Il grattacielo di Ferrara: una storia paradigmatica

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Il grattacielo, l’altra città di Ferrara, è divenuto nel corso degli anni una sorta di luogo impuro, distante per quanto visibile dalla sua alterigia verticale. Inaugurato nel maggio del 1958 nell’area in prossimità della stazione ferroviaria, sulla base del progetto realizzato dagli architetti romani Luigi Pellegrin e Sergio dalle Fratte, il grattacielo fin da subito ha coagulato intorno a sé resistenze e rifiuti, come mostrano le parole forti utilizzate da Giorgio Bassani in consiglio comunale: «Ogni volta che scendo dal treno alla stazione e vedo il famigerato grattacielo, non saprei dire se più brutto o più stupido, letteralmente mi si stringe il cuore».

La scelta architettonica e urbanistica dell’allora amministrazione comunale rispondeva all’idea di costruire un edificio moderno contrario alle logiche medievali e rinascimentali della città orizzontale entro cui si delineava l’interazione tra residenza e servizi costituendo una città nella città e, principalmente, rivolto ai ceti medio-alti, divenendo nell’immaginario collettivo un simbolo di modernità post-guerra. Nei successivi decenni questa realtà muta profondamente. A partire degli anni ’90 le migrazioni interne trovano nel grattacielo una possibilità abitativa a basso costo, poiché i residenti originari avevano abbandonato gli alloggi per trasferirsi in altre zone più appetibili, alle quali si aggiunge l’insediamento di diverse famiglie migranti nelle prime decadi degli anni 2000 anch’esse attirate dai relativi bassi costi di locazione. Questo ribaltamento sociale e demografico ha generato nel tempo retoriche, pratiche, rappresentazioni negative che ne hanno di fatto ribadito la sua anormalità. Del resto, nato come segno indelebile di una modernità sfuggente in chiara rivolta alle mura rinascimentali, tale anormalità sociale e urbana è il suo carattere immanente. In una città in cui la rendita e il commercio, frutto accomodante del turismo e dell’università, raffigurano la spina dorsale economica, appare del tutto evidente quanto tale spazio, e le sue trasformazioni nel tempo, si sia allontanato dalla coscienza cittadina. Una coscienza nutrita, soprattutto all’interno del dibattito politico, da un reiterato processo di stigmatizzazione. Infatti, da tempo su quel lembo di terra urbana isolata si sono concentrati un numero assai significativo di articoli, cronache, notizie orientato a enfatizzarne le contraddizioni, i problemi e le diverse fragilità di chi lo abita. Spaccio, criminalità, mafia nigeriana, immigrati sono i termini attraverso i quali si è costruito un’equivalenza sociale che non ammette risposte: grattacielo, immigrazione, insicurezza e delinquenza. Tramite questa egemone distorsione sicuritaria si è occultata la sua composita realtà multietnica capace di creare relazioni comunque positive tra gli abitanti, le normali traiettorie di vita quotidiana scandita da lavoro e socialità, l’insieme delle esperienze di intervento, alcune delle quali assolutamente innovative nel cercare di ricucire gli strappi e le lacerazioni subite in quel contesto. Il decoro di Ferrara si è confrontato, o meglio scontrato, con l’indecoroso grattacielo in una logica di sospensione di qualsivoglia diritto alla città e all’abitare. Appare del tutto evidente quanto la presenza di questo luogo stigmatizzato sia stato funzionale alla produzione del nemico interno che, a sua volta, attiva la reazione di una cittadinanza impaurita dalla sua presunta ingovernabilità.

Intorno a questo simulacro di perdizione, la città di Ferrara si è svegliata dal suo torpore dopo l’evento drammatico dello scorso 11 gennaio che si è abbattuto sulle famiglie residenti, per complessive 800 persone, obbligate da due ordinanze comunali a sgomberare senza alcuna colpa e senza alcuna reale alternativa. Riprendendo un termine adottato dalla letteratura sociologica, siamo di fronte a un vero e proprio “domicidio”, ovvero la scomparsa dello spazio di vita raffigurata dalla casa, dalla domesticità che essa esprime, in seguito a dinamiche legate a precise politiche di esclusione quali gli sfratti, gli sgomberi o a episodi traumatici e catastrofici. I residenti si sono trovati ad essere vittime di questa dinamica domicida con l’aggravante di non poter contare su risposte credibili in grado di dare, pur nelle difficoltà, delle speranze. Dentro al grattacielo non c’era soltanto il passato ambivalente, ma vi era un presente e un futuro, vi erano processi faticosi di inclusione e integrazione. Famiglie italiane, famiglie migranti, anziani che all’interno di esso hanno costruito relazioni, affettività, interazione con il resto del quartiere e della città.

Ora queste vite di lavoratrici e lavoratori, di bambine e bambini sono sospese in un limbo che assomiglia tanto a una punizione collettiva: una punizione conseguente alla “colpa” di vivere in un luogo indecoroso, una macchia che diviene giustificazione per controllare lo spazio, i corpi e le coscienze, per indebolire laboratori di convivenza interetnica, spazi autonomi, stili di vita differenti dal supposto “decoro” della città patrimonio Unesco. Inoltre vi è da sottolineare il gioco ambiguo dell’attuale giunta comunale, per quanto le condizioni degli abitanti fosse da tempo critica rendendo colpevoli anche le passate amministrazioni: da un lato, il carattere autoritario di atto pubblico il quale elimina il diritto alla casa e sbriciola un luogo di socialità costruitosi – pur tra contraddizioni – negli anni; dall’altro, nel momento di dare alternative concrete per l’alloggio si appella alla forma “privata” della questione, delegando – fra l’altro – a un’azienda di vigilanza, questa sì privata, la gestione della sorveglianza e dell’accesso nei propri appartamenti ai legittimi proprietari o affittuari.

Il caso ferrarese risulta essere paradigmatico di una profonda crisi che attraversa le nostre realtà urbane. Una crisi che trasforma nel profondo il significato del vivere dentro all’immanente eterogeneità della città. Si è instaurata una sorta di egoismo collettivo, ossimoro che testimonia quanto la rappresentazione oltremodo negativa di determinati luoghi accentuano la distanza e il disinteresse verso chi raffigura la parte scabrosa della città e ha perduto gran parte delle sue certezze materiali ed esistenziali.

Insomma, secondo questa logica il carattere “privatistico” dell’accaduto non può e non deve essere trasformato in una responsabilità pubblica: logica, questa, che appare in tutta la sua drammaticità poiché deresponsabilizza l’intera comunità verso chi esprime un bisogno e, al contempo, un diritto. Governare i dilemmi del grattacielo, così come quelli di altre situazioni simili nelle loro conseguenze vissuti in altre città, significa cogliere il nesso sempre più problematico tra politica e politiche. La politica, al di là del colore di chi amministra le nostre grandi o piccole città, persegue “il qui e ora” di interventi senza una prospettiva di medio-lungo futuro, la quale differisce dalle questioni pubbliche rilevanti che attraversano le città. Questo limitato orizzonte favorisce e alimenta politiche emergenziali che non costruiscono legami e opportunità di cambiamento fondamentali per rispondere concretamente alla molteplice vulnerabilità in gioco. A fronte della progressiva complessità che le aree urbane devono e dovranno affrontare in relazione alle politiche abitative e urbane si materializza un quadro assai critico, al di là ripetiamo dei differenti colori di chi governa le città, in cui prevalgono azioni frammentate, strettamente connesse all’estrazione di valore e non di bene pubblico, e soprattutto disconnesse dalla partecipazione della cittadinanza.

Nondimeno, in questo contesto di iperindividualismo e di indifferenza al destino di diverse centinaia di persone, nello sfilacciato tessuto locale si è comunque intrecciata una rete capace di unire solidarietà e lotta politica. Pur senza abbandonare la critica alle istituzioni (tutte: dal Comune allo Stato passando per la Regione), crediamo sia importante sottolineare come siano vive forme di mutualismo conflittuale che mostrano, nell’immediatezza del gesto di aiuto, il vuoto colpevole lasciato dal potere, le conseguenze nefaste di politiche selettive sulla carne degli ultimi e dei penultimi. Forme di costruzione dal basso di una democrazia autentica, piena perché partecipata, plurale, fatta di relazioni dirette che mostrano il venir meno, da parte di chi amministra la città e di governa ai livelli più alti, del rispetto dei diritti fondamentali alla casa e alla libera convivenza. Tentativi, pur deboli, di rintrecciare tra gli sfollati legami perduti e di crearne di nuovi tra questi e altre cittadine e cittadini. Una forma di resistenza per non rassegnarsi alla normalizzazione di uno stato d’eccezione permanente.

Gli autori

Alfredo Alietti

Alfredo Alietti è professore di Sociologia Urbana e Generale nella Università degli Studi di Ferrara

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