costi e i benefici economici delle azioni di mitigazione climatica previste dall’accordo di Parigi per diverse generazioni. Nei paesi a basso reddito, le generazioni nate dopo il 1990 trarranno benefici netti dalle politiche climatiche, grazie alla riduzione dei danni futuri, mentre le generazioni nate prima vedranno più costi che benefici. Nei paesi ad alto reddito invece (meno colpiti dagli effetti della crisi climatica), nessuna generazione godrà di benefici economici netti senza un cambiamento radicale delle politiche fiscali e redistributive. Senza azioni concrete, il divario tra giovani e anziani è destinato ad aumentare: nel 2100, secondo le proiezioni, la disparità economica tra le generazioni sarà molto più marcata nei paesi poveri, dove i giovani sopporteranno i costi maggiori del cambiamento climatico.

Anche nelle città è possibile osservare disparità notevoli tra cause ed effetti. Le città sono responsabili di circa il 70% delle emissioni globali e, allo stesso tempo, sono tra le aree più esposte agli impatti del cambiamento climatico. Le ondate di calore, le alluvioni e la siccità colpiscono in modo diseguale i quartieri urbani, e quelli più poveri, dotati di meno aree verdi, più densamente edificati e con edifici di minore qualità, soffrono decisamente di più. L’effetto “isola di calore” urbano può aumentare la temperatura anche di dieci gradi rispetto alle aree circostanti, aggravando i rischi per la salute, soprattutto tra gli anziani e le persone con patologie croniche. Inoltre, le città sono anche il luogo dove si manifestano le contraddizioni di molte politiche climatiche: mentre si promuovono misure di riduzione delle emissioni, spesso si trascurano gli effetti regressivi di alcune politiche che colpiscono in modo sproporzionato le fasce a basso reddito. Questo mentre gli incentivi per ridurre le emissioni e migliorare la qualità degli edifici restano appannaggio delle fasce più ricche della popolazione, che hanno case di proprietà e le conoscenze e i capitali per investire nel loro miglioramento.

Le disuguaglianze climatiche non si limitano alle emissioni di CO₂. Il metano (CH₄), un gas serra molto più potente della CO₂ nel breve termine, è responsabile di circa il 20-30% del riscaldamento globale dall’inizio dell’era industriale. La sua concentrazione atmosferica è quasi raddoppiata negli ultimi 200 anni, e il 60% delle emissioni di metano proviene da attività umane come l’agricoltura e gli allevamenti intensivi, l’estrazione di combustibili fossili e la gestione dei rifiuti. Anche in questo caso, le responsabilità sono concentrate soprattutto nelle grandi aziende agricole e tra i colossi del petrolio e del gas.

Affrontare la crisi climatica senza affrontare le disuguaglianze significa fallire. Le politiche climatiche devono essere progettate tenendo conto delle responsabilità storiche e delle capacità economiche non solo dei Paesi, ma anche delle diverse classi sociali e talvolta di singole aziende e individui. Come suggerisce Chancel, una tassazione progressiva delle emissioni, in particolare di quelle legate agli investimenti, potrebbe contribuire a finanziare la transizione ecologica e a compensare i gruppi più vulnerabili. Inoltre, è necessario migliorare la trasparenza sui dati relativi alle emissioni individuali, per monitorare chi contribuisce davvero alla decarbonizzazione e chi no, anziché lanciare appelli generici e senza distinzione alla “responsabilità individuale”. Solo così sarà possibile costruire un consenso sociale ampio e duraturo attorno alla transizione ecologica, consenso che sta venendo a mancare soprattutto nelle fasce più povere della popolazione che si sentono ingiustamente colpite dai costi delle misure di riduzione delle emissioni.

Il cambiamento climatico, quindi, non è solo una questione di CO₂, ma di potere, ricchezza e giustizia. Le sue cause e i suoi effetti si intrecciano con le disuguaglianze economiche e sociali, rendendo urgente una riflessione profonda sulle responsabilità individuali e collettive.

Bibliografia

– Chancel, L. (2022), Global carbon inequality over 1990-2019. Nature Sustainability

– Schöngart, S., Nicholls, Z., Hoffmann, R., Pelz, S., & Schleussner, C.-F. (2025), High-income groups disproportionately contribute to climate extremes worldwide. Nature Climate Change.
– Yang, H., & Suh, S. (2021), Economic disparity among generations under the Paris Agreement. Nature Communications

– Mezzalama, R. (2023), Il clima che cambia le città, in Annale Feltrinelli 2023

Gli autori

Roberto Mezzalama

Roberto Mezzalama è laureato in Scienze Naturali e ha un Master in Ingegneria Ambientale. Da oltre 30 anni si occupa di gestione ambientale e ha lavorato per progetti in oltre 20 Paesi del mondo. Per oltre dieci anni ha collaborato con l'Università di Harvard, attualmente è consigliere di amministrazione del Politecnico di Torino e docente a contratto dell'Università di Torino. Nel 2017 ha fondato il Comitato Torino Respira che si occupa di inquinamento dell'aria. Per Einaudi ha pubblicato "Il clima che cambia l'Italia".

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